martedì 24 gennaio 2012

FISCAL COMPACT E SIX PACK, LE NUOVE TRAPPOLE DELL’UNIONE EUROPEA SONO PRONTE


Dopo il via libera del Consiglio dei Ministri al Decreto sulle Liberalizzazioni, il premier Mario Monti deve affrontare il difficile cammino che attraverso la riunione dell’Ecofin, in qualità di ministro dell’economia e delle finanze, lo porterà poi lunedì prossimo al Vertice Europeo di Bruxelles, per valutare e definire gli ultimi dettagli del famigerato Fiscal Compact, l’accordo intergovernativo fra i 26 paesi dell’Unione Europea (tutti tranne la Gran Bretagna, che ha deciso non a torto di tirarsi fuori anzitempo da questa masochistica guerra al massacro voluta fortemente dalla Germania) che dovrebbe rappresentare il primo passo verso la tanto osannata unificazione fiscale.

Il promotore ufficiale di questo accordo è il presidente del Consiglio Europeo Herman Van Rompuy (foto in alto), che per chi si fosse messo da poco in onda sulle frequenze del totalitarismo orwelliano dell’Unione Europea, è un’eminenza grigia mai eletta democraticamente dai cittadini europei e nominato alla sua carica il 19 novembre 2009, grazie forse ai meriti e ai successi ottenuti come primo ministro del Belgio, paese portato nel giro di un paio di anni sull’orlo della bancarotta finanziaria e dell’instabilità politica (le malelingue “complottiste” invece sostengono, dati ufficiali alla mano, che il vero merito di Van Rompuy  sia stato il salvataggio pubblico di Banca Fortis e la partecipazione il 12 novembre, appena una settimana prima della sua nomina, ad una cena organizzata al Castello di Hertoginnedal, nei pressi di Bruxelles, dal Gruppo Bilderberg, la potente lobby semisegreta e semi non si sa, che a dispetto di tutti i pettegolezzi e le insinuazioni continua a riunirsi ogni anno con puntualità svizzera per tenere conferenze a porte chiuse sullo stato dell’arte della politica e dell’economia nel mondo…).


La presenza di Van Rompuy come coordinatore di questo vasto progetto di unificazione fiscale è quindi una certezza e una garanzia di successo, non tanto per i cittadini europei, che non potranno muovere un dito sulle scelte prese dai tecnocrati e saranno come al solito costretti a subire in silenzio le loro decisioni, quanto per le lobbies assoldate dalle grandi corporations e dalle multinazionali, che a Bruxelles crescono come funghi (si calcola, sempre secondo dati ufficiali dei registri del Parlamento e della Commissione Europea aggiornati al 2008, che nella capitale belga abbiano sede 5600 fra lobbies e gruppi di interesse e lavorino circa 15000 lobbisti professionisti, con il compito specifico di fare pressione sui legislatori europei e sollecitare alcuni argomenti chiave della normativa comunitaria).

Fatta questa dovuta premessa, vediamo quali sono i punti più importanti di questo accordo Fiscal Compact, che secondo le intenzioni di Van Rompuy dovrebbe essere firmato dai 26 paesi aderenti entro marzo 2012 (l’accordo diventa vincolante se almeno 12 paesi su 26 firmeranno il contratto intergovernativo) e dovrebbe quindi entrare in vigore a partire dal 1 gennaio del 2013 (fonte Adelfo RischioCalcolato):

ü  L’obiettivo a medio termine è che il bilancio delle amministrazioni pubbliche debba essere (o pervenire dopo un “percorso di avvicinamento”) in pareggio o in avanzo.

ü  Durante la fase di convergenza a medio termine, il deficit strutturale annuo non può essere superiore a 0,5% del prodotto interno lordo ai prezzi di mercato.

ü  Le parti contraenti possono temporaneamente deviare dal loro obiettivo a medio termine solo in “circostanze eccezionali”.

ü  Per “circostanze eccezionali” si intende un periodo di grave recessione economica o un evento inconsueto non soggetto al controllo delle Parti contraenti.
  
ü  In caso di significativi scostamenti dall’obiettivo a medio termine, un “meccanismo di correzione” deve attivarsi automaticamente e le parti contraenti hanno l’obbligo di predeterminarlo.

ü  Quando il rapporto tra il debito pubblico e prodotto interno lordo supera il 60% del valore di riferimento le parti contraenti devono attuare la procedura per i disavanzi eccessivi, come da regolamento UE.

ü  L’Unione Europea deve mettere in atto un programma di partenariato economico e di bilancio coordinato (contenente una descrizione dettagliata delle riforme strutturali) per le parti contraenti che sono oggetto di una procedura per i disavanzi eccessivi.

ü  L’attuazione del programma ed i piani annuali di bilancio saranno monitorati dalla Commissione e dal Consiglio Europeo.

ü  Le parti contraenti riferiscono ex-ante sui loro piani di emissione di debito pubblico.

ü  Le parti contraenti la cui moneta è l’euro si impegnano a sostenere le proposte o raccomandazioni presentate dalla Commissione Europea riguardo uno Stato membro che violi il criterio del disavanzo eccessivo.

ü  Se una parte contraente ritenga, indipendentemente dalla Relazione della Commissione, che un’altra parte contraente non ha rispettato i termini dell’accordo, può presentare istanza alla Corte di Giustizia Europea, con sentenza vincolante.

ü  Le parti contraenti garantiscono che tutte le riforme di politica economica che intendono intraprendere saranno discusse ex-ante con la Commissione ed il Consiglio Europeo ed, eventualmente, coordinate tra di loro.

ü  Il trattato sarà ratificato dalle parti contraenti conformemente alle loro rispettive norme costituzionali ed entra in vigore il 1° gennaio 2013, a condizione che vi siano almeno dodici contraenti.

Trascurando per un attimo le inevitabili lagnanze e gli evidenti aspetti di cessione di sovranità nazionale, che per un paese che ha deciso di entrare in un istituzione sovranazionale come l’Unione Europea dovevano essere messi in conto prima dell’ingresso, gli effetti dal punto di vista economico e finanziario per una nazione come l’Italia, che si trova da anni appesantita da un enorme debito pubblico, sono devastanti.

Portando l’asticella di guardia del rapporto deficit/PIL del precedente Patto di Stabilità europeo dal 3% all’attuale 0,5% nel 2013 (ma il presidente del consiglio Monti, ispirato forse dal precedente ministro Tremonti, è ancora più ottimista perché per quella data intende raggiungere il pareggio di bilancio ed è già avviato l’iter parlamentare per introdurre questo articolo nella Costituzione Italiana, come prescritto peraltro dalla stessa Unione Europea), ciò significa che l’Italia, stando alle stime di recessione dell’OCSE per il biennio 2012-2013 e considerando una decrescita effettiva del PIL -1,6%, dovrà ridurre il deficit del 4% rispetto al PIL e accorciare ancora la cinghia di altri 60 miliardi di euro entro il 31 dicembre 2013 (al lordo delle due ultime manovre del governo Monti, i cui saldi effettivi sono ancora di difficile valutazione).

Siccome non possiamo contare su un maggior gettito fiscale derivante da una provvidenziale ripresa economica e nemmeno sull’emissione di nuovo debito pubblico, questi soldi andranno quindi recuperati soltanto sul fronte di una riduzione della spesa pubblica e aumento delle tasse, cosa che a lungo andare potrebbe sprofondare l’Italia in uno stato di recessione ancora più complicato (la ricetta dell’austerità spinta non ha funzionato in nessun paese del mondo e non si capisce perché dovrebbe funzionare proprio in Italia).
Ma se l’Italia è messa male, dando un’occhiata (grafico sotto) alla situazione generale del rapporto deficit/PIL degli altri 16 paesi dell’eurozona, vediamo che persino la forte Germania deve darsi da fare sul versante di una stretta fiscale e soltanto la Finlandia è in linea con le direttive dell’accordo Fiscal Compact, avendo un avanzo di bilancio dell’0,8% rispetto al PIL.


Ma il Fiscal Compact è solo un aspetto, quello che con qualche difficoltà dovremmo definire costruttivo e propositivo, dell’elaborato piano messo a punto dai tecnocrati europei per fronteggiare la crisi finanziaria e favorire l’unificazione fiscale, perché invece sull’altro versante restrittivo il commissario per gli affari economici Olli Rehn ha lavorato alacremente per stilare l’elenco punitivo di sanzioni amministrative che vengono applicate automaticamente non appena un paese non rispetta le norme del nuovo Patto di Bilancio e Stabilità dell’Unione Europea.
Questo programma, definito brutalmente six pack, perché formato appunto da sei norme sanzionatorie, dovrebbe essere già entrato in vigore lo scorso 16 dicembre (il condizionale è d’obbligo, dato che in Europa si fa molto presto a legiferare ma poi ognuno continua ad andare per la sua strada, vedi le 70 violazioni complessive del precedente Patto di Stabilità, fra cui le 12 mai sanzionate di Francia e Germania, che spinsero l’allora commissario Mario Monti a denunciare l’accaduto alla Corte dei Conti europea nel 2003) e comprende nell’ordine le seguenti direttive (mancano soltanto le punizioni corporali, le fustigazioni, il cilicio e poi il martirio è completo…):
1. La Commissione Europea può lanciare in qualsiasi momento allarmi preventivi qualora uno o più stati membri non adottino politiche di bilancio prudenti nell'ottica dei piani di crescita stabiliti.

2. I paesi con un rapporto debito pubblico/PIL superiore al 60% saranno costretti a ridurlo ogni anno di almeno 1/20 rispetto alla quota percentuale in esubero fino a ritornare al di sotto della soglia prefissata (per l'Italia che ha un rapporto debito/PIL del 120% si tratta in pratica di una riduzione annua del 3% per venti anni)

3. In caso di deficit eccessivo scatteranno multe e sanzioni con depositi cauzionali fino allo 0,2% del PIL, che verranno restituiti in caso di corretta gestione.

4. Adeguamento dei sistemi contabili, statistici, rapporti con enti locali e regioni, procedure di bilancio allo standard unico europeo.

5. Prevenzione degli squilibri economici fra le varie nazioni.

6. Il mancato adeguamento alle norme europee comporta la procedura di sorveglianza della Commissione Europea con sanzioni fino all'1% e il 2% del PIL.

In particolare la norma numero due sulla ristrutturazione ventennale del debito pubblico comporterà all’Italia un’altra dura rata di circa 45 miliardi di euro all’anno, che ancora una volta dovranno essere tolti da qualche parte e bruciati nella lunga e tribolata battaglia di estinzione della Spada di Damocle che affligge la nostra nazione da decenni (minaccia assolutamente trascurabile per uno stato che ha la sua moneta sovrana, ma questo è un altro argomento ed è stato già trattato in un precedente articolo).

Quindi, miliardo più o miliardo meno, il professore Monti e la sua banda di tecnici dovranno racimolare entro i prossimi due anni circa 105 miliardi di euro, che è bene ricordare non possono essere raccolti emettendo nuovi titoli di stato e chiedendo aiuto ai mercati perché questo finirebbe per innalzare di nuovo il deficit e il debito aggregato annullando in pratica lo scopo di questa manovra (quindi si tratta di nuove tasse e tagli alla spesa pubblica).

Ora se incrociamo questo dato con l’enorme quantità di titoli di debito pubblico in scadenza da rifinanziare durante il 2012 (non solo in Italia, ma anche in Francia e Spagna hanno questo problema imminente, guarda grafico sotto, con le varie scadenze mensili fino ad aprile), che ammontano a circa 380 miliardi di euro solo per l’Italia, ci accorgiamo subito che c’è un altro fattore che viene spesso trascurato durante queste valutazioni sulla tenuta dei conti pubblici italiani (ma che Monti conosce benissimo e infatti insiste molto su un prossimo calo dei rendimenti e dello spread fra i titoli di stato e i bund tedeschi): si tratta appunto dello scarto fra il rendimento del vecchio titolo scaduto e quello del nuovo emesso durante l’asta di collocamento.



Quando un titolo arriva a scadenza deve essere pagato o sostituito con un nuovo titolo equivalente con la tecnica del concambio: quindi di questi soldi non arriva nulla allo stato, e anzi su ogni scadenza del debito (dal BOT a 1 mese a un BTP a dieci anni) lo stato rischia di pagare un ulteriore balzello, costituito dallo spread o scarto fra il rendimento dei due titoli, sia che il vecchio venga subito rimborsato cash sia che venga rinnovato con la concessione di un nuovo titolo.

Se esaminiamo la tabella sotto con il calendario delle aste primarie di collocamento (escludendo i titoli BOT a 1 e 3 mesi perché in questo caso lo scarto di rendimento si presume minimo), vediamo che la quota complessiva di titoli da rinnovare ammonta complessivamente nel 2012 a 317 miliardi e ricordando quanto fosse basso lo spread anche solo 6 mesi fa (per non dire 5 o 10 anni fa, quando lo spread si aggirava tranquillo e indisturbato sui 100 punti base), possiamo subito prevedere due scenari limite: nel caso più ottimistico di soli 100 punti base (1% di differenza di rendimento fra nuovo e vecchio titolo)  si traduce in altri 3 miliardi, mentre in una situazione più catastrofica e purtroppo realistica di 400 punti base (4% di scarto, che è pressappoco quello che avviene quando lo spread con i bund tedeschi sale fino a 500 punti base) sono circa 12 miliardi di euro da pagare, spalmati in dieci anni. 




Ovvero un’altra bella dose di tasse e tagli alla spesa pubblica, perché stiamo dando ancora per scontato che lo stato non possa fare più ricorso al finanziamento esterno dei mercati e all’emissione di nuovi titoli prima del rientro all’interno dei nuovi parametri del Patto di Stabilità europeo (ma invece lo fa regolarmente, soprattutto con i titoli a breve e brevissima scadenza, sperando di rimborsare e compensare subito questi debiti con le entrate fiscali che intanto arrivano alla spicciolata nelle casse dello stato durante il corso dell’anno amministrativo). 

A questo punto, viene lecito chiedersi se la sanguisuga Monti riuscirà a spillare tutti questi soldi dalle tasche degli italiani, oppure il professore abbia preso in considerazione un eventuale piano B alternativo, che stando così le cose non possono che essere gli aiuti europei dei vari fondi di stabilità finanziaria (prima EFSF e poi ESM) oppure in casi estremi il ricorso al FMI, il Fondo Monetario Internazionale.

Il fondo EFSF (European Financial Stability Facility) doveva raccogliere 440 miliardi di euro sia con il contributo dei paesi europei che di quelli internazionali ma non è mai stato attivo al cento per cento e a scanso di equivoci si è beccato pure un bel declassamento da parte dell’agenzia di rating Standard&Poor's: secondo le ultime indiscrezioni a partire dal luglio 2012 questo fondo fallimentare convergerà nel più solido ESM (European Stability Mechanism), la cui potenza di fuoco è stata ampliata fino a 500 miliardi di euro.

Tuttavia questo raffinato fondo ESM non è molto diverso dal precedente EFSF, perché oltre ad obbligare i paesi aderenti a versare subito 80 miliardi di euro cash, raccoglierà i restanti 420 miliardi di euro con il classico meccanismo della leva finanziaria e dell’indebitamento, aprendo il fondo ai mercati: quindi l’Italia oltre a dover versare la sua quota di partecipazione, finirà per indebitarsi per via esterna (con la consolazione di condividere questo onere con gli altri paesi aderenti al fondo), entrando in quella strana e già ampiamente rodata spirale viziosa di alleggerimento dai propri debiti formando altri debiti.

Stesso discorso dicasi per l’FMI, il cui fondo da 200 miliardi dovrà essere finanziato e irrorato principalmente dagli stessi paesi che poi avranno bisogno di ricorrere al fondo: in pratica l’Italia verserà la sua quota di accantonamento per finanziare se stessa, utilizzando il fondo come un salvadanaio per evitare di sperperare quei soldi inutilmente. Ma in entrambi i casi il problema iniziale rimane: ci sono 100 miliardi di euro che ballano e l’indebitamento con i vari fondi serve solo a tamponare momentaneamente la falla, lasciando irrisolto il problema.

L’unica speranza per noi europei e italiani in particolare, è che i politici, i tecnici, i sedicenti economisti del vecchio continente rinsaviscano improvvisamente dalla loro fobia da debito e comincino a far lavorare la banca centrale europea BCE come è giusto che sia (prestatore di ultima istanza o ritorno a una qualche forma di sovranità monetaria): non solo comprando titoli di stato sul mercato secondario per abbassare il rendimento di collocamento nelle aste primarie, ma fornendo aiuti diretti agli stati a condizioni più vantaggiose di quelle imposte dai mercati (con le stesse modalità insomma con cui la banca centrale si affanna in questo periodo a sostenere le banche private che come gli stati sono indebitate fino al collo).

Dal punto di vista tecnico, questo passaggio è abbastanza semplice perché basterebbe cambiare di qualche sillaba l’articolo 123 del Trattato di Maastricht e la norma 21 dello Statuto della BCE e del SEBC (Sistema Europeo delle Banche Centrali), ma dal punto vista politico e sociale rappresenterebbe una rivoluzione e un cambiamento epocale che nessun politico attuale avrebbe mai il coraggio di affrontare: chi, in nome della salute e della salvezza del suo popolo, avrebbe la forza di prendersi di nuovo in mano il “big bazooka” della spesa pubblica, togliendolo dalle mani delle banche?

L’ultimo uomo politico che si assunse autonomamente in toto questa responsabilità si chiamava Franklin Delano Roosevelt (1882-1945, foto a destra) e nel suo discorso di insediamento alla Casa Bianca nel 1933, pronunciò queste parole, che aprirono di fatto la grande epoca del New Deal americano: “Sono convinto che se c'è qualcosa da temere è la paura stessa, il terrore sconosciuto, immotivato e ingiustificato che paralizza. Dobbiamo sforzarci di trasformare una ritirata in una avanzata. [..] Chiederò al Congresso l'unico strumento per affrontare la crisi. Il potere di agire ad ampio raggio, per dichiarare guerra all'emergenza. Un potere grande come quello che mi verrebbe dato se venissimo invasi da un esercito straniero”.

Se qualcuno conosce il nome di un politico dei nostri giorni che abbia la tempra morale e la sensibilità umana di pronunciare queste parole, alzi pure la mano e verrà subito internato in una clinica per visionari e allucinati. Certo, molti potranno obiettare che si trattava di altri tempi, ma a parte i pericoli di guerra imminente, la Grande Depressione che colpì gli Stati Uniti e l’Europa a partire dalla crisi del 1929 non è molto dissimile dalla cronica recessione in cui sono precipitati da alcuni anni i paesi più sviluppati del mondo (crisi finanziaria, bolle speculative, calo della domanda, alti livelli di disoccupazione e se a questo aggiungiamo l’aumento demografico esponenziale e la rarefazione delle risorse primarie la patata è ancora più bollente di 80 anni fa).

Ci vorrebbero misure di emergenza quindi e come ormai hanno fatto notare parecchi economisti americani della corrente MMT (Modern Money Theory), in un periodo in cui non esiste più la convertibilità fra oro e denaro (gold exchange standard) e si è passati al regime fiat money (creazione del denaro dal nulla), il debito è un falso problema, perché con una rigorosa politica fiscale (spesa pubblica efficiente e regime di tassazione equo e sostenibile), il debito pubblico o la cosiddetta spesa a deficit (deficit spending) è l’unico modo per creare ricchezza netta all’interno di uno stato, mentre tutti gli altri fantasmagorici stratagemmi utilizzati fino ad oggi dalle banche centrali (le operazioni di quantitative easing non fanno altro che "monetizzare" un titolo più illiquido già presente sul mercato, ma non mettono affatto nuova ricchezza nel sistema), dalle banche private e dagli stati sono solo passaggi di passività e di debiti a diversa scadenza da uno stato a una banca o da una banca all’altra, senza risolvere mai il problema alla radice.

Molti diranno (la Germania in testa) che con l’austerità e il rigore di bilancio uno stato è in grado di creare un certo avanzo o surplus annuale da impiegare per i suoi investimenti, ma come può uno stato pretendere di ricevere dai suoi cittadini più soldi di quelli che spende se prima non crea i presupposti per l’immissione di una nuova ricchezza netta all’interno della nazione? Ammettendo pure la correttezza del paradigma teutonico e montiano del pareggio di bilancio, lo stato da mille e prende mille, come è possibile prospettare una crescita economica (aumento del PIL, quindi aumento delle transazioni finanziarie) se i soldi che circolano all’interno di uno stato sono sempre gli stessi?

L’unico modo per creare ricchezza netta all’interno dello stato, senza passare per il pesante fardello (pesante per il politico che si assume questa responsabilità, non certo per i cittadini) della spesa pubblica, è quello di puntare tutto su un attivo spinto nella bilancia dei pagamenti (differenza fra esportazioni ed importazioni commerciali e profitti da investimenti finanziari all’estero), ma in un sistema chiuso come quello europeo e anche volendo aprire l’orizzonte a tutto il mondo (che è pur sempre un sistema chiuso), non tutti i paesi possono avere contemporaneamente un livello di esportazioni superiori alle importazioni, perché esiste un vincolo fisico e matematico ad una tale eventualità (in un sistema chiuso e con risorse finite, ad un aumento da una parte corrisponde sempre una diminuzione da qualche altra parte).

Ritornando al contesto più ristretto dell’Unione Europea, se alla Germania non conviene ancora cambiare l’impostazione attuale del sistema e ampliare le funzioni della banca centrale BCE, perché fino ad adesso è l’unica ad essersi avvantaggiata avendo alti volumi di esportazioni e un attivo nella bilancia dei pagamenti, ci dovrà essere prima o dopo un politico francese, spagnolo, italiano (non dico portoghese, irlandese o greco perché ormai queste nazioni sono state anestetizzate) che faccia saltare in aria tutti i tavoli dove vengono discussi i vari piani di martirio pubblico (vedi Fiscal Compact, six pack)? Ci sarà un uomo, oltre ai soliti noti “complottisti” alla Paolo Barnard ed altri attivisti blogger, che avrà finalmente il coraggio di dire alla gente che il debito pubblico dello stato è in realtà la Ricchezza Pubblica di un’intera nazione? E il deficit, fuori da essere un incubo da fare perdere il sonno, misura esattamente la Ricchezza Netta che uno stato concede ai suoi cittadini ogni anno?


In attesa dell’arrivo di questo fantomatico uomo dallo spazio (il candidato socialista Francois Hollande alle prossime elezioni presidenziali francesi comincia a mostrare qualche sussulto di intelligenza e barlume di umanità, ma è ancora presto per cantare vittoria), a noi comuni mortali non rimane altro che scrivere, parlare, chiarire, spiegare e diffondere il verbo…oppure cominciare ad organizzarsi dal basso come hanno fatto in Sardegna con la loro bella moneta elettronica! (vedi precedente articolo).                      

2 commenti:

  1. Che dire? Rinnovo i complimenti per la tua analisi chiara, lucida, direi impeccabile. Leggere un tuo post arricchisce e te ne sono grato, veramente.
    Il cappio si sta stringendo, sempre di più, e neppure tanto lentamente.
    Guardando nel nostro "orticello" non un politico che accenni al temi della fiat money e del debito sovrano, neppure una discussione.
    Alla TV ... bè è inutile continnuare il ragionamento, ci siamo capiti.

    Saluti

    David

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    1. David, purtroppo ormai da tempo sia in Italia che all'estero, le persone devono arrangiarsi da sole per trovare informazioni e capire come funzionano le cose, perchè giornali e TV sono totalmente inattendibili...per fortuna sui blog alcuni argomenti come l'MMT cominciano a prendere piede e la speranza è che diventino presto un argomento di discussione sempre più ampio ed allargato, perchè il modo in cui hanno incastrato l'Europa è davvero agghiacciante! Credimi, io non voto da tempo (a parte i referendum), ma il primo politico che parla di sovranità monetaria (italiana o europea), lo voto all'istante...fosse anche berlusconi...e ho detto tutto! A presto. Piero

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