sabato 25 agosto 2012

RITORNO ALLA LIRA: LA BILANCIA COMMERCIALE ITALIANA E I VANTAGGI DELLA SVALUTAZIONE


Mentre continua imperterrita e sempre uguale se stessa la telenovela strappalacrime dell’eurozona, animata soprattutto dalla fuga “tecnicamente possibile” della Grecia e dalle successive smentite ipocrite e false condite da romanzesche necessità di rimanere tutti insieme appassionatamente perché “uniti siamo più forti”, qualcosa si muove nell’economia reale che dovrebbe farci riflettere sui motivi per cui oggi come oggi l’uscita dall’euro dell'Italia e il ritorno alla nostra moneta nazionale, la lira, sarebbe per il nostro paese la scelta economicamente più conveniente. Anticipiamo subito che quella che segue è una trattazione tecnica, fredda, asettica dove vengono sfrondati tutti quegli elementi irrazionali e inconsci basati sulle paure per il futuro, l’incertezza e la precarietà che tanta importanza poi hanno sulla gestione pratica dell’economia. Per intenderci, eliminate le visioni catastrofiste che non hanno alcun fondamento scientifico, che dipingono l’Italia della lira travolta da uragani di svalutazione e tempeste di inflazione, e le discussioni da bar del tipo “io con l’euro in tasca mi sento più sicuro” o “con la nostra liretta non possiamo combattere contro i cinesi”, cerchiamo di capire insieme i motivi per cui un politico italiano onesto intellettualmente (ma anche penalmente) e che abbia a cuore la sorte del suo paese dovrebbe recarsi oggi stesso (ma poteva farlo anche ieri) a Bruxelles a dire: “OK, è stato bello. Ci avete provato a distruggere il popolo e l’economia italiana e ci abbiamo provato a darvi una mano a distruggerli, ma questi italiani sono cocciuti e resistono. Quindi noi ci ritiriamo dalla guerra dei trent’anni (e più, visto che è iniziata nel lontano 1979, con l’ingresso dell’Italia nello SME) e ritorniamo a fare politica economica attiva (e non passiva: il classico pigiamento dei bottoni in parlamento perché “ce lo chiede Europa!”) nel nostro Bel Paese. Buona fortuna a tutti e amici come prima”.


Questa considerazione iniziale prende spunto principalmente dall’andamento di una variabile economica che è fondamentale per il benessere e la sostenibilità a medio e lungo termine di un sistema paese: la bilancia commerciale. Che cos’è la bilancia commerciale? La bilancia commerciale è un elemento della contabilità nazionale che misura e registra il flusso di importazioni ed esportazioni di beni e servizi di un certo paese da e verso l’estero. Quando il saldo della bilancia commerciale è positivo significa che il paese sta esportando beni e servizi più di quanto ne importa e che nel paese stanno entrando più capitali di quanti ne escono (con i quali poi si possono pagare successive importazioni, rimborsare i debiti contratti in passato con l’estero, acquistare titoli o fornire prestiti ai residenti stranieri). La bilancia commerciale però è solo una parte del flusso finanziario totale che attraversa in entrata e in uscita il paese, perché bisogna mettere in conto anche le rendite da capitale (gli interessi sugli investimenti finanziari incrociati fra il paese in questione e il resto del mondo) e i redditi da lavoro (i profitti delle partecipazioni in società per azioni nazionali o delle aziende straniere portati all’estero e le rimesse che gli emigranti inviano nei loro paesi d’origine).



La bilancia commerciale più la rendicontazione in entrata e in uscita degli interessi da capitale e i redditi da lavoro formano il saldo delle partite correnti (current account per gli esterofili) che è una delle due parti principali della bilancia dei pagamenti con l’estero di un paese, da cui dipende quasi interamente il tasso di cambio della moneta nazionale quando inserita in un sistema di cambi flessibili. L’altra parte si chiama conto finanziario (financial account), che registra le modalità o i corrispettivi con cui vengono finanziati i flussi di merci, servizi e capitali scambiati con l’estero: moneta contante, investimenti diretti e di portafoglio, acquisto di titoli, prestiti o debiti bancari, attività in valuta estera della banca centrale.


Per completezza diciamo pure che in mezzo a questi due prospetti, c’è un’altra partita, il conto capitale (capital account), in genere trascurabile dal punto vista contabile ma non da quello strategico e geopolitico, che registra i trasferimenti unilaterali in conto capitale non compresi nei due schemi precedenti e privi di un immediato collegamento con l’attività produttiva del paese: donazioni, successioni, compravendite di terreni e risorse del sottosuolo, risarcimenti e finanziamenti a fondo perduto, brevetti, concessioni di licenze. Per chi ha una certa dimestichezza con la contabilità aziendale, possiamo dire che considerando un intero sistema paese (somma del settore pubblico e del settore privato) alla stregua di un’azienda, il saldo delle partite correnti corrisponde al conto economico da cui si forma l’utile o la perdita di esercizio (vendite, costi delle materie prime e dei semilavorati, scorte di magazzino, stipendi, ammortamenti, plusvalenze e minusvalenze finanziarie, imposte), mentre il conto finanziario e il conto capitale rappresentano insieme la parte di bilancio chiamata stato patrimoniale in cui vengono conteggiati tutti gli impieghi e le fonti con cui abbiamo finanziato la nostra attività (depositi monetari, prestiti, debiti, investimenti mobiliari e immobiliari, licenze, brevetti, avviamento, capitale proprio versato dagli azionisti, riserve). Alla fine, siccome anche nella stesura della bilancia dei pagamenti viene utilizzato il metodo della partita doppia, il saldo aggregato del conto corrente, capitale e finanziario deve essere uguale a zero e l’unica variabile esterna che riesce a riequilibrare le due principali partite, equivalente all’utile o alla perdita di esercizio, è l’accumulo o l’utilizzo di riserve di valuta estera con cui la banca centrale riesce a compensare eventuali sbilanciamenti con il resto del mondo.


In pratica se in un certo periodo di tempo, dopo che sono avvenuti tutti i trasferimenti commerciali e finanziari fra il paese e il resto del mondo, i capitali che affluiscono nel paese sono superiori a quelli che defluiscono, la banca centrale accumulerà per forza di cose una certa quantità di riserve di valuta estera (con un conseguente aumento della domanda e un apprezzamento della moneta nazionale). Viceversa, se escono più capitali di quanti ne entrano, la banca centrale sarà costretta a bruciare parte delle sue riserve di valuta straniera con tutte le conseguenze che ciò comporta in termini di una maggiore offerta e deprezzamento della valuta nazionale. Con un’unica differenza sostanziale: se questo afflusso di capitali dall’estero serve per comprare beni o servizi nazionali noi avremo un accreditamento con l’estero (dato che possiamo successivamente utilizzare questi capitali per comprare prodotti di importazione, titoli esteri, azioni o intere aziende straniere), se invece i capitali stranieri vengono utilizzati dai non residenti per effettuare prestiti, acquistare titoli, azioni o intere aziende nazionali, avremo ovviamente un indebitamento con l’estero perché in un prossimo futuro dovremo corrispondere agli investitori stranieri il rimborso del capitale, gli interessi sui titoli, i dividendi sugli investimenti diretti o di portafoglio nelle nostre aziende nazionali. Ecco per quale motivo bisogna sempre distinguere in che modo affluiscono i capitali in un determinato paese, perché se il primo metodo basato principalmente sull’attività produttiva pone il paese in una posizione di vantaggio rispetto all’estero, il secondo invece alla lunga potrebbe rendere insostenibile il tasso di indebitamento e il debito estero accumulato dal nostro paese, che come sappiamo è la prima causa di fallimento di un intero sistema economico nazionale (formato, ripetiamo, dal settore pubblico e dal settore privato, e non dal solo settore pubblico come vogliono farci credere i tecnocrati europeisti e i menestrelli assoldati dal regime che puntano continuamente il dito contro il male assoluto del debito pubblico, dimenticando del tutto le maggiori afflizioni provocate da un eccesso di debito privato).


Periodicamente il saldo delle partite correnti ci informa in che modo stanno affluendo o defluendo i capitali dall’estero: se è positivo, significa che le esportazioni sono maggiori delle importazioni e questi nuovi capitali in ingresso stanno creando ricchezza finanziaria netta nel paese e un maggiore accreditamento nei confronti del resto del mondo, se invece è negativo, le esportazioni sono inferiori alle importazioni e i capitali stanno fuggendo dal paese creando le premesse di un maggiore impoverimento netto (nel caso la banca centrale sia costretta a bruciare parte delle riserve di valuta estera) o indebitamento del paese (nel caso questi capitali in fuga vengano poi utilizzati dagli investitori stranieri per effettuare prestiti ai residenti, acquistare titoli, comprare azioni o acquisire il controllo di maggioranza di intere aziende nazionali). Quindi le informazioni fornite dal saldo delle partite correnti sono fondamentali per conoscere lo stato di salute di un paese e non appena vi imbattete in uno di quegli strani personaggi che circolano a piede libero in Italia rivolto verso la Mecca in attesa dell’arrivo messianico dei capitali dall’estero, sappiate che avete di fronte o un ignorante (nel senso che ignora il funzionamento della bilancia dei pagamenti) o un farabutto (che conosce benissimo come funziona la bilancia dei pagamenti e consapevolmente vuole svendere o mettere in condizioni di disagio internazionale il nostro paese per un proprio tornaconto personale).


Per carità, una certa dose di investimenti esteri è fisiologica e positiva per il paese perché consente di mettere in moto attività e distribuire redditi altrimenti impossibili da finanziare con i soli capitali interni (soprattutto quando si tratta di nazioni arretrate, ricche di risorse umane e naturali non sfruttate, dotate di una moneta poco apprezzata all’estero: non è il caso dell’Italia dunque, che ha un tessuto produttivo abbastanza sviluppato e avviato, una discreta solidità finanziaria e patrimoniale, know-how, professionalità, competenze sufficienti per potere farcela da sola, almeno per il momento), ma far dipendere tutta l’economia di un paese dagli investimenti stranieri e dai cosiddetti “mercati” (vedi la tiritera meccanica e demagogica del fantoccio mercenario Monti e della sua cricca di briganti capeggiata da Bersani, Berlusconi, Casini, e dai sindacalisti da salotto televisivo e ansiosi di entrare in parlamento alla Camusso, Bonanni, Angeletti, Landini) significa mettere un cappio al collo al paese e stringerlo di più ogni anno che passa, fino al definitivo soffocamento per eccesso di debito estero (soprattutto nelle condizioni miserevoli in cui si trova adesso l’Italia, costretta ad operare con un moneta straniera come l’euro, alla stregua dell’Ecuador o dei paesi del Terzo Mondo). 


Come accade con tutte le grandezze e le variabili più importanti studiate in macroeconomia (PIL, inflazione, disoccupazione, debito pubblico e privato, contabilità nazionale) ogni eccesso o difetto in uno o nell’altro verso porta sempre a uno squilibrio e ogni squilibrio deve essere poi riparato con operazioni straordinarie e non convenzionali, prima che si trasformi da temporaneo a permanente. E la bilancia dei pagamenti, l’indebitamento estero, il debito o credito estero cumulato che è la somma algebrica dei vari deficit o surplus di partite correnti che si succedono anno per anno (anche chiamato “Posizione degli Investimenti Internazionali Netti”, in inglese NIIP, “Net International Investment Position”) non fanno sicuramente eccezione a questa regola di buon governo dell’economia (ma anche norma di condotta della vita in generale, visto che comunemente si dice che “il troppo stroppia”).  


Ma dopo avere fatto questa doverosa premessa sull’importanza cruciale in economia della bilancia dei pagamenti, veniamo al punto della nostra discussione: mentre in Italia imperversano la crisi, il calo dei consumi, il crollo della fiducia, la disoccupazione, è accaduto un miracolo che dimostra una volta di più come il nostro paese non sia ancora a livello di Terzo Mondo, malgrado tutti i tentativi esogeni ed endogeni di farlo diventare tale che si sono succeduti da trenta anni a questa parte. E con una gestione più sostenibile e razionale dei processi economici e finanziari, basata innanzitutto sul rifiuto dell’euro e sul recupero della sovranità monetaria nazionale, l’Italia non solo potrebbe affrontare questa crisi in modo molto più efficace e indolore, ma risolverla in molto meno tempo rispetto a quello previsto dai catastrofisti a comando e a libro paga delle banche (che ripetono anatemi apocalittici, del tipo “con il ritorno alla lira l’Italia verrebbe tagliata fuori dai commerci internazionali per circa 10, 20, 50 anni, per tutta l’eternità!”, senza mai portare una sola prova o uno straccio di ragionamento scientifico sul quale basare queste previsioni insensate). 


Nel mese di giugno 2012, ISTAT ha infatti certificato un saldo positivo della bilancia commerciale italiana con l’estero, confermando un surplus di +2,517 miliardi di euro (di cui €997 milioni provenienti dai paesi intra-eurozona e €1,520 miliardi dal resto del mondo) rispetto al deficit di -1,704 miliardi registrato nello stesso mese del 2011. Un balzo spaventoso, impressionante, un vero miracolo (soprattutto se parametrato con le condizioni proibitive in cui si trovano a lavorare oggi le aziende italiane: crisi, tasse, burocrazia, costo del lavoro) che però il governo Monti si è guardato bene dal diffondere come successo propagandistico perché sa bene che non c’entra nulla con le sue riforme depressive ed è in un certo senso contrario a quello che è il suo vero obiettivo: rendere l’Italia un paese di consumatori e salariati e non di produttori, maggiormente dipendente dalle importazioni dall’estero, in modo da vincolare l’intero paese a rimanere ingabbiato più a lungo possibile nel sistema fascista di tortura finanziaria e espropriazione massiccia di ricchezza della moneta unica.


Analizzando il modo in cui si è formato questo surplus della bilancia commerciale, possiamo sicuramente confermare che una parte del successo può essere imputato alla crisi economica e al calo dei consumi, visto che le importazioni sono diminuite di un bel -7,1% in un anno, ma l’altra parte, le esportazioni che sono cresciute del +5,5%, sono senz’altro frutto della capacità delle imprese italiane, soprattutto nel settore manifatturiero e dei beni strumentali, di penetrare sia nei mercati bloccati e congelati dell’eurozona, che in quelli più dinamici dei paesi extra-eurozona ed emergenti. Ma cosa è accaduto di così eclatante e straordinario da spingere le aziende più tartassate e vessate del mondo a rialzare la testa? Ragioniamo. A livello mondiale, il quadro economico generale è rimasto pressoché invariato rispetto all’anno scorso: i paesi emergenti dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) a parte qualche lieve flessione crescono più o meno agli stessi ritmi, Stati Uniti e Giappone sono invece praticamente fermi sulla soglia di una nuova recessione. In Europa Italia, Grecia, Spagna sono in recessione tecnica, la Francia è in stagnazione e la Germania cresce ad un regime molto più basso dell’anno scorso. Quindi? Chi o cosa ha potuto trainare la ripresa delle esportazioni italiane? La risposta è molto semplice ed è ciò che i tecnocrati europeisti non avrebbero mai voluto sentire ronzare intorno alle loro orecchie, perché contraria a tutto ciò che loro avevano pianificato e previsto con l’introduzione di una moneta unica in Europa: la svalutazione dell’euro.


Se guardiamo infatti non al mese singolo di giugno, ma all’andamento del saldo della bilancia commerciale che si è registrato durante tutto l’anno, a partire dal mese di giugno 2011, scopriremo che il dato straordinario di giugno 2012 non è il frutto di un successo estemporaneo e passeggero ma l’effetto di una precisa tendenza che si è manifestata costantemente mese dopo mese. Se ci rifacciamo al primo grafico (vedi sotto) con i dati rielaborati questa volta da EUROSTAT, ci accorgiamo che il deficit della bilancia commerciale italiana con i paesi intra-eurozona si è ridotto mese dopo mese con una certa pendenza, la qual cosa non è evidentemente ascrivibile alla svalutazione dell’euro, dato che questi paesi utilizzano la stessa moneta. Una tendenza positiva che è molto più accentuata nei paesi della periferia e quindi è più marcatamente collegata ad un calo delle importazioni dovuto alla crisi piuttosto che ad un aumento delle esportazioni che comunque c’è stato.





Ma se esaminiamo adesso il secondo grafico (vedi sotto) con l’andamento dei saldi netti della bilancia commerciale con i paesi extra-eurozona, vediamo che ad eccezione dell’Olanda, il miglioramento nella bilancia commerciale con l'estero è condiviso da tutti i maggiori paesi dell’area euro, sia del centro (Francia, Germania) che della periferia (Italia, Spagna, Grecia, Portogallo, Irlanda), con una pendenza molto più ripida in questi ultimi rispetto ai primi, a conferma del fatto che le dinamiche del tasso di cambio flessibile sono più decisive e determinanti nei paesi meno organizzati in senso mercantilista sul modello della Germania, che con la sua politica di deflazione dei prezzi e dei salari e il contenimento della domanda interna ha sicuramente meno bisogno della svalutazione per accumulare surplus commerciali positivi e mantenere un’adeguata stabilità sociale entro i confini.





Nella tabella riassuntiva riportata sotto si vede chiaramente che in tutti i paesi PIIGS della periferia, ad eccezione del Portogallo, ma in misura minore anche in Germania e Francia, le variazioni marginali nella bilancia commerciale registrate durante l’anno sono maggiori negli scambi extra-eurozona che intra-eurozona, a riprova ancora del fatto che i benefici della svalutazione sia in uscita che in entrata (maggiori esportazioni e minori importazioni) con il resto del mondo hanno favorito un più rapido recupero di competitività. Nel caso dell’Italia, il nostro paese è riuscito a recuperare in un anno ben 1,4 punti percentuali di PIL negli scambi commerciali extra-eurozona, contro lo 0,4% recuperato all’interno dell’eurozona.        


  


Questi dati confermano ancora una volta, qualora fosse necessario, che mentre i paesi PIIGS hanno urgente bisogno di una moneta debole e più svalutata per far ripartire la ripresa degli scambi commerciali con l’estero, la Germania, sebbene sia stata favorita anche lei dalla svalutazione dell'euro, in ottica puramente mercantilista continua invece a preferire una moneta forte e ancora più rivalutata per mantenere alto il valore dei capitali accumulati in passato e assicurare un tenore di vita dignitoso ai lavoratori che hanno già dovuto affrontare parecchi sacrifici e rinunce in termini salariali. Ecco spiegato il principale motivo per cui Berlino, e in particolare la banca centrale tedesca Bundesbank, mettono continuamente pressione alla BCE affinché si astenga dalla tentazione di attuare nuove politiche monetarie espansive, del tipo LTRO (Long Term Refinancing Operation) di rifinanziamento a lungo termine delle banche o SMP (Securities Markets Programme) di acquisto di titoli di stato sul mercato secondario. E insieme a molte altre, questa è una delle ragioni per cui una moneta unica introdotta in contesti economici, politici, sociali del tutto differenti non può funzionare, dovendo conciliare esigenze spesso completamente opposte da parte dei paesi aderenti all’unione monetaria.   


Continuando però sulla linea dell’intransigenza, i tedeschi non solo dimostrano di avere imparato poco dal passato e di ignorare i sensazionali vantaggi prodotti dalla cooperazione (“teoria dei giochi”), ma anche di non avere ancora capito praticamente nulla sul funzionamento del sistema monetario moderno: il valore di cambio o il potere di acquisto di una valuta non dipende soltanto dalla “quantità di moneta” emessa dalla banca centrale (la teoria quantitativa della moneta di Fisher e Friedman, elevata a legge di natura soltanto in Europa, è ormai considerata una baggianata da tutti i maggiori esperti mondiali di politica monetaria), ma da “come” le banche private depositarie o gli stati nazionali mettono in circolo questi nuovi soldi, dagli scambi commerciali e finanziari con l’estero e dal grado di fiducia che gli investitori internazionali hanno sulle possibilità di ripresa e crescita economica di una certa area valutaria. Credere fra l'altro che esista un'elevata correlazione diretta fra svalutazione della moneta e perdita del potere di acquisto (o aumento dell'inflazione) porta immancabilmente ad una serie di errori e incomprensioni della realtà economica, da cui è difficile districarsi. 


Se osserviamo il grafico riportato sotto sull’andamento del valore di cambio euro/dollari durante l’ultimo anno, notiamo che la caduta libera dell’euro dal valore di picco di 1,45 dollari di agosto scorso a 1,24 dollari attuali (svalutazione del 14,5%), è iniziato ben prima della discesa in campo della BCE con le sue operazioni monetarie non convenzionali (datate settembre, dicembre e febbraio e anzi, come si può vedere dal grafico, in prossimità delle nuove massicce immissioni monetarie, l'euro rivalutava perchè aumentava la fiducia degli investitori internazionali) ed è dovuta principalmente all’incapacità e incompetenza dei tecnocrati europei di affrontare tempestivamente la crisi e trovare una soluzione condivisa, che a sua volta ha spinto i maggiori operatori finanziari internazionali a smobilitare in fretta tutte le attività denominate in euro, comprese le riserve in valuta, in vista della recessione puntualmente arrivata e del tracollo definitivo dell’unione monetaria. E in mezzo a queste tremende oscillazioni del tasso di cambio ed enormi iniezioni di massa monetaria nel sistema, l'inflazione media in Europa è rimasta ancorata al suo granitico valore del 2%, con basse variazioni sia verso l'alto che verso il basso, a dimostrazione del fatto che la visione neoliberista tedesca dell'economia, da cui dipendono le scelte della BCE e le sorti degli altri paesi europei, è completamente fuorviante. 






Non tutto il male (se la temuta svalutazione può essere considerata un male, visto che è un semplice dato tecnico che misura gli squilibri commerciali e finanziari in corso) viene però per nuocere perché sconfessando i detrattori dei cambi flessibili e gli esegeti della moneta forte, questa volta la svalutazione dell’euro ha chiaramente dimostrato che in certe particolari condizioni di stallo dell’economia può agire da volano di sviluppo e da motore di avviamento di tutte le attività produttive. Se consideriamo infatti la bilancia commerciale complessiva dell’area euro nei confronti del resto del mondo abbiamo nel solo mese di giugno un surplus di +3,7 miliardi di euro che annualizzato a tutto il 2012 diventa un avanzo di ben +66,9 miliardi: un notevole balzo in avanti se confrontato con il deficit commerciale di -7,4 miliardi registrato nel 2011, che può essere soltanto ricondotto agli effetti positivi della svalutazione. Un successo che spiazza soprattutto gli Stati Uniti, che spingono per una fine rapida della recessione europea e un ritorno della fiducia nel vecchio continente non tanto per un improvviso afflato di solidarietà (gli americani, ma ci credete voi?), ma perché il ritorno ad un euro più forte potrebbe arrecare considerevoli vantaggi alla fragile ripresa americana, che verrebbe trainata dalle esportazioni in Europa e da un dollaro nuovamente più svalutato.


E’ sempre utile ricordare che la svalutazione di una moneta nei confronti di una o più monete concorrenti corrisponde anche ad una rivalutazione di queste ultime rispetto alla prima: quindi il paese che aumenta le sue esportazioni appoggiandole su una moneta più svalutata, assisterà anche per diretta conseguenza ad una riduzione delle importazioni dai paesi che stanno intanto rivalutando e ad un maggior ricorso alle produzioni locali. Ovviamente il paese in questione dovrebbe essere in grado di sostituire rapidamente i beni di importazione con beni locali equivalenti, altrimenti la sua dipendenza dall’estero avverrà a costi sempre maggiori e insostenibili. Un caso quest’ultimo che può essere applicato ad un paese come la Grecia, ma non all’Italia, che a parte gli elevati costi per l’energia (petrolio e gas soprattutto) che pesano per circa il 17% sul valore complessivo delle merci importate, può contare su un’industria manifatturiera capace ancora (e nonostante tutti i legacci monetari e amministrativi con cui vengono quotidianamente strangolate) di competere alla pari in termini qualitativi e produttivi con le maggiori potenze industriali mondiali. Facciamo subito un esempio per capirci.


Se l’Italia dovesse uscire domani stesso dall’euro e ritornare alla lira, sappiamo ormai con un certo grado di approssimazione che la nuova moneta nazionale dovrebbe subire una svalutazione di circa il 20% rispetto alla moneta principale di riferimento (il marco tedesco) della precedente area valutaria di appartenenza. Ovviamente ciò significa che la lira si svaluterebbe nei confronti del marco ma potrebbe ragionevolmente rivalutarsi rispetto alle monete di altri paesi con cui manteniamo un saldo positivo negli scambi commerciali e finanziari. Tuttavia assumendo per eccesso una svalutazione media complessiva del 20%, avremo che i prezzi dei prodotti di importazione verrebbero automaticamente maggiorati della stessa quantità, perdendo convenienza rispetto a quelli locali. Ora di tutte le necessità impellenti di una comunità nei periodi immediatamente successivi ad un cambiamento così radicale di struttura economica, l’acqua corrente penso che sia uno di quei bisogni dai quali nessuno possa prescindere: se andiamo a scorrere l’elenco dei maggiori produttori di pompe idrauliche operanti nel mercato europeo scopriremo con nostra sorpresa che si tratta principalmente di aziende tedesche, francesi e “italiane”. Quindi per quanto riguarda l’acqua corrente siamo coperti e con la nostra bella liretta svalutata tanto invisa ai tromboni del regime potremmo comprarci le nostre belle pompe idrauliche “italiane”, in caso di guasto o svecchiamento per usura.


Se ripetiamo l'esperimento con altri beni di consumo, strumentali o intermedi essenziali ritroveremo insospettabilmente che le aziende italiane sono ancora tutte lì, presenti, eroiche a battagliare con cinesi, tedeschi, americani, francesi, giapponesi, coreani, nonostante questi lunghi trenta anni di cattiva politica e indegna guerra al massacro dell’economia nazionale. Se infine riprendiamo la solita solfa sull’arretratezza tecnologica italiana, la mancanza di industrie produttrici di computer, i-phone, i-pad, pensate davvero che con una corretta politica di incentivi e protezioni (come fanno tutti nel mondo) non potrebbe nascere in Italia una nuova filiera della tecnologia? Ma se le migliori schede elettroniche del mondo le costruiscono gli ingegneri italiani alla STMicroelectronics di Catania? Credete davvero che non sia possibile convincere un centinaio di questi ingegneri insieme ad altri cervelli in fuga in giro per il mondo a ritornare in patria per partecipare ad una nuova avventura tutta “italiana”?


Quello che in verità manca all’Italia non è la forza lavoro, le competenze, le professionalità (ripetiamo, sempre per adesso, ma più avanti si va in questa lenta agonia e maggiori sono le possibilità che la meschina classe dirigente attuale riesca a piegare le ultime resistenze ancora vive del paese), ma una vera classe dirigente, fatta di politici e imprenditori capaci di valorizzare queste risorse e di seguire un progetto dall’inizio alla fine, senza ripiegare su facili scorciatoie, intrallazzi, salvacondotti personali. E’ chiaro che con la svalutazione della nuova lira, gli investitori esteri avrebbero maggiori vantaggi a comprare a buon mercato le aziende italiane più attraenti, ma in questo caso dovrebbe essere la politica con giuste norme e sanzioni amministrative ad impedire le acquisizioni sregolate. Dovrebbe essere ancora la politica a favorire con sussidi e barriere all’ingresso delle merci concorrenti la nascita di aziende nei settori dove siamo carenti, perché il protezionismo non è affatto in contraddizione con il liberismo, dato che i due approcci possono benissimo convivere all’interno della stessa nazione: si può essere protezionisti con le aziende o i settori in fase di start-up e liberisti con le imprese già avviate e capaci di confrontarsi alla pari con i mercati internazionali. E’ sempre l’eccesso di protezionismo o di liberismo a creare squilibri irreparabili, non la giusta misura fra due strategie solo apparentemente opposte.


I liberisti o sedicenti tali che inquinano il dibattito pubblico italiano (vedi gli smidollati neoliberisti alla Oscar Giannino che vedono nello Stato il nemico degli affari, trascurando il fatto che esistono vari tipi di Stato e in quello ideale che andiamo tratteggiando qui, le istituzioni pubbliche sono il sostegno, il supporto, la soluzione alle richieste dell’economia e non il problema) dovrebbero rifarsi alle origini e alle tradizioni del liberismo europeo, andandosi a rileggere attentamente Adam Smith, per scoprire che la “Ricchezza delle Nazioni” di cui parlava l’autore non erano i soldi o l’oro, ma il lavoro, l’organizzazione, le competenze. Ci vogliono anni per formare un operaio qualificato, un ingegnere o mettere su un’azienda, mentre come tutti sanno ma fanno finta di non sapere bastano pochi secondi per creare o distruggere dal nulla enormi quantità di denaro digitale, che senza un corrispondente sottostante nell’economia reale sono solo impulsi elettronici privi di valore, ma capaci in un attimo di fare la fortuna di speculatori, banchieri, imprenditori neoliberisti smidollati che hanno preferito vivere di rendita con la finanza piuttosto che rischiare di gettarsi in un progetto che li obbligherebbe a lavorare per davvero. La vera risorsa scarsa non sono quindi i soldi, come vanno blaterando questi neoliberisti smidollati sulla scia della follia teutonica, ma gli uomini, le conoscenze, le idee, le innovazioni, la ricerca, la capacità di investire in un progetto e di utilizzare in modo sano e sostenibile le risorse naturali. Ed è di questa specifica “ricchezza” che continuando a percorre il vicolo cieco della perenne anemia finanziaria fomentata dal falso mito della moneta forte rischia di essere presto o tardi priva l’Italia.    


L’euro è stato l’alibi con cui è diventato più conveniente per questa sottospecie di decerebrati, gli imprenditori mercenari collusi con la politica corrotta che ha trascinato l’Italia nella gabbia depressiva e deflattiva dell’eurozona (i vari De Benedetti, Colaninno, Chicco Testa, Marchionne, Tronchetti Provera), ad abbandonare quasi del tutto la strada dell’innovazione e dello sviluppo e a mettersi al traino dell’allucinogeno miraggio europeista, basato sulle grandi corporazioni, la finanziarizzazione spinta delle attività, l’apertura convinta senza protezioni ai mercati internazionali, la riduzione dei salari e delle tutele sindacali, la bassa inflazione come unica arma di difesa nel tempo del valore dei grandi capitali accumulati dai cartelli monopolisti europei. Ma cosa si voleva sperare mettendosi in libera concorrenza con un lavoratore schiavizzato cinese? Che il salario dell’operaio italiano o tedesco sarebbe cresciuto? Che saremmo riusciti a piegare i mercati cinesi? Servono ancora grafici per spiegare che gli straordinari surplus commerciali tedeschi si sono creati grazie ad una guerra fratricida interna all’eurozona e non un centesimo è stato fatto a spese della Cina? Ma soprattutto, quale legge divina impone alle democrazie evolute europee di accettare la globalizzazione sfrenata e selvaggia come unica e definitiva forma di organizzazione degli scambi commerciali internazionali?


Questo tipo di globalizzazione, che avvantaggia in maniera spropositata chi non rispetta le regole, chi inquina, chi sfrutta i lavoratori, si può e si deve rimandare con forza al mittente (FMI, WTO, Banca Mondiale, BIS), come già hanno fatto parecchi stati del Sudamerica (Argentina, Ecuador, Venezuela, Bolivia). La conseguenza più ovvia della passiva assuefazione è stato invece il prevedibile, lento ma inarrestabile massacro della piccola e media impresa italiana, che a seconda dei casi è stata inglobata nei grandi gruppi industriali oppure, quando i costi di incorporazione o di gestione risultavano troppi elevati, lasciata da sola in balia dei “mercati” in attesa che venisse travolta e costretta al fallimento. Oggi come ieri, la piccola e media impresa italiana risulta un ostacolo per il progetto europeista di globalizzazione sponsorizzato dai banchieri e dalle multinazionali (che spesso sono un unico soggetto, suddiviso in un ginepraio di diramazioni, holdings, controllate, joint venture, società off-shore, scatole cinesi), iniziato da Kohl, Mitterand, Prodi e che Merkel, Monti, Hollande sperano di portare a termine: una struttura totalitaria compatta, che abbia il suo cuore finanziario nella BCE, nella Bundesbank, nelle banche tedesche e francesi, la muscolatura produttiva nelle grandi corporazioni transfrontaliere che non hanno più identità o appartenenza, fino ad arrivare alle sacche intestinali di manovalanza a buon mercato della periferia, passando per il centro nevralgico degli affari con sede a Bruxelles. Niente più propaggini, apparati pubblici ridondanti, enti locali battaglieri, imprese a gestione familiare, cani sciolti. Nessuno spazio per la democrazia. La contrattazione. I diritti umani.


Se è bastato un solo anno di crisi accompagnata da svalutazione dall’euro per far rialzare la testa a quel che è rimasto della piccola e media impresa italiana capace di esportare all’estero, significa che Mario Monti deve ancora lavorare parecchio prima di distruggerla definitivamente. E significa soprattutto che la strada intrapresa trenta anni fa dall’Italia di aggancio alla moneta forte e subalternità al vincolo esterno non era quella più adatta ad esaltare le caratteristiche produttive del nostro territorio. Gli italiani hanno bisogno di una moneta debole, più agile, flessibile, abbondante per riuscire a penetrare nei mercati internazionali, valorizzare le enormi risorse, investire nella creatività e nell’innovazione, tenere in piedi il suo costoso ma ineludibile stato sociale, contrastare le calamità naturali e il degrado ambientale, diventare un’avanguardia nel campo delle energie rinnovabili, che per ovvie ragioni geografiche e climatiche dovrebbero rappresentare un settore di traino dell’intera economia nazionale, non un settore di nicchia o un terreno di conquista per spregiudicati arrivisti, speculatori o dilettanti allo sbaraglio (si veda a proposito il piano energetico nazionale proposto dall’idiota banchiere prestato alla politica Corrado Passera che va in tutt’altra direzione, privilegiando le trivellazioni in cerca di petrolio e penalizzando per l’ennesima volta gli incentivi alle energie rinnovabili: cosa dire? Servono altre parole per avere una definizione più chiara di idiozia?).


Tutti questi progetti ed iniziative per diventare operativi hanno bisogno di una stretta interazione fra finanza pubblica e privata, senza troppi vincoli di politica monetaria di stampo teutonico, perché non si può pretendere di rimettere in moto un paese sperando solo nella fiducia dei “mercati” privati o nell’arrivo dei capitali esteri, per il semplice fatto che non è interesse dei “mercati” finanziare attività che vadano al di là del breve o brevissimo termine e non è interesse nostro chiedere gli investimenti esteri (quindi indebitarci) per progetti che possiamo tranquillamente condurre in porto da soli. Per ripartire e recuperare la competitività perduta in questi ultimi dieci anni di strazio, l’Italia ha bisogno di una sua moneta e di ampia libertà di manovra nelle scelte di politica economica. Ha bisogno della lira. Punto. L’Europa tutta ha urgente necessità di ritornare ad una più corretta ed equilibrata gestione degli scambi commerciali riprendendo ad una ad una tutte le monete nazionali accantonate con troppa fretta e rivitalizzando quei normali rapporti di vicinanza che per lungo tempo sono rimasti ingessati e a senso unico (dalla Germania alla periferia, solo andata senza ritorno) a causa del vincolo innaturale del cambio fisso prima e della moneta unica poi.


Questa opera di pulizia e redenzione non sarebbe come prospettano molti un anacronistico ritorno al passato, una chiusura nel becero nazionalismo, ma una semplice constatazione di un fatto puramente razionale, tecnico o se volete sociale che porta a bocciare un progetto sbagliato, dozzinale, perché poggiato su ipotesi sbagliate, grossolane, umanamente agghiaccianti. Una scelta politica avventata, che trascurando gli allarmi dell’economia, ha finito poi per vivere soltanto sulla manipolazione dei dati economici, fino alla definitiva ribellione di questi ultimi. Sono infatti i dati economici a gridare vendetta, più che la disperazione della gente o le tensioni, queste sì nazionalistiche, che puntualmente si stanno accendendo fra i popoli europei che per 50 anni, dopo la fine della seconda guerra mondiale, erano riusciti bene o male a vivere in pace e in armonia. Non sarà solo un caso che dopo l’ingresso nell’euro nel 2002, l’Italia non ha più registrato un surplus delle partite correnti con l’estero (vedi grafico sotto). Questo è un dato, su cui un giorno qualcuno dei responsabili politici dello scempio (la pseudo-sinistra italiana, il PD in particolare, e in misura minore il PDL e l’UDC) dovrebbe rendere conto e ragione ai cittadini italiani, in pubblica piazza (o meglio ancora in un’aula di tribunale).





Un’ultima considerazione prima di concludere. Finora abbiamo parlato solo di bilancia commerciale, esportazioni di beni e servizi, ma abbiamo trascurato il conto finanziario, ovvero il bilancio delle attività e passività finanziarie da cui dipendono poi gli interessi che paghiamo sul debito estero e i profitti che dobbiamo corrispondere agli investitori stranieri. Una moneta nazionale e una politica monetaria autonoma consentirebbero non solo di procedere ad un’indispensabile detassazione sia dei cittadini che delle imprese (ormai sappiamo che in un quadro di piena sovranità monetaria le tasse non servono per ripagare né le spese né i debiti pubblici) in vista di un ulteriore recupero di competitività, ma ad orientare perfettamente il regime dei tassi di interesse. Mantenendo un livello di tassi di interesse bassi per tutto il tempo necessario, potremmo rimborsare o rinnovare nel giro di pochi anni l’intero debito estero cumulato (che a dispetto di tutto e a differenza degli altri paesi della periferia europea è ancora gestibile, intorno al 30% del PIL, vedi grafico sotto), anche in presenza di una forte svalutazione della nuova lira (bisognerebbe vedere poi caso per caso, a secondo delle tipologie contrattuali adottate, quale parte di debito estero potrebbe essere denominato in nuove lire e quale invece dovrebbe essere denominato in una valuta internazionale). Questa conclusione deriva dallo stesso surplus della bilancia commerciale, che sospinto dalla svalutazione della lira escluderebbe, almeno inizialmente, la necessità di tenere alti i tassi di interesse per attirare capitali esteri necessari a riequilibrare eccessivi disavanzi nelle partite correnti. Si innescherebbe in pratica un circolo virtuoso capace di annullare con i surplus commerciali gli effetti nefasti di crescita degli interessi dovuti all’adozione dell’euro, che sono la causa maggiore del nostro attuale deficit nelle partite correnti.






Poi sapendo tutti questi “fatti” e conoscendo questi “dati”, ognuno è libero di farsi rimbambire con i canti corali sulla tragedia greca o le violente picchiate dei falchi tedeschi, rimanendo immobile in attesa del gran finale. Ma la realtà dei “fatti” non cambia. L’euro è una moneta sbagliata, destinata a scomparire e prima o dopo, volenti o nolenti, noi dovremo tornare alla lira. Se lo faremo prima, i costi umani e sociali saranno minori, perché gli indici economici confermano che oggi siamo ancora in tempo per uscire dall’euro senza troppi traumi. Se lo faremo dopo invece, quando il nostro tessuto produttivo interno sarà stato dilaniato e impoverito, le condizioni saranno molto più sfavorevoli e servirà più tempo per ripristinare una situazione di normalità e di equilibrio. Questo dice l’economia, tutto il resto, le previsioni di Monti, le minacce di Draghi, le carriole di Bersani, le preghiere rivolte alla Mecca dei sindacalisti sono solo una farsa, una pantomima che serve a coprire un’altra pagliacciata, molto più vile e insidiosa, andata in scena più di trent’anni fa. Chi si diverte con poco si accomodi pure, ma poi non si stupisca se un giorno si ritroverà con un cappio al collo e sull’orlo di un baratro perché “ce lo chiede l’Europa!”.   

                                                                        

47 commenti:

  1. Era da un po' che non ti leggevo ma vedo che non hai perso la tua vena lirica, complimenti. Però Piero, non è che sottovaluti la capacità dei governanti europei di portare avanti il progetto della moneta unica? E' ovvio, l'euro così com'è non può resistere a lungo, ma nulla toglie che con il tempo venga messo in carreggiata modificando gli aspetti che non funzionano. D'altronde alcuni piccoli passi sono già stati fatti e non capisco perchè escludi in maniera così categorica la possibilità che altri, seppur maggiormente impegnativi, ne seguano.

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    1. Jan, mi permetto di fare un'osservazione. Parto citandoti: "nulla toglie che con il tempo venga messo in carreggiata modificando gli aspetti che non funzionano".
      Dato che il sistema Euro è di fatto un progetto delle oligarchie franco-tedesche per creare un sud europa cina-style (disoccupati e sottocupati in perenne precariato), come si può credere che ci sia anche solo una minima volontà da parte degli organi competenti in Eurozona (vedi Commissione Europea, che NESSUNO di NOI EUROPEI vota o vigila) per "rimettere in carreggiata" l'Euro ?
      Io non sarei così fiducioso, nel senso che, su questo fatto, hai già conferme. L'europa non è stata fatta per i popoli. E non lo dico io: lo dice la Storia.

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  2. Ciao Jan...credi che "con il tempo"...ci faranno svalutare? Potremmo sganciarci dalla moneta forte? Quali tipi di aggiustamenti intendi tu? Io vedo solo un futuro dove privatizzeranno anche l'aria che respireremo...con tariffe che varieranno dal grado di inquinamento, dal luogo e dall'altitudine....i poverelli potranno permettersi l'aria di Pechino delle 8 del mattino....i più fortunati quella delle splendide colline scozzesi o dell'antartide...
    Usa con i paesi del Sud America e i paesi centro-nord con quelli del Sud Europa...è una fotocopia...i sud americani si stanno svegliando...e lo stesso succederà con i paesi PIIGS...siamo latini....e non vichinghi.
    Forse adottando una riforma del lavoro alla tedesca, Hartz IV (siamo sulla buona strada, forse peggio), tenteranno la competizione ma purtroppo le "bollette, i mutui, gli affitti e i carburanti" non "svaluteranno"...Anche se socializzeranno il debito l'austerità continuerà...anzi i controlli saranno ancora più severi....
    L'euro è uno dei più grandi errori dell'umanità...

    Saluti Santo.

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  3. Non so se l'euro sia uno degli errori più grandi dell'umanità, che di errori ne ha visti veramente tanti... però sicuramanente è un errore come esso è costruito. Ma gli errori si possono anche correggere. Corretti gli errori sui quali si basa la moneta unica, essa diventa una moneta come le altre, nè più nè meno. Quello che non capisco è la facilità con la quale si da per scontato che questo non avvenga. Gli aggiustamenti non sono difficili da individuare: un tesoro europeo ed una banca che funga da prestatore di ultima istanza. I governanti europei hanno tutti i mezzi per compiere questi passi e rendere l'euro una moneta normale. Basta volerlo. E sinceramente a me sembra che lo vogliano, e d'altronde è nel loro interesse.

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    1. Jan, quanto tempo!!! Che piacere risentirti...come vedi la mia vena non si è ancora esaurita e con scarsi risultati cerco di tenerla a freno...è sempre la solita storia, inizio con l'idea di scrivere quattro righe sintetiche e dirette e poi mi faccio prendere la mano, dicendo che questo non posso non dirlo, quest'altro è troppo importante per ometterlo etc etc...per quanto riguarda la tua giusta osservazione, penso che sì, faranno di tutto per tenere in piedi l'euro perchè è principalmente nel loro interesse mantenerlo (non certo nostro, di noi normali cittadini intendo, che non siamo banchieri, lobbisti e non abbiamo appoggi al Gruppo Bilderberg per entrare nella Commissione Europea...), ma le strade finora scelte sono tutte sbagliate e conducono invariabilmente alla sua fine...tu hai visto qualche seria riforma in direzione di un'unione fiscale e politica più concreta? Tu hai sentito parlate di unificazione del mercato del lavoro, in modo da equiparare stipendi e istituti previdenziali? Tu hai sentito accennare ad un'unione di trasferimenti che equilibri maggiormente la distribuzione delle risorse finanziarie? Per non parlare della rigidità tedesca sul versante di politica espansiva dei salari e della domanda interna, che consenta alla periferia di esportare di più in Germania e di ripagare il loro enorme debito estero accumulato (l'ultimo grafico è molto significativo in questo senso: il debito estero della periferia non può essere ripagato puntando solo sull'austerità, ma concedendo a questi paesi degli sbocchi commerciali che fino ad adesso gli sono stati negati...almeno interni all'eurozona, perchè sappiamo che nel resto del mondo la svalutazione dell'euro ha fatto miracoli!)...
      Come dice Santo, i tedeschi sono troppo infatuati dal loro mito della moneta forte per capire che un pò di svalutazione può aiutare tutti e persino loro ad uscire dai pantani...e soprattutto non sono disposti ad accettare un pò di inflazione interna come maggiore strumento di sostegno della periferia...altro che fondi di salvataggio!!! I tedeschi preferiscono che tutto vada a ramengo, costringendo i loro stessi cittadini a fare dei sacrifici inutili, piuttosto che concedere qualcosa su questo versante...
      I tentativi di alleggerimento degli spread da parte della BCE, sempre accettati con grande fatica dai tedeschi, servono solo a questo e a nient'altro: ad abbassare gli spread...ma non risolvono nessuno dei fattori strutturali o squilibri macroeconomici di cui abbiamo parlato, che in ogni caso, con tutta la buona volontà dei paesi membri (che fin adesso non c'è stata, perchè appunto nessuno vuole realmente modificare l'assetto attuale...), rimarrebbero tali perchè sono endogeni al mercato europeo: scarsa mobilità dei fattori produttivi (capitale e lavoro) e mancata convergenza dell'inflazione (che favorisce nel mercato interno i paesi a più bassa inflazione come la Germania...)...

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    2. La moneta unica è stata introdotta con l'unico scopo di togliere agli stati la facoltà di emettere moneta e di deflazionare i salari dei lavoratori, come unico fattore di accumulo di ricchezza netta (guarda caso sempre a vantaggio dei grandi gruppi industriali, degli oligarchi capitalisti, a cui andranno sempre e comunque i profitti delle maggiori esportazioni e non dei salari dei lavoratori, e l'esempio della Germania è lampante: dove sono andati a finire i soldi dei loro enormi surplus commerciali? Non certo nelle tasche dei lavoratori...)...e nessuno ha intenzione di cambiare questa impostazione di fondo, perchè sarebbe una sconfitta delle ragioni ultime per cui è stata introdotta una moneta unica in Europa...inoltre, anche se l'Italia dovesse portare a termine le sue "riforme strutturali" continuando a deflazionare i salari, non è detto che questa politica porterà gli stessi i frutti che ha avuto la Germania, perchè le condizioni al contorno sono cambiate (il mondo intero è sull'orlo di nuova recessione) e mentre noi deflazioniamo, la Germania non inflaziona, perchè manca del tutto il coordinamento delle politiche fiscali e la volontà di aiutarsi reciprocamente...se poi consideri che più che la svalutazione interna è stata la svalutazione dell'euro a far ripartire le esportazioni europee, capisci che le riforme del lavoro che hanno avuto successo in Germania, non sono valide per tutti e per sempre, anzi, sono il modo più sbagliato di interagire con i paesi internazionali che hanno maggiori possibilità di agire sulle loro leve monetarie (guarda gli Stati Uniti che continuano imperterriti con i loro QE, o la Gran Bretagna, il Giappone o la stessa Cina, che non si fa alcuno scrupolo ad adottare politiche monetarie espansive)....ecco per quale motivo sono così certo che l'euro scomparirà e dovremo presto o tardi tornare alla lira...perchè è vero che qualcosa è stato fatto, ma tutte le scelte fatte vanno sempre nella direzione sbagliata...ho cercato di sintetizzare al massimo, ma più di così non riesco!!!

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    3. Ciao...ma questo miracolo dell'export italiano sortira' qualche effetto sui disequilibri tra i partner- concorrenti europei e sui divari di competitivita' nonostante tutto l'impegno che i vertici stanno mettendo con le solite risapute ricette per avviarci nel cratere che sempre ci insegue (metafora tipica Montiana). Insomma se adesso abbiamo un surplus della bilancia commerciale e' possibile che i mercati siano piu' benigni ? E' lecito aspettarsi un miglioramento spontaneo, come spontanea e' ' stata questa ripresa dell'export spinta dalla semplice legge della domanda e dell'offerta ? E' veramente sorprendente che un fatto cosi' inaspettato (?) e macroscopico non abbia nessuna conseguenza e che non se ne parli assolutamente.
      Dobbiamo solo soffrire?

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    4. @contessaelvira

      La competitività è sostanzialmente un altro nome per dire produttività. La produttività è normalmente intesa come la capacità di produrre di più con meno risorse. Ci sono diversi KPI che la misurano, come per esempio il PIL procapite, ma ve ne sono molti altri.

      Normalmente, nei media mainstream, la produttività è implicitamente pensata come una caratteristica della produzione; "La fabbrica di auto è produttiva perché ha linee di produzione moderne ed automatizzate", si sente dire.

      In macroeconomia, però, la produttività è calcolata ex post dividendo un valore della produzione per le unità di lavoro o altre quantità simili.

      QUINDI UN PAESE E' PRODUTTIVO E COMPETITIVO QUANDO VENDE, NON VENDE PERCHE' E' PRODUTTIVO E COMPETITIVO. La relazione di causa ed effetto è esattamente l'opposto di quella implicitamente utilizzata nei media mainstream. La nostra bellissima fabbrica di auto è solo uno spreco se non esiste una domanda che la fabbrica stessa sia in grado di soddisfare. Certo, è più probabile che si intercetti domanda producendo auto moderne ed economiche che vecchie e costose, ma la domanda deve sempre e comunque esistere.

      Venendo a noi, i mercati sanno benissimo quello che ho descritto sopra, sanno che gli squilibri fondamentali della zona euro sono ancora tutti lì e quindi non vedono nessun particolare motivo per cambiare l'outlook.

      Quanto poi al fatto che non se ne parli, Piero ha spiegato molto bene il perché.

      Spero di essere stato chiaro, e perdonate le approssimazioni.

      Roberto Seven

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    5. @Roberto. Forse la domanda era mal formulata. Ti ringrazio delle tue note ma sono cose che gia' conosco, anch'io ho studiato con Goofy....Quello che mi chiedevo e' se il surplus della bilancia commerciale con tutto il mondo dovuto all'export gia' avvenuto negli ultimi dodici mesi non compensi in qualche modo il deficit con la Germania. Questo surplus rappresenta' comunque maggiori introiti per le imprese e di conseguenza anche per lo Stato, o no? E' ovvio che se l'Italia ha esportato tanto di più,in concomitanza col la svalutazione dell'euro, e' anche questione di competitivita'. Piuttosto sarebbe interessante vedere anche gli esiti negli altri paesi periferici.

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    6. Il chiarimento fornito da Roberto è corretto e andrebbe ripetuto fino alla sfinimento per solite chiacchiere piddine sulla mancanza di produttività dell'Italia:

      QUINDI UN PAESE E' PRODUTTIVO E COMPETITIVO QUANDO VENDE, NON VENDE PERCHE' E' PRODUTTIVO E COMPETITIVO

      Il fattore che questo surplus commerciale non intenerisca i mercati è incluso nel modo in cui è avvenuto, ovvero l'unico modo che l'Unione Europea non sta perseguendo e dichiaratamente dice di non voler perseguire: la svalutazione dell'euro. In pratica questo surplus, nell'ottica dei tecnocrati europei, è avvenuto per sbaglio...quindi non è che questo crei fiducia nei mercati, perchè se l'unica cosa positiva che otteniamo arriva contro la nostra volontà, significa che questa nostra volontà ci porterà esattamente nella direzione sbagliata...non so se il concetto è chiaro: ma diciamo che agli occhi dei mercati, gli europei, non a torto, appaiano dei pazzi e quindi più lontano si sta dall'Europa e meglio è....
      Per il resto, un surplus ottenuto in un solo mese è ancora poco cosa per abbattere il debito estero che è il 30% del PIL...considera poi che in termini di partite correnti (bilancia commerciale+interessi e profitti) noi siamo ancora in deficit e solo attraverso un surplus di partite correnti puoi abbattere il debito estero e dare fiducia ai mercati...la straordinarietà di questo surplus commerciale sta soprattutto nei tempi e nei modi in cui è stata attenuto, non tanto nella quantità...

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    7. Grazie dell'approfondimento,ora va meglio

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  4. secondo me le scelte fatte non sono nella direzione sbagliata, andavano fatte. il problema è che sono costose in termini di sacrifici per la popolazione e quindi andavano accompagnate da altre scelte in modo da bilanciare le ripercussioni sui ceti più deboli. inoltre esse non bastano da sole ma debbono essere seguite da un unione europea politica e fiscale oltre che monetaria. forse il nostro disaccordo è nel credere o meno che come dici tu "La moneta unica è stata introdotta con l'unico scopo di togliere agli stati la facoltà di emettere moneta e di deflazionare i salari dei lavoratori, come unico fattore di accumulo di ricchezza netta". io penso che lo scopo di fondo della moneta unica e del progetto di un europa unita sia la pace. certo in principio hanno cercato di raggiungere lo scopo senza dover rinuncire alla ricchezza, anzi cercando di aumentarla a tutto svantaggio dei ceti deboli. ormai però è evidente che in questa maniera la moneta unica non ha vita lunga e quindi a mio avviso i governanti si troveranno di fronte alla scelta se implementare un unione politica e fiscale oltre che monetaria, intese come veicoli di pace, e quindi una parziale rinuncia a politiche deflazionistiche oppure la continuazione di queste politiche le quali porterebbero alla fine della moneta unica e della possibilità di un unione europe. e a mio avviso la scelta sarà quella per un unione europea piena, perchè garantisce maggiormente la pace e di conseguenza alla fin fine garantisce maggiormente l'accumulo di ricchezza. pensiero contorto ma spero di essermi spiegato. tanto sai che non ho la tua dimestichezza con il linguaggio! che ne pensi?

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    1. Jan, perdonami, ma per pace intendiamo affamare il popolo greco? E' questa l'Europa della solidarieta? Sei al corrente della situauzione portoghese? Del crollo sociale spagnolo? Ma stiamo scherzando? Decenni di battaglie per le conquiste sociali svanite nell'arco di 3-4 anni...Sarebbero dovuti intervenire immediatamente al primo sintomo di squilibrio e non..."adesso faremo, adesso vediamo, ancora un po' di tempo, l'equlibrio tornerà"...Ma cos'è ? Un esperimento? Scusami ma con monete diverse non può esserci la pace? La pace è solo una questione di volontà politica e non di moneta...Ma vedi...io sono convinto che l'odio e i disordini nasceranno adesso, in questa situazione,...altro che pace....Poi, mi ripeto, 'Europa è un contenitore di razze troppo diverse....meglio ognuno a casa sua, con una sana e pacifica competizione a tutti i livelli...verranno premiati così i migliori...e non i più furbi...La nostra cultura, la nostra industria, la nostra inventiva và salvaguardata e protetta e a me l'idea di allineare tanti popoli diversi sulla stessa riga....mi fa quasi ridere...Ogni popolo ha le sue esigenze, le sue priorità, la sua storia...solo il rispetto di queste eviterà "la guerra"....

      Saluti Santo.

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    2. ovviamente Santo sono al corrente di tutte le conseguenze del momento, vedi Grecia, Portogallo ecc ecc. ma il mio non era un discorso sul bene od il male di queste scelte, era sul dare o meno per scontato che l'esperimento dell'euro fallirà. "Ma vedi...io sono convinto che l'odio e i disordini nasceranno adesso, in questa situazione,...altro che pace....". ne sono convinto anch'io, e proprio per questo penso che esiste una seria possibilità che i governanti saranno costretti a modificare i meccanismi di funzionamento della moneta unica, e che quindi alla fine l'euro sopravviverà e si arriverà ad un unione politica europea. non darei così per scontato il ritorno alle monete nazionali, come sia Piero che tu fare. poi possiamo discutere sull'opportunità di queste scelte, ecc ecc, ma non era l'oggetto del mio commento.

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    3. Jan, sono convinto anch'io che faranno cambiamenti, correggeranno il tiro...e questa moneta sopravviverà, probabilmente faranno anche tutte le unioni del caso...Ma a che prezzo? Come faremo a riprenderci il maltolto...? Perchè, credimi, tutto quello che perdiamo adesso....non ci verrà restiuito..L'unico che può controllare "il mercato" è lo stato...ma lo stato sembra essere diventato il demone dei giorni nostri...

      Saluti Santo

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    4. Jan, penso che la pace sia da sempre stato l'ultimo dei pensieri dei padri fondatori, dei progettisti e degli attuali tecnocrati dell'euro...quando Mitterand mise pressione a Kohl per accelerare i tempi di unificazione, non era di certo alla pace che pensava, ma alla possibilità che la Germania unita e priva di vincoli potesse diventare una potenza "economica" capace di mettere sotto scacco mezza Europa e persino la Francia, che quantomeno voleva rimanere agganciata al treno tedesco, cosa che gli è riuscita fino ad oggi, anche se cominciano i primi segni di cedimento...
      Che l'attuale classe dirigente europea farà di tutto per tenere in piedi non ci sono dubbi, ma ancora una volta non è la pace il loro obiettivo, ma creare quella struttura totalitaria fascista che possa eliminare del tutto quel fastidioso ostacolo della democrazia agli affari...l'euro è il principale strumento di repressione delle masse e per una classe dirigente che si propone di governare e soggiogare le masse sarà dura privarsi di uno strumento così efficace...in fondo, i vari Merkel, Hollande, Rajoy, Monti vorrebbero diventare come Obama negli Stati Uniti, Putin in Russia, Wen Jiabao in Cina, perchè a loro modo di vedere, una struttura politica autoritaria, oligarchica facilita gli affari al contrario della democrazia (e non hanno tutti i torti, dal punto di vista neoliberista, e l'esperienza di Pinochet in Cile insegna...)...
      Tuttavia ciò non toglie che per ragioni macroeconomiche interne all'eurozona, queste condizioni non possono realizzarsi e l'euro cadrà per le ragioni già note a tutte...fra l'altro, non bisogna trascurare il fatto che gli Stati Uniti stanno facendo il tifo per l'euro per mantenere la stabilità mondiale fino alle elezioni presidenziali di novembre, ma poi, una volta rieletto il nuovo presidente (Obama va benissimo, perchè tiene a bada i fessi con le sue riforme falsamente popolari e dall'altra favorisce le solite lobbies finanziarie), gli Stati Uniti potrebbe cominciare ad attaccare seriamente l'euro per frenare l'espansione tedesca in Europa...insomma pare che a livello geopolitico si stiano creando due nuovi fronti: Germania, Russia e Cina da una parte e Stati Uniti dall'altra, e l'euro potrebbe essere l'ago della bilancia in questa contesa che è prettamente politica, strategica, economica...ripeto, il discorso della pace per me non c'entra nulla, perchè nessun faccendiere anglosassone, europeo, russo avrebbe interesse a portare la guerra in Europa, visto che può fare tranquillamente affari esportando la guerra in Africa, in Medio Oriente, in Siria e chissà molto presto in Iran...se Russia, Germania e Stati Uniti vorranno affrontarsi militarmente, sceglieranno un campo di battaglia specifico (Iran per esempio...) che sia quanto più possibile distante dalle loro nazioni di origine...dalla fine della seconda guerra mondiale è accaduto sempre così (vedi guerra in Corea, Vietnam, Afghanistan...secondo me l'ipotesi della guerra in Europa e quindi l'euro come strumento di pace non è assolutamente credibile...

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    5. secondo me sottovaluti il loro interesse a mantenere una pace duratura. è vero, non è il primo dei loro pensieri che è il profitto, ma è il secondo perchè solo una pace duratura mette al sicuro il capitale accumulato.

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    6. Mettiamola così Jan, dal giorno della tua nascita hai mai percepito sentori di guerra in Europa fra francesi, tedeschi, spagnoli, italiani??? Anche nel momento più critico della guerra dei Balcani o in Libia (quelle geograficamente più vicine...), hai mai avvertito la pur lontana possibilità che potesse nascere in Europa una guerra??? Sinceramente, ma credi davvero che serviva l'euro per impedire che i francesi attaccassero la Germania o viceversa???

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    7. mettiamola così Piero, dal giorno della tua nascita è mai esistita in europa una libera fluttuazione delle monete?

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    8. No...ma non capisco il nesso fra la libera fluttuazione delle monete e la guerra...non mi pare che il cambio fisso sia riuscito nella storia ad evitare le guerre...anzi, ha creato sempre tensioni fra i paesi centrali e periferici dell'area valutaria, come adesso nell'eurozona...concordi???

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  5. Scusa Jan se mi intrometto...ma riguardo al vecchio sogno del progetto di unita' politica europea si e' rassegnato persino Barbapapa' (L'EUROPA FEDERALE TRA IL SOGNO E LA REALTA' ) e non potendo vivere senza sogni si e' messo a fantasticare sul l' altro vecchio sogno mediterraneista ultimamente trascurato.
    Naturalmente senza rinunciare all'Euro!

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    1. ripeto, io non ho tutte queste convinzioni. ed al momento non mi sembra che i governanti ci abbiano rinunciato a quel progetto, tutt'altro. poi può essere che abbia ragione Barbapapà ci mancherebbe, d'altronde uno divertente come lui come potrebbe mai sbagliare!

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    2. Contessa, complimenti per gli articoli che vai pescando che sono veramente illuminanti (metti i link però per facilitare la ricerca...anzi a proposito se qualcuno sa come rendere attivi i link nei commenti mi farebbe un grande favore...)
      Sulla questione sollevata da Eurasia sono completamente d'accordo sul fatto che la Germania stia cercando uno sbocco ad oriente (Russia e Cina) per uscire dall'eccessiva dipendenza dall'Europa...tuttavia non sono tanto sicuro che la Germania possa fare con la Russia lo stesso giochetto che ha fatto con la periferia europea, indebitandola per poi invaderla...per un semplice motivo: la Russia ha le materie prime (gas e petrolio) e la Germania no...e le materie prime vengono gestite da multinazionali russe (Gazprom, Yupos e tutte le altre) e quindi come farà la Germania ad indebitare un paese da cui acquista materie prime??? Non potrà mai farlo, perchè se ricordi il caso argentino, la Repsol spagnola e le altre multinazionali europee e americane del petrolio si erano impossessate dei giacimenti argentini e solo così hanno potuto indebitare e portare al fallimento l'intero paese...cosa che invece la Germania non potrà mai fare con la Russia...molto interessante invece la previsione che dopo le elezioni presidenziali di Novembre, gli Stati Uniti possano scendere più decisamente in campo per favorire la fine dell'euro e mettere un freno all'espansione tedesca...ma ombra di guerre militari, secondo me, non se ne vedono proprio, qui si sta parlando di affari, finanza, soldi...le guerre se ci saranno verranno esportate in Siria o in Iran...

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  6. Dire che la "Teoria quantitativa della moneta" è una fesseria sulla base delle idee di un tizio che ritiene che lo Stato spende creando moneta dal nulla mi sembra ingeneroso, come accostare il genio di Fisher e l'insipidità di Friedman (che non ha mai avuto un'idea sua che sia una).
    Anche perchè non mi sembra che Werner o Dyson si discostino molto da questo paradigma.
    Per il resto, eccellente e preciso articolo.

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    1. Sull'accostamento fra Fisher e Friedman hai perfettamente ragione dato che il primo era un vero economista, e il secondo soltanto un ciarlatano...ma dato che la teoria quantitativa della moneta fu inventata da Fisher e poi strumentalizzata da Friedman, ho preferito citarli entrambi per non fare un torto a nessuno...
      La cosa che rende insostenibile e goffa la teoria quantitativa della moneta è la relazione deterministica (??? deterministica??? Non c'è nulla di certo e deterministico nell'economia e già solo per questo la teoria dovrebbe essere rapidamente accantonata...) fra massa monetaria creata dal nulla dalla banca centrale e inflazione, sulla base della note equazione di equilibrio MV=PT. Ora siccome la velocità di circolazione della moneta V e la quantità di transazioni finanziarie non sono una costante al crescere della massa monetaria, la teoria si basa su fondamenta fragili, capaci di accalappiare solo degli studenti in cerca di certezza e lezioni facili da ripetere in sede di esame....ma non chi studia seriamente l'economia, per farne uno strumento di analisi, interpretazione e previsione della realtà dei fatti...
      La realtà dei fatti ha già ampiamente dimostrato (QE del Giappone, degli Stati Uniti e della Gran Bretagna) che aumentando in maniera vertiginosa la massa monetaria non si è alzata di un centesimo di punto percentuale l'inflazione, anzi in alcuni casi si è pure abbassata...per il semplice motivo che questi soldi non sono stati immessi nell'economia reale, ma nei conti di riserve di banche, quindi circolano solamente nel mercato finanziario (titoli, azioni, prestiti interbancario) ma non arrivano mai a lambire i mercati produttivi...altra cosa sarebbe se questi soldi venissero utilizzati dagli stati per spesa pubblica perchè in quel caso avremmo qualche rischio di bolla inflazionistica, ma con un tale livello di disoccupazione e basso sfruttamento della capacità produttiva, credi davvero che non ci siano ancora margini per spendere in investimenti produttivi per alzare contemporaneamente sia l'offerta che la domanda di beni e servizi e lasciare invariata l'inflazione...Werner e Dyson cercano di semplificare molto la questione, ma in fondo dicono questo e hanno individuato la vera causa che nei sistemi neoliberisti attuali (con stato assente o sterilizzato con i pareggi di bilancio) favorisce l'aumento dell'inflazione: l'aumento dell'attività creditizia delle banche...se le banche non eccedono nella quantità di prestiti alle imprese e alle famiglie, rischi di aumento di inflazione non ce ne possono essere, perchè le banche (insieme agli stati, che come abbiamo detto sono impotenti...) sono gli unici enti che possono aumentare la massa dei depositi circolanti...e quindi avere un impatto reale sull'aumento dei prezzi al consumo, quando questi prestiti servono solo a creare bolle speculative...ma di tutte queste cose ne abbiamo parlato qui:

      http://tempesta-perfetta.blogspot.it/2012/02/positive-money-chi-deve-emettere-la.html

      http://tempesta-perfetta.blogspot.it/2012/04/inflazione-no-grazie-gli-errori-della.html

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    2. Vero, quello che contestavo è il fatto che se è vero che rinchiudere l'intera economia in un'equazioncina è da dementi, viceversa sottovalutare la portata inflaizonistica dell'espansione della massa monetaria (come regolarmente fa una parte importante della scuola neokeynesiana) mi pare persino peggio.

      Non che l'inflazione sia di per se un male (talvolta risulta necessario pompare liquitdità nel mercato), quanto per la naturale tendenza a drenare potere d'acquisto nei redditi fissi in favore sopratutto del lavoro autonomo, della speculazione immobiliare e dei debitori miliardari.

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    3. Che ci sia un nesso fra massa di moneta circolante e inflazione è indubbio...ma siccome la quantità di moneta circolante viene regolata soprattutto dall'attività creditizia delle banche, la causa di questa inflazione potrebbe non essere affatto la base monetaria immessa dalla banca centrale e la spesa pubblica dello stato...considerando poi il complesso meccanismo con cui si formano i prezzi sui mercati, non è escluso che la relazione fra moneta circolante e inflazione sia di tipo inverso: quando i prezzi si alzano, a causa di aumenti salariali, monopoli, saturazione della capacità produttiva, regime di piena occupazione, questi trascinano una maggiore quantità di moneta circolante, perchè le imprese e le famiglie chiederanno maggiori prestiti per finanziare investimenti e consumi...

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  7. Per me l'Euro e l'Unione Europea nascono con uno scopo esattamente opposto a quello della pace: per una pura volontà di potenza, altro che pace. Alla fine della seconda guerra mondiale abbiamo assistito al declino delle vecchie potenze coloniali europee e all'emersione delle due superpotenze e dei due blocchi contrapposti. Che guerre si dovevano fare le Nazioni democratiche europee schierate e "colonizzate" dagli USA? Non solo non avrebbe avuto senso ma neanche ci sarebbe stato permesso. L'Europa con la pace che c'e' stata dalla seconda guerra mondiale in poi non c'entra proprio nulla.
    Oggi sarebbe stato possibile una guerra se non ci fosse stata l'Unione Europea e l'Euro, che ne so, tra Francia e Germania? E giustificata come? Come avrebbero potuto convincere la democratica opinione pubblica francese che era necessario invadere la democratica Germania o viceversa? Non ha senso. Invece ha senso voler creare un super-stato, fregandosene della sofferenza delle popolazioni, per "competere" con la Cina e gli USA e riprendere il vecchio ruolo di centralita' dell'Europa.Poi la competizione potrà essere economica o militare. Questa a casa mia si chiama volontà di potenza e io non ci tengo affatto. Preferisco il mio piccolo Stato che si fa gli affari suoi e non aspira al dominio del Mondo. Ciaoo :-)

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    1. Completamente d'accordo con te, ottimo intervento...se aggiungiamo pure che non c'è stato sentore di guerra in Europa neanche nei momenti più critici come la disgregazione dell'URSS, l'unificazione tedesca, la guerra dei Balcani, figuriamoci se era necessario l'euro per evitare conflitti armati fra francesi e tedeschi, o spagnoli e italiani...se una cosa hanno imparato gli europei dagli americani dalla fine della seconda guerra mondiale è questa: se vuoi fare affari e vuoi arricchirti, le guerre le devi esportare altrove e non portartele in casa...

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  8. ...perdonate la forse banale premessa, ma se l'Italia dovesse uscire, a catena crollano tutti, compresa la Germania, dunque se l'Italia esce è facile che l'Euro sparisce definitivamente !

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    1. Non è così scontato...se la prima nazione ad uscire sarà l'Italia, o la Grecia, la Spagna, i paesi del centro come Germania, Austria, Finlandia, Olanda potrebbero trovare un nuovo accordo monetario per mantenere in vita l'euro, perchè le loro strutture economiche, politiche, sociali, linguistiche sono molto assimilabili e tali da rendere la nuova regione un'area valutaria ottimale...viceversa se la prima nazione ad uscire sarà la Germania, cosa molto più probabile, sarà difficile che Italia, Spagna e Francia trovino un nuovo accordo monetario e allora come dici tu, l'euro scomparirà e si dovrà tornare alle monete nazionali...

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  9. Fu come un matrimonio d'interesse. Si disse: l'amore verrà. E forse sarebbe anche potuto arrivare, invece venne la crisi. Si cominciò a rinfacciarsi le colpe e ci si guardò in cagnesco, mentre la sofferenza della gente aumentava. Volutamente non fu prevista una via d'uscita, il divorzio non poteva esistere in quest'unione fatta per sempre! Ma la crisi s'approfondì, furono interpellati gli esperti in grado di salvare l'unione, che proposero le loro terapie. Queste però acuirono solo le sofferenze, malgrado gli esperti intravedevano la fine del tunnel. Questo matrimonio non si doveva fare, pensano ora in sempre più teste, ma all'epoca ben pochi s'erano opposti, e chi lo fece per lo più o era di destra o della lega. Infine tornerà la lira e qualcuno avrà rimpianto, non per l'euro, ma per la perdita di un'occasione storica di fare un'Europa ricca, unita e democratica. Come gli USA, meglio degli USA.

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    1. Immagine molto puntuale ed efficace...tuttavia se è vero che il dibattito in Italia sulla scelta se entrare o meno nell'euro è stato molto sterile, stessa cosa non si può dire sul dibattito internazionale, durante il quale i maggiori economisti mondiali (Krugman, Wray, Goodhart, Godley...) avevano già bocciato l'euro come un esperimento folle e insensato...purtroppo a noi dall'estero all'epoca arrivavano solo le canzoni di Madonna e i Take That, mentre poco o nulla trapelava di serio e importante...per fortuna che oggi c'è internet e un rischio simile non si corre di più, perchè ognuno può andarsi a rintracciare le informazioni dalla fonte senza passare per la televisione...e infatti se il dibattito sull'entrata è stato inesistente, il dibattito sull'uscita grazie ad internet è diventato molto più acceso e rovente...sull'occasione perduta dall'Europa non ne sarei tanto convinto, perchè una vera unione politica e sociale di un continente non si può fondare su una moneta (come tu stesso hai scritto, l'amore non viene dopo il matrimonio, al massimo la stima, il rispetto o la reciproca sopportazione...), ma attraverso un serio intervento nelle strutture portanti di una società: una volta usciti dall'euro, iniziamo ad un uniformare i programmi scolastici, con esami europei e non più solo nazionali in inglese...e poi il mercato del lavoro, il diritto pubblico e privato, le costituzioni...e poi fra 50 anni almeno riparliamo della moneta unica, che a quel punto sarebbe la ciliegina sulla torta di una vera unione politica, sociale ed economica...sempre che sia necessario creare questa benedetta unione per contrastare Cina, Stati Uniti etc etc...ma siamo così convinti che gli imperi grandi sia più affidabili e più facili da amministrare...tu guarda solo la rapidità con la quale paesi come Svezia, Argentina, Islanda hanno risolto le loro crisi finanziarie e la lentezza con la quale Stati Uniti ed Europa stanno cercando di uscire con fatica dalla recessione, per capire se vale davvero l'equazione: "grande è bello" (e infatti si dice "piccolo è bello")....Roma non fu creata in un giorno, ma dopo una lenta, lunga agonia crollò perchè ormai era talmente grande da diventare ingestibile, ingovernabile...e così tutti i grandi imperi del passato, ultimo in ordine temporale l'URSS...e se un giorno la California dovesse chiedere anche lei l'indipendenza da Washington??? Saremo ancora così convinti che più grandi si è e meglio è????

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    2. Se la California diventasse indipendente, si condannerebbe alla marginalità. L'URSS, fin quando è esistita, ha conteso agli USA la supremazia militare sul pianeta, mitigato gli eccessi del capitalismo espansionista occidentale e ritardato la globalizzazione verificatasi dopo il suo crollo. Ora la Russia è solo uno dei BRICS.

      Grande non è sempre bello, ma è sicuramente influente per la storia e il destino dell'umanità. Come è stato a lungo quel modello europeo, mix di benessere, welfare e cultura, che il mondo invidiava e che oramai stiamo perdendo.

      Ciononostante si può vivere bene anche in un piccolo paese (Svizzera docet), probabilmente con più diritti e democrazia che in un grande impero, ma la direzione della storia, le scelte influenti per l'umanità verranno decise sempre dai grandi.

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    3. Diciamo pure che la grandezza e l'unità si può raggiungere anche come sintesi di un insieme di pluralità multietniche, culturali, politiche, economiche...come hai giustamente sottolineato tu, l'Europa prima della forzatura dell'euro era un esempio lampante di benessere, welfare, cultura che si forma grazie alla variopinta e dinamica moltitudine e non all'unità e grandezza monolitica...

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  10. Vi seguo da diversi mesi, e tenendo d'occhio anch'io la situazione dell euro ma sopratutto, quella dei paesi come Grecia Spagna e... Bene si' anche la nostra Italia, che assomiglia sempre di piu' ad una bagnarola che ad uno stivale. Mi viene da pensare che alla fin fine a i nostri banchieri capitalisti europeisti convinti, piu' nazioni sono in difficolta' e chiedono aiuto all'Europa e piu' sono contenti perche', cosi' facendo possono ancor meglio affondare le loro mani nel cuore delle nazioni chiedenti aiuto fino a spolparle pian piano.Ho visto giusto??? E noi che svenderemo il patrimonio in autunno, quasi sicuramente per 4 spiccioli, poi??? Ci prenderanno pure il sangue??? Dato che ormai l'anima l'abbiamo gia' venduta al diavolo per (tirare a )campare.
    P.S. non faccio parte di nessun schieramento pollitico. Grazie per l'eventuale risposta.
    Leonardo IL_CECCHE

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    1. Leonardo hai visto giustissimo...dopo la prima parte di indebitamento massiccio delle nazioni, i banchieri adesso vogliono passare alla seconda fase di espropriazione del patrimonio pubblico e privato degli stati messi in ginocchio: è uno schema ormai collaudato dal FMI, con l'unica variante che con tutto il rispetto l'Italia o la Spagna non sono come il Messico o l'Argentina...riusciranno i tecnocrati europeisti con il sostegno del FMI a frodare impunemente italiani e spagnoli? Se anche argentini e islandesi alla fine si sono ribellati, perchè non dovremmo farlo noi???? Cosa rende così sicuri i tecnocrati? la nostra apatia forse??? Ma è possibile che i tecnocrati non conoscono il terzo principio della dinamica, che dice che la reazione (in questo caso di un popolo...) è sempre commisurata all'azione (in questo caso dei ladri...)???

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  11. Caro Piero,
    come interpreti questo articolo di ieri di Draghi (http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-08-29/futuro-euro-stabilita-passa-142853.shtml) ? Io ci vedo un pò di paraculismo ma fra le righe anche un bel messaggino alla Germania ossia che occorre che eviti di tirare troppo la corda che poi si spezza (cosa che in parte ci auguriamo) e che in sintesi, lui, in caso di crollo dell'Euro, aveva avvertito prima e che non sarà responsabile. Siamo già al lavarsi le mani?
    Quello che non riesco a capire è che, comunque, l'errato percorso di creazione dell'Euro è ben chiaro a tutti i livelli ma che non si faccia nulla per correggerlo (è vero che qualcuno ci guadagna, ma prima o poi tale situazione termina). Il mio timore è che in qualche modo si svaluterà l'€ ancora di più, ripartiranno per un pò le esportazioni (quest'anno a giugno + 2,qualcosa MLD mentre l'anno scorso, con l'€ a 1,41 sul dollaro eravamo a -1,8mld circa), in parte rientrerà la crisi, ma si sposta ancora in avanti il momento della resa dei conti.
    Questo a livello europeo. Ti volevo anche chiedere se secondo te sia possibile che, nel momento in cui tutto ciò che ruota attorno al PD (COOP,Unipol,ecc...) vedranno un possibile vantaggio dal ritorno alla divisa nazionale rispetto a rimanere nell'€, cambi anche il vento a livello politico e che la parola d'ordine diventi: usciamo. Era una ipotesi che mi ventilava un amico del PD l'altra sera e che non trovo del tutto balzana.
    A presto e grazie come sempre!

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    1. Io vedo nelle parole di Draghi più che altro il timore di perdere il posto...non dimentichiamo che lui parte da una posizione di chiusura mentale e fanatismo: l'euro è irreversibile e il neoliberismo è la mia fede...come si evince dalle sue parole, non c'è mai una seria critica a quelle che sono le regole della libera circolazione sfrenata delle merci e dei capitali, ammettendo solo qualche piccola stortura tecnica a cui si può rimediare in corsa...non con il coordinamento che non porta a nessuna decisione, ma con l'autorità, la prepotenza, la cessione di ulteriore sovranità...il messaggio alla Germania è abbastanza chiaro: fidatevi di me, perchè nel giro di pochi mesi vi metto in ginocchio tutta l'eurozona...in fondo Draghi non ha mai contrastato l'ipotesi che chi richiede aiuti alla BCE o al MES, debba poi cedere parte della sovranità sulla sorveglianza del bilancio da parte dei membri dell'UE...ed è proprio quello a cui vuole arrivare: mettere le mani sui bilanci pubblici, in modo da gestire tutta la fase di svendita e privatizzazione del patrimonio pubblico...piano ardito che non convince del tutto la Germania, che teme di scatenare la rivolta antitedesca dei popoli europei...in fondo non sarebbe la prima volta!!!
      Per quanto riguarda il PD invece la mia idea è abbastanza chiara: questi sono dei farabutti e dei mercenari della peggiore specie, e quando sarà il momento preferiranno svendere tutto e invocare l'arrivo dei capitali esteri, piuttosto che rinunciare allo strumento che gli ha consentito di tenere sotto scacco i lavoratori, non fare più politica attiva e delegare tutto al vincolo esterno...secondo me, preferiranno seguire la strategia del "muoia Sansone con tutti i Filestei" piuttosto che tornare indietro sui loro passi...non è un mistero che per me i Piddini, come socialisti alla Hollande, Mitterand, Prodi, sono i più pericolosi criminali perchè riescono a mascherare bene il loro egoismo materialistico autoreferenziale con un buonismo pacifista di facciata che disorienta i loro stessi elettori...

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  12. chiedo perdono per l'intrusione.
    il ragionamento dell'articolo non fa una piega.
    il punto, però, è che l'euro non è una scelta colposa dalle conseguenze impreviste, ma una decisione dolosa dagli effetti calcolati.
    e sopratutto, non è un fatto accidentale, ma è parte di un vecchio progetto puramente politico.
    se si allarga l'orizzonte spazio - temporale, ci si avvede infatti che gli ultimi 300 anni di storia sono costellati di simili scelte, tutte forzate, e tutte dirette allo stesso scopo: l’espropriazione usuraia del potere sovrano di emettere moneta.
    basta guardare alle vicende di Willian Paterson in Inghilterra nel 1695, o a quelle John Low in Francia nel 1717.
    saltando il periodo napoleonico, e la parentesi americana, nel secolo scorso l’imposizione di tali scelte ha prodotto in Europa ben due guerre civili internazionali, entrambe precedute da situazioni finanziarie analoghe alla presente (1914-1933), ed entrambe seguite dall’espropriazione generalizzata del potere di emissione monetaria da parte anglo-olandese (la digressione nazista di Hjalmar Schacht fu solo strumentale).
    sopravvengono poi, immancabili, rapine dei beni nazionali, e manipolazione socio – culturale (si veda la storia del Tavistock Institute).
    la riprova è che anche nella russia comunista la banca centrale era privata ed era “inglese” (nella persona di Armand Hammer), ed oggi solo tre banche centrali non sono sotto dominio “britannico” (Cuba, Corea del Nord, e Iran), essendo partecipata dai Rothschild anche la banca centrale cinese.
    all’esito della seconda guerra mondiale l’intera Europa è ormai ridotta al rango di colonia dell’usura finanziaria, ma soprattutto sottoposta al suo stretto controllo, militare, culturale e politico.
    in Italia, liquidato il regno delle Due Sicilie con una operazione “alla libica” (nella spoliazione del regno la banca nazionale sarda di Carlo Bombrini recitò il ruolo da copione), il controllo inglese è stato prima esterno (Cavour, Crispi, Zanardelli, etc.), poi indiretto (Mussolini), ed oggi tanto immediato, quanto spietato (non occorre fare nomi).
    chi ha tentato di “sgarrare” ci ha rimesso la pelle, a partire da Umberto I di Savoia, passando per Mattei e Moro.
    la situazione attuale è che tutto il cd. “Occidente” è nel pugno militare della NATO e delle sue forze di “Polizia”, più o meno pubbliche (EuroGendFor) o segrete (i famosi “Servizi”).
    l’intero lago Mediterraneo è stato “normalizzato”, a partire dalla Turchia di Kemal Ataturk, passando per Israele di Ben Gurion, e finendo con le “primavere arabe”, gli “inverni libici” e gli “autunni siriani”.
    la domanda che quindi pongo è la seguente: dato per assodato che l’euro è una truffa, come pensate di convincere i truffatori a smettere di rubare ? con il razionale ragionamento economico ?
    suggerimento: la truffaldina ideologia liberale se ne è sempre “sbattuta” del famoso “Popolo Sovrano”, e la bufala della rappresentatività politico-parlamentare le è servita solo per scaricare sulla collettività, come “debito pubblico”, quelli che erano i “privati” debiti usurai contratti dal re di turno.
    grazie.




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    Risposte
    1. Per rispondere alla tua domanda: rimanere con le mani in mano di certo non aiuta...nel mio piccolo io sto sostenendo tutti quei movimenti politici che si schierano apertamente contro il globalismo finanziario e soprattutto tutte quelle iniziative che si propongono di unificare sotto un unico messaggio unificante (sovranità democratica contro la dittatura finanziaria...) tutta la galassia di piccoli movimenti antagonisti, che sono tanti e sempre più preparati...bisogna procedere per passi e la storia purtroppo non può essere cambiata in un giorno, ma servono vari passaggi che aumentino il grado di consapevolezza diffusa nella gente...è un lavoro lungo, paziente di stimolo intellettuale a cui nessuno deve sentirsi escluso...per ribaltare la domanda, tu cosa faresti per convincere i truffatori a smettere di rubare???
      Comunque complimenti per l'analisi storica che approvo in pieno...la storia è andata proprio come dici tu, e siccome oggi, a differenza del passato, ne siamo più consapevoli, è arrivato il momento di cominciare a cambiare rotta...

      Elimina
  13. Interessante quanto ineccepibile escursus storico.

    DAVID

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  14. Ciao Piero,
    complimenti per il blog veramente ben fatto.
    Pian piano, mi sto stampando tutti gli articoli
    del tuo blog per poterli comodamente leggere (leggerli
    a video è un po' scomodo).
    Mi piacerebbe che tu parlassi della crisi dell'Argentina.
    Cosa ne pensi di quanto scritto su http://it.wikipedia.org/wiki/Crisi_economica_argentina ?

    Buon lavoro e continua sempre così.

    Michele

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  15. Perché avete aperto l'articolo con una banco-nota della Banca d'Italia invece che con un Biglietto di Stato a Corso Legale della Repubblica Italiana?

    http://www.scribd.com/doc/118452904/Biglietti-Di-Stato-a-Corso-Legale-del-Regno-d-Italia-e-della-Repubblica-Italiana

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