Il dibattito intorno alla correttezza del PIL (Prodotto Interno Lordo)
come misuratore della ricchezza di un paese comincia a farsi davvero
interessante. Da una parte ci sono i sostenitori della “decrescita felice”, i
quali credono che con una costante riduzione del PIL staremmo tutti meglio e
dall’altra c’è la classe dirigente attuale, formata da tecnocrati della
finanza, politicanti, sindacalisti, giornalisti di regime che continuano tutti
i giorni a ripetere la solita solfa della “crescita” a tutti i costi, perché
solo così potremo garantire una maggiore
occupazione e soprattutto rimborsare
i debiti contratti in passato con banche e società finanziarie, che alla
fine della fiera sono i veri burattinai finali di questo teatrino di
commedianti. Ovviamente, come spesso avviene in questi casi, la verità sta sempre in mezzo e chi si
pone agli estremi del dibattito rischia di cadere in uno di quei contorti
avvitamenti della logica che finisce poi per gettare discredito sulla parte sana
e condivisibile della sua rivendicazione.
Innanzitutto perché il PIL è un numero e in quanto tale non può essere buono o cattivo a
prescindere: il giudizio di merito sul PIL dipende dal percorso e dalle
modalità utilizzate per ottenere quel numero e non dal numero in se stesso. In
secondo luogo perché il PIL è un
elemento della contabilità nazionale che computa a consuntivo ciò che è
avvenuto in un certo paese in un determinato periodo di tempo, limitandosi a
quantificare l’esistente senza dare alcuna indicazione su ciò che può o
dovrebbe essere fatto in futuro. Malgrado tutti i tentativi di riportare la
questione sul campo etico, politico, umano, psicologico, il PIL è e rimarrà un
numero neutro, che misura l’effetto dell’azione umana e non può essere in alcun
modo incluso fra le cause che spingono l’azione umana a fare determinate scelte
o a percorrere particolari direzioni invece che altre.














