martedì 17 gennaio 2012

LE TEORIE MONETARIE, DELICATE BOMBE AD OROLOGERIA DA MANEGGIARE CON CURA


In una fase di crisi permanente e strutturale dell’economia dei paesi più sviluppati (per intenderci Unione Europea, Stati Uniti e Giappone) viene quasi immediato esaminare le teorie economiche e soprattutto monetarie sulle quali si fondano tali sistemi economici per capire quali sono i punti di debolezza di queste teorie e dove sarebbe possibile agire per porre rimedio ad eventuali errori, storture o meglio ancora interpretazioni ormai sorpassate e anacronistiche della realtà esistente.

Una realtà che come molti di noi sanno e hanno già sperimentato e imparato a conoscere sulla loro pelle è in continua evoluzione e cambia ad una velocità infinitamente maggiore rispetto al rinnovamento lento e macchinoso delle stesse teorie.


Senza entrare troppo nei dettagli tecnici e cercando di semplificare al massimo l’analisi, le teorie monetarie hanno un vantaggio rispetto alle più generali teorie economiche: mentre queste ultime, basandosi sui comportamenti concreti della gente e sui rapporti di forza che insistono in una data società, hanno bisogno di un cambio generale di visione del mondo da parte della maggioranza dell’opinione pubblica (la cosiddetta “massa critica”), le teorie monetarie sono più agili da manipolare perché vengono decise a monte dall’ente giuridicamente preposto all’emissione della massa monetaria, chiamato Banca Centrale.

Non a caso, negli ultimi mesi, per non dire anni, l’attenzione dei maggiori analisti e osservatori economici e finanziari è sempre più concentrata sulle azioni e le strategie utilizzate dalle più importanti banche centrali del mondo (BCE in Europa, Federal Reserve negli Stati Uniti, foto sopra, Bank of England nel Regno Unito e Bank of Japan in Giappone), perché spesso dalle loro decisioni potrebbe dipendere in modo unilaterale la ripresa o il definitivo collasso dell’attuale sistema economico.

Molti studiosi di materia monetaria si sforzano di capire dove stanno sbagliando le banche centrali e in alcuni casi suggeriscono direttamente nuove azioni alternative da mettere in campo con urgenza per evitare il disastro, dato che la strategia monetaria viene decisa appunto a monte da un unico ente e non necessitando di una convergenza ampia di vedute da parte della gente, può essere cambiata rapidamente, dalla notte alla mattina, in base agli accordi e alle decisioni di un ristretto conclave di dirigenti e governatori delle stesse banche centrali.

Fino a qualche tempo fa, possiamo dire prima della crisi della borsa asiatica del 1997, seguita poi dalla bolla speculativa sui titoli tecnologici americani del 2001 e dall’attuale crisi finanziaria causata dalla speculazione sui titoli subprime americani del 2007 e tradotta in Europa nella crisi dei debiti pubblici (non sovrani, perché nessun paese dell’eurozona ha una sua moneta sovrana), si pensava che esistesse una regola fondamentale, quasi un dogma, su cui dovesse essere edificata tutta la politica monetaria di una banca centrale: si tratta della ormai nota “teoria quantitativa della moneta” elaborata dall’economista americano Milton Friedman (1912-2006) intorno agli inizi degli anni settanta.

Questa regola fondamentale metteva in relazione diretta la quantità di moneta M offerta dal sistema bancario nel suo complesso (dove per M si intende la somma della moneta circolante C sotto forma di banconote e monete metalliche, delle riserve bancarie R emesse dalla banca centrale e dei depositi bancari D creati dalle banche commerciali, M=C+R+D) con l’inflazione, ovvero l’aumento tendenziale dei prezzi al consumo, tramite l’abusata formula di equilibrio fra domanda e offerta di moneta:

PT=MV

Il primo membro dell’equazione rappresenta la domanda di moneta del mercato in un dato periodo di tempo (misurata dal numero totale T di transazioni finanziarie moltiplicate per il prezzo medio P di ogni transazione) mentre il secondo membro rappresenta l’offerta di moneta che la banca centrale e le banche commerciali mettono a disposizione del mercato stesso (sintetizzata dal prodotto fra il valore di moneta M creata e emessa dal sistema bancario e la velocità di circolazione V della moneta, cioè il numero di volte che la moneta passa di mano in mano durante lo stesso periodo di tempo).

Da questa formula discende di conseguenza la relazione prima enunciata di diretta proporzionalità fra l'offerta di moneta della banca centrale e l’inflazione (maggiore offerta provoca una maggiore inflazione sui mercati), perché in un dato periodo di tempo il rapporto V/T si ritiene costante e uguale a k (la velocità di circolazione della moneta infatti è sempre legata al numero di transazioni finanziarie complessive del mercato e aumentando una aumenta pure l’altro e viceversa):

P=kM

Espresso in questa maniera il modello monetario elaborato da Friedman sembra perfetto e inattaccabile, ma il suo limite di origine dipende appunto dal fatto che si tratta di un modello teorico che non include affatto tutte le mutazioni che intanto avvengono nella vita reale, politica, economica, sociale non solo di una nazione ma nel mondo nella sua interezza, dato che nel frattempo volenti o nolenti siamo entrati nella cosiddetta era della globalizzazione mondiale.
                                 
Un modello economico e in questo caso monetario, per quanto preciso e ben strutturato, avrà sempre una natura molto più statica che dinamica, perchè fotografa la realtà esistente in un certo periodo storico senza considerare tutte le evoluzioni che possono avvenire in futuro e soprattutto senza prevedere dei correttivi che adattino il modello ai mutamenti avvenuti.

Quando l’economista Friedman, che senza volere tirare in ballo valutazioni soggettive sulla sua buona o cattiva fede o su possibili pressioni o interessi personali, elaborò la teoria quantitativa e costruì il modello sopra descritto non poteva prevedere soprattutto due eventi: il primo è la rapida digitalizzazione dei flussi monetari (oggi la parte più cospicua delle transazioni finanziaria avviene principalmente per via telematica tramite aperture di conto corrente, bonifici, giroconti, accrediti e addebiti, mentre gli scambi in moneta circolante, metallica o cartacea, rappresentano una parte ridotta e sempre più marginale degli scambi) e il secondo è la finanziarizzazione spinta dell’economia, che ha trasferito ingenti quantità di capitali verso gli investimenti speculativi e la rendita sottraendoli alla produzione, ai risparmi e ai consumi diretti.

Questi due fenomeni, caratterizzati da un elevato dinamismo e da un’assenza quasi totale di controllo da parte delle autorità, hanno un’influenza molto diversa e difficilmente quantificabile sulle variazioni del tasso di inflazione rispetto alla circolazione della base monetaria metallica e cartacea, che ai suoi tempi Friedman considerava ancora prioritaria rispetto agli stessi depositi, e di conseguenza tutta l’impalcatura portante del suo modello statico viene a cadere impietosamente, diventando obsoleta e inadeguata per descrivere e regolamentare la realtà attuale.

A riprova di questo, abbiamo già verificato nei fatti che la teoria quantitativa di Friedman non funziona perché quando sia la Bank of Japan e la Federal Reserve, e più di recente la stessa BCE, hanno abbassato il tasso di sconto del denaro quasi a zero e iniziato ad ampliare l'offerta di moneta e pompare liquidità nei circuiti interbancari per favorire la ripresa economica (o per salvare le banche private indebitate, ma questo non cambia la sostanza delle cose), l’impatto sull’aumento dell’inflazione percepita è stato minimo e sicuramente inferiore a quello che poteva essere previsto dal modello di Friedman, perché gran parte della massa monetaria immessa dalla banca centrale è rimasta nei circuiti e nei depositi interbancari e non si è riversata nell’economia della produzione e dei consumi.

Le cause di un tale comportamento da parte degli istituti bancari sono molteplici e possono essere bene riassunti da un fenomeno già ampiamente dibattuto chiamato trappola della liquidità: quando i tassi di interesse del denaro scendono quasi a zero, le banche preferiscono mantenere la liquidità perché sanno già che i tassi non potranno più scendere ulteriormente e quindi qualsiasi tipo di investimento potrebbe rivelarsi controproducente in un prossimo regime di aumento dei tassi di interesse (che dal punto di vista bancario è il momento più adatto per fare investimenti, in aperto contrasto con gli interessi delle imprese produttive).

Questo per dire che qualsiasi modello statico di teoria economica non potrà mai essere efficace per descrivere una realtà mutevole, perché per quanto formalmente corretto non sarà in grado di inglobare e quantificare gli elementi umani e imprevedibili che sono spesso la causa principale dei cambiamenti reali dello scenario analizzato: le aspettative a breve termine, le prospettive per il futuro, la fiducia, i bisogni e le esigenze spesso contrastanti dei vari attori che formano il tessuto economico di una società complessa.

Da qualunque lato si voglia analizzare il problema, ogni scelta finanziaria e monetaria non può mai soltanto basarsi su elementi oggettivi ma sarà in vario grado e con diverse sfaccettature una forma di azzardo o scommessa e non a caso, i migliori investitori finanziari e gran parte degli stessi dirigenti delle banche centrali non sono dei tecnici preparati e infarciti di teoria, ma dei biscazzieri che hanno fiuto e sanno anticipare le mosse, le tendenze, le aspettative che si muovono sul mercato, confidando al massimo sul supporto di particolari  sistemi euristici (vanno a tentativi) o probabilistici (le serie storiche).

Nello specifico, le ultime operazioni di quantitative easing (alleggerimento quantitativo ovvero immissione massiccia di liquidità nei circuiti interbancari per liberare le banche dai loro assets più tossici e illiquidi) della Federal Reserve e in maniera diversa dalla stessa BCE (la prima ha fatto anche operazioni dirette sul mercato secondario dei titoli, mentre la BCE si è mossa principalmente nel circuito interbancario europeo) rientrano nella prima casistica di azioni euristiche, perché sia il governatore americano Ben Bernanke che Mario Draghi non sanno esattamente cosa accadrà nell’economia reale e quale sarà l’impatto concreto sugli indicatori economici del loro intervento, ma attendono i risultati per poi apporre eventuali correttivi e andare avanti con un altro tentativo.

Le attuali teorie (sarebbe meglio dire assenza di teorie) e strategie di politica monetaria adottate dalle banche centrali, al pari delle bolle speculative della finanza, quindi sono delle vere e proprie bombe ad orologeria che vengono gettate alla rinfusa nel mercato e possono scoppiare da un momento all’altro, perché risultano in buona sostanza elaborati accrocchi di modelli statici come quello di Friedman (o il modello macroeconomico di Keynes, che risulta ancora una teoria di riferimento per molti economisti, malgrado come abbiamo già visto siano cambiati rapidamente molti elementi di contorno dagli '30 ad oggi)  e strumenti euristici o probabilistici, spesso lontani dalla realtà, che difficilmente riescono ad interpretare le esigenze di un mondo mutevole ed in continua evoluzione.

Per stabilire un nuovo stato di equilibrio fra le azioni delle banche centrali e le reazioni del mercato che tenga conto anche dei fattori umani che insistono nei mutamenti di scenario, bisognerebbe intervenire innanzitutto sulle priorità e gli obiettivi che le banche centrali hanno per statuto: non più stabilità dei prezzi, sostegno alla crescita economica e lotta alla disoccupazione (ricordiamo che la BCE ha come unico obiettivo soltanto il primo, ovvero il mantenimento di un livello di inflazione accettabile, rivendicando una incomprensibile autonomia e indipendenza dalle sorti politiche delle nazioni che non è più tollerabile e crea notevoli turbolenze finanziarie), ma sostegno agli stati, programmi di piena occupazione, coerenti e sostenibili piani di sviluppo economico e in ultimo il monitoraggio delle variazione del livello di inflazione (l’aumento dell’inflazione non ha mai ucciso nessuno, e nel breve periodo può anche creare qualche beneficio alle casse dello stato, venendo poi riassorbito nel medio e lungo periodo dall’applicazione di un credibile regime di imposizione fiscale).   

L’abitudine di elaborare un modello nelle stanze chiuse di un palazzo della banca centrale e poi applicarlo tout court alla realtà sta segnando il passo, perché da qualsiasi angolazione lo si voglia guardare si è rivelato inefficace e fallimentare, creando disagio e incertezza diffusa ai vari livelli della popolazione (un senso drammatico di sfiducia collettiva che finisce per inficiare l’attendibilità di qualsiasi altro tentativo di raddrizzare la barca, in un’interminabile iterazione di errori e successive correzioni)  e in un mondo ideale (che non esiste e forse non esisterà mai, ma non per questo non vale la pena di sforzarsi di immaginare) dovrebbe essere sostituita con la prassi di studiare la realtà e poi costruire un modello economico e monetario di natura dinamica che simuli e sia quanto più possibile aderente al reale svolgimento dei fatti.

Non mi dilungo oltre sulle nuove possibili alternative che potrebbero essere trovate all’attuale modello economico e monetario, che magari descriverò nei prossimi articoli e sono già state accennate a grandi linee nel progetto di costruire dal basso un social network monetario descritto in un precedente articolo, ma è chiaro che mentre assistiamo impotenti e nostro malgrado alla distruzione di tutti i modelli monetari esistenti l’unico sistema di riferimento di sviluppo continuo e sostenibile che conosciamo e a cui possiamo rifarci è quello naturale (una simulazione dei processi di selezione, adattamento, mutazione, crescita e decrescita degli organismi e dei micro e macrosistemi naturali), perché consente un’allocazione ottimale delle risorse e prevede una rapida possibilità di adattamento ai cambiamenti che intanto intervengono nell’ambiente.

Ma per fare questo bisognerebbe prima rimettere in discussione quattro pilastri dell’attuale politica monetaria: la struttura privatistica e piramidale del sistema di creazione e distribuzione della moneta (la banca centrale, le banche sistemiche, lo stato, le banche periferiche, le imprese, e in ultimo i lavoratori e i cittadini), i residui contenuti di carattere materiale della moneta metallica e cartacea (che creano ancora tante ambiguità sulla definizione del valore e del significato del denaro), il ribaltamento del concetto di debito legato all’emissione di nuova moneta (sia da parte delle banche centrali attraverso la creazione della base monetaria che delle banche commerciali con l’attività creditizia), la revisione dell’attuale meccanismo degli interessi composti a crescita esponenziale (in natura non esistono organismi che abbiano una crescita esponenziale, tranne i virus e le malattie cancerogene) delle rendite o delle passività finanziarie.

Il modello ideale, sovrapposto e sovrapponibile a quello naturale, corrisponde quindi ad un sistema per quanto possibile piatto e reticolare, in cui i singoli individui rappresentano i nodi mentre i flussi monetari formano le maglie del reticolo, con una banca centrale che abbia il ruolo di pompare nuova liquidità e drenare l’eccesso di denaro circolante (per evitare la deriva del sistema nel suo complesso in un modello del genere la politica fiscale ha ancora un ruolo stringente e fondamentale) e il denaro, che svuotato da qualsiasi presupposto materiale di valore e di ricchezza e completamente digitalizzato, abbia il compito di circolare come il sangue dentro le maglie del sistema per misurare il valore degli oggetti di scambio e rendere quanto più possibile attivi e vitali i nodi del reticolo.

Nonostante la creazione di un sistema del genere possa apparire molto surreale e utopistica, non dobbiamo trascurare mai il fatto che malgrado la lentezza e le comprensibili resistenze delle autorità politiche e di alcune specifiche caste finanziarie, molti dei fattori sopra descritti stanno spontaneamente convergendo in questa direzione ed esistono ormai da tempo tutti i presupposti tecnici, tecnologici, culturali che renderebbero un tale sistema facilmente implementabile.

Nel blog Tempesta Perfetta cercheremo per quanto possibile non solo di analizzare in modo preciso e obiettivo le criticità della realtà esistente e i fatti di stretta attualità economica, politica, finanziaria, ma di tanto in tanto faremo dei balzi in avanti con la fantasia per vedere quali spiragli di luce si stanno già aprendo davanti a noi (con esempi concreti di quello che si è già fatto e si potrebbe fare in un prossimo futuro non tanto lontano) e per capire quale sarebbe la migliore rotta da seguire per portare la nostra Nave in acque finalmente più calme e tranquille.

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