venerdì 24 febbraio 2012

FITCH CONFERMA: LA CRISI FINANZIARIA IN ISLANDA E’ FINITA E LA RIVOLUZIONE SILENZIOSA CONTINUA







Mi associo anche io all’appello di rendere pubblico questo video in cui con buona sintesi descrittiva viene spiegato cosa è accaduto in Islanda dal momento dello scoppio della crisi finanziaria nel 2008 fino ad oggi. Chiarisco subito di non essere uno di quelli, che sulla scia del sogno romantico e libertario, crede che in Islanda un manipolo valoroso di eroi vichinghi, i buoni, abbia fronteggiato e sconfitto il tentativo di invasione dei terribili poteri finanziari mondiali, i cattivi, rappresentati dal Fondo Monetario Internazionale FMI. Perché le cose purtroppo non stanno esattamente così e più avanti vedremo che i dati e i documenti ufficiali dicono altro.


Tuttavia è indubbio che l'Islanda sia diventata da qualche tempo un vero e proprio osservatorio finanziario e laboratorio di sperimentazione politica, dai risvolti ancora incerti e imprevedibili, a cui bisognerebbe prestare molta più attenzione: il vero scandalo è che una rivoluzione avvenuta nei fatti in Islanda sia passata sotto silenzio nel resto del mondo. E’ questa la caratteristica più importante del caso islandese. Ed è per questo motivo che bisogna continuare a parlare di Islanda, iniziando magari dai dati più recenti e facendo poi delle considerazioni finali.



Gli ultimi dati diffusi a dicembre scorso dall'agenzia parigina OCSE, Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, parlavano abbastanza chiaro, soprattutto se confrontati con il disastro recessivo dell’eurozona: sebbene a fatica l’Islanda sta riuscendo a mettersi praticamente alle spalle la grave crisi finanziaria del 2008 e il modo in cui l’ha fatto non rispecchia di certo i metodi ortodossi degli aiuti internazionali utilizzati per gli altri paesi in difficoltà (vedi il caso Grecia in particolare).
 
Mentre l'OCSE prevede ancora un biennio 2012-2013 di bassa crescita, stagnazione e recessione (Italia, Grecia, Portogallo) per tutti i paesi dell'area euro, l'Islanda proprio nei prossimi due anni comincerà a virare in positivo dopo avere superato la fase più delicata del piano di salvataggio del FMI, che in pratica si è concluso ad agosto 2011. Dopo avere certificato una crescita nel 2011 del +2,9%, l'OCSE ha stimato infatti per il 2012 un ulteriore incremento del PIL per l'Islanda del +2,4% (contro -3,2% del Portogallo, -3% della Grecia, -0,5% dell'Italia).

La disoccupazione invece è passata dal 7% nel 2011 ad un nuovo calo ipotizzato nel 2012 fino al 6,1% (contro 22,9% della Spagna, il 18,5% della Grecia e l'8,5% dell'Italia), confermando che la cura islandese ha stravinto contro il suicidio assistito proposto dalla trojka finanziaria FMI, BCE, UE per i paesi dell'area euro inclusi nei piani di salvataggio (Portogallo e Grecia in particolare, mentre per l’Irlanda le cose stanno andando un po’ meglio, ma a costi sociali elevatissimi).

Anche nella parte più dolente, quella riguardante le posizioni debitorie nei confronti dei paesi stranieri, l’Islanda ha mostrato interessanti progressi: il debito pubblico (che ricordiamo ingloba il debito privato delle tre principali banche che sono state nazionalizzate ed è quindi posseduto in grossa parte da investitori esteri) dovrebbe scendere nel 2012 fino al 100% del PIL. Il deficit delle partite correnti (currents accounts, differenza fra esportazioni ed importazioni, più redditi o perdite da capitale) era del 11,2% sul PIL nel 2010 e si ridurrà al 3,4% nel 2012, fino quasi a sparire nel 2013. Considerando che nelle partite correnti o indebitamento estero è incluso anche il pagamento annuale degli interessi che si pagano sullo stock di debito estero, questo azzeramento significa molto per l’Islanda, che è riuscita in pratica a compensare le enormi perdite grazie all’incremento delle proprie esportazioni e ai meccanismi di aggiustamento del tasso di cambio.

Ma la notizia più incoraggiante per l’Islanda viene proprio da una delle tre terribili sorelle del rating internazionale (quindi non un centro di studi o un’associazione umanitaria, ma un covo di squali che cercano di consigliare al meglio gli investimenti per i propri clienti), la società americana di rating Fitch, che ha migliorato il rating di credito dell’Islanda, portandolo a BBB con prospettiva stabile. Unica questione ancora aperta rimane il rimborso dei cittadini inglesi e olandesi dei depositi sui conti Icesave.

In uno stralcio del comunicato di Fitch, che deve essere preso per quello che è ma offre parecchi spunti di riflessione, viene riportato quanto segue:

Fitch Ratings ha migliorato il rating di credito (IDR) a lungo termine dell’Islanda per l’emissione in moneta estera da 'BB+’ a 'BBB-' e ha portato la valutazione a lungo termine per le emissioni in moneta locale a 'BBB+'. Il suo IDR a breve termine per le emissioni in divisa estera è stato promosso a 'F3' da 'B' e la valutazione per la quantità di debito da 'BB+' a 'BBB-'. Le prospettive sui rating a lungo termine sono stabili.

Il recupero della valutazione a lungo termine di investment grade riflette i progressi che sono stati fatti per ripristinare la stabilità macroeconomica, favorendo le riforme strutturali per ristabilire la solvibilità sovrana dalla crisi monetaria e bancaria del 2008.
L'Islanda è uscita con successo dal programma del FMI e ha riguadagnato un nuovo accesso ai mercati internazionali del capitale. È in corso una promettente ripresa economica, la ristrutturazione del settore finanziario è ben avanzata, mentre il rapporto tra debito pubblico e PIL sembra essere vicino a un robusto programma di consolidamento fiscale.

Essendo stato il primo paese ad aver sofferto la crisi finanziaria globale, l'Islanda ha completato con successo un programma triennale di salvataggio del FMI nell’agosto del 2011. Nonostante alcuni contrattempi, questo piano ha gettato le fondamenta per un accesso rinnovato ai mercati internazionali del capitale alla metà del 2011 e per un impulso incoraggiante sulla crescita economica, pari al 3% nel 2011. La flessibilità del lavoro, dei mercati produttivi e un tasso di cambio oscillante hanno facilitato la correzione degli squilibri esterni e contenuto l'aumento della disoccupazione, mentre il sistema finanziario si è ridotto a un quinto delle dimensioni precedenti.

L'Islanda è stata tra le prime a operare un consolidamento fiscale tra le economie avanzate: il deficit primario si è contratto dal 6,5% del PIL nel 2009 allo 0,5% nel 2011, e sembra poter raggiungere un’eccedenza fiscale primaria dal 2012 e un surplus dal 2014.

Fitch ritiene che il debito governativo lordo potrebbe aver raggiunto il picco nel 2011 a circa il 100% del PIL (escludendo le potenziali passività di Icesave); il debito netto è significativamente più basso, circa il 65% del PIL, riflettendo cospicui depositi alla Banca Centrale (CBI). Riuscendo a contenere ulteriori shock, l'Islanda dovrebbe vedere una forte riduzione nel suo rapporto tra debito e PIL dal 2012, nel caso in cui continui la ripresa economica e che il governo raggiunga gli obbiettivi fiscali di medio termine. Gli ingenti depositi del governo presso la CBI e le riserve record in divise straniere alleviano le preoccupazioni di finanziamento a breve termine. Comunque, il rischio di eventuali e ulteriori passività che verranno scaricate nei bilanci governativi resta alto.

La risposta politica non ortodossa dell’Islanda alla crisi è riuscita a preservare la solvibilità sovrana, malgrado le difficoltà del settore finanziario senza precedenti. Comunque, rimangono problemi insoluti, come per la disputa protratta su Icesave, una branca off-shore della fallita Landsbanki che accettava depositi in divisa estera dal Regno Unito e dai Paesi Bassi, e il lento alleggerimento dei controlli sui capitali imposti nel 2008.

L’impatto di Icesave sulla solvibilità dell’Islanda si è affievolito col passare del tempo e Landsbanki ha cominciato a retribuire i conti di deposito. Comunque, Fitch ritiene che Icesave abbia ancora la capacità di far alzare il debito pubblico tra il 6 e il 13% del PIL, se un tribunale E.F.T.A. dovesse pronunciarsi contro l'Islanda. La risoluzione del problema Icesave sarà importante per il ripristino di normali relazioni con i creditori esteri e per rimuovere l’incertezza per le finanze pubbliche.

I controlli sui capitali continuano a bloccare il rimpatrio di una somma tra i 3 e i 4 miliardi di dollari di investimenti di soggetti non residenti in debito pubblico denominato nella corona islandese e in altri strumenti di deposito. Fitch ammette che l'abbandono dell'Islanda dei controlli sui capitali sarà un processo lungo, dati i rischi sottostanti di stabilità macroeconomica, di finanziamento fiscale e della nuova base, appena ristrutturata, delle banche commerciali.

Sinora, l'Islanda è stata relativamente poco toccata dalla crisi del debito sovrano dell’eurozona e, anche se ci si attende che la sua crescita rallenti fino al 2–2,5% nel 2012-13, Fitch non prevede che torni in recessione. In ogni caso, il settore privato rimane molto indebitato. Il debito delle famiglie supera il 200% del reddito disponibile e quello delle imprese il 210% del PIL, evidenziando la necessità di un’ulteriore ristrutturazione del debito nazionale, mentre il settore fondamentale per le esportazioni è stato frenato dai limiti di capacità produttiva e da una mancanza di investimenti, aggravate in parte dal lento alleggerimento dei controlli sui capitali.

Fitch ritiene che le iniziative future per il rating sovrano prenderanno in considerazione una lunga serie di fattori, che includono il proseguimento della ripresa economica, il consolidamento fiscale e i progressi verso la riduzione del debito pubblico e di quello estero. L'Islanda è ancora un paese con un reddito relativamente alto, con standard di governabilità, uno sviluppo umano e una facilità di impresa più simili a uno stato con un credito di primo livello che a uno con un rating basso. L’accelerazione della ristrutturazione del debito privato, un rilassamento progressivo dei controlli sui capitali, la normalizzazione delle relazioni, oltre a una durevole stabilità monetaria e dei tassi di cambio, aiuterebbero il miglioramento dello status creditizio dell’Islanda".




Considerazioni Finali


Cosa bisogna aggiungere ancora a quello che sappiamo già. L’Islanda è stato il primo paese ad entrare in crisi dopo il crollo dei titoli subprime negli Stati Uniti nel 2008 e probabilmente sarà il primo ad uscirne a testa alta già quest’anno, grazie ad un’azione coordinata fra istituzioni e coesione sociale della cittadinanza, che si è sviluppata su tre presupposti principali: la partecipazione democratica del popolo, la sovranità monetaria e la nazionalizzazione delle banche private.

Senza un rapido intervento in questa direzione, simile a quello avvenuto nella crisi bancaria della Svezia nel 1992, l’Islanda sarebbe ancora piegata su stessa a leccarsi le ferite. Ragion per cui, le lacrime e il sangue della crisi finanziaria mondiale dovranno versarli quei paesi, eurozona in testa, che non potranno mai e poi mai agire su queste leve fondamentali, per motivi purtroppo ormai noti a chiunque (forse non è inutile ricordare che l’eurozona è l’unico paese al mondo che non ha più una sua moneta sovrana, ma dipende in pratica dai finanziamenti esterni denominati in una certa moneta straniera chiamata euro, è governata da una pletora di tecnocrati non democraticamente legittimati da alcun voto popolare e ha il primato mondiale di debiti accumulati nel settore bancario ormai ampiamente fuori controllo e sostenuto soltanto dai prestiti diretti e strutturali della BCE).

La crisi finanziaria dell’Islanda, dal punto di vista strettamente tecnico o morale, non ha nulla di diverso dalle normali crisi del debito privato che conosciamo già: si gonfia una bolla di credito senza alcun controllo e senza adeguate garanzie fino a quando la bolla speculativa non scoppia e il sistema salta per aria. L’eccezionalità risiede casomai nel contesto e nel modo in cui è stata affrontata l'emergenza: un paese isolato e circoscritto con poco più di 320 mila abitanti, lontano dai circuiti internazionali della grande finanza e non abituato a maneggiare quelle grosse cifre che per alcuni anni sono transitate nell’isola, che riesce a tenere testa ai tentativi di ingerenza degli organismi finanziari internazionali e alla fine impone le sue condizioni smantellando e ridimensionando il sistema bancario che era stato all'origine del guasto.

Come tutti gli altri paesi sviluppati nell’ultimo ventennio, anche l’Islanda aveva conosciuto purtroppo il suo bel periodo di selvaggia deregolamentazione della finanza e privatizzazione del settore bancario, le cui maggiori banche erano ancora fino al 1988 di proprietà dello stato. Sempre a causa del suo isolamento, queste banche non furono vendute a gruppi bancari stranieri ma ad alcuni avventurieri privati islandesi, molto vicini agli ambienti politici locali, che avevano poca competenza ed esperienza in campo finanziario. 

Non bisogna stupirsi che i novelli banchieri abbiano cominciato a fare esperimenti e a lanciarsi in campo aperto nell’attività creditizia (un lavoro troppo bello e facile per chiunque: premi due tasti, scrivi due dati su un computer e il gioco è fatto): il credito bancario interno è passato dal 100% del PIL nel 2000 fino al 450% del 2007. C’era già di che allarmarsi anche prima dello scoppio della crisi finanziaria internazionale.

Ed è appunto la parte dei controlli sulle banche che in Islanda mostra delle crepe superiori alla norma. la Banca Centrale Islandese è un’istituzione minoritaria con poco potere e poca governance: non ha uno ma ben tre governatori che si controllano a vicenda, uno dei quali viene quasi sempre nominato e scelto direttamente dalle liste del partito politico di maggioranza al governo. Anche qui, poca competenza, poca formazione specifica e il ruolo di vigilanza sull'operato dei banchieri privati è praticamente assente. Anzi, la banca centrale si propone come garante non espressamente dichiarato dello sviluppo bancario nell'isola, senza avere però i mezzi per assicurare la solvibilità finanziaria di banche ormai artificialmente ingigantite e notevolmente superiori alle capacità finanziarie dello stessa banca centrale.

Quando in un paese così piccolo e isolato come l’Islanda comincia a circolare molta moneta sotto forma di credito è chiaro che l’inflazione inizi rapidamente a galoppare e la banca centrale cosa fa? Ovvio, l’azione più semplice da adottare, riportata in tutti i manuali di politica monetaria: alza progressivamente il tasso di sconto del denaro, fino a raggiungere livelli improponibili del 15%. Ma il banchiere privato è furbo e se non può più accedere ai rifinanziamenti della banca centrale per aggiornare le sue riserve perché troppo care, comincia a capire che si può aggirare l’ostacolo chiedendo soldi all’estero per continuare senza sosta l'attività creditizia. Per invogliare gli investitori stranieri a portare capitali in Islanda, i banchieri iniziano così ad aumentare i tassi di interesse sui depositi (mediamente 5-6%, contro il 2-4% dell’area euro-USA, e soprattutto lo 0-1% del Giappone).

Con questi afflussi di capitali esteri, la moneta nazionale, la corona islandese, comincia a ricevere strattoni e a fluttuare vertiginosamente sul mercato dei cambi, ma la banca centrale riesce a mettere delle pezze e dei rattoppi grazie ad alcune politiche fiscali sui prezzi delle merci di esportazione, che vengono gonfiati ad arte per mantenere un certo valore di cambio della corona. Il trucco riesce e tutto sommato l’Islanda è ancora capace di dare all’estero un’immagine di stabilità e solidità finanziaria. 

In virtù di prospettive di crescita e di espansione economica così floride, tutti gli islandesi vogliono ancora crediti magari in valuta estera per comprare una casa e le banche coprono questi nuovi prestiti con metodi contabili estremamente fantasiosi: i mutui a lungo termine di 25-40 anni vengono bilanciati con depositi a breve scadenza in moneta estera di durata variabile fra 3-4 mesi, perché oltre agli investitori istituzionali (fondi pensioni, fondi sovrani) è chiaro che cominciano ad arrivare alla spicciolata in Islanda anche speculatori finanziari che vogliono un profitto certo ed immediato.

Molti clienti, che hanno ottenuto mutui ipotecari a tasso variabile, rinegoziabile dopo un periodo di tolleranza di cinque anni, non sapevano che i loro mutui fossero finanziati con prestiti a breve termine, che tendevano inesorabilmente ad incrementare il margine di rendimento. A causa della lievitazione degli interessi Il debito delle famiglie comincia così ad aumentare raggiungendo nel 2007 il 240% del reddito disponibile, mentre nel 1983 era solo il 40% e nel 1990 l’80%. Il boom del mercato immobiliare subisce di conseguenza una brusca frenata e il banchiere trova un’altra strada ancora più facile ma rischiosa per fare soldi: gli investimenti finanziari in titoli derivati ad elevato rendimento

Gli Stati Uniti diventano il nuovo territorio di conquista dei banchieri islandesi perché oltreoceano è possibile acquistare una grande varietà di prodotti finanziari, capaci di bilanciare i depositi costosi. Si crea un circolo vizioso fra i banchieri islandesi e gli speculatori internazionali, che utilizzano la tecnica del carry trade per prendere a prestito capitali all’1% (soprattutto dal Giappone) e depositarli in Islanda al 6%, guadagnando sullo scarto di interesse. Il debito estero esplode (guarda grafico sotto, dove nel 2008 poco prima della crisi ha raggiunto il 900% del PIL nazionale) e nessuno sembra preoccuparsene (non solo le istituzioni locali, ma anche gli organismi finanziari di controllo internazionale come lo stesso FMI).



     


L’Islanda non avrebbe mai potuto reggere un simile indebitamento, che era basato soprattutto su depositi a breve scadenza: basta pensare che nel 2007 i debiti a breve termine verso l’estero del sistema bancario arrivano ad essere 15 volte superiori alle riserve in valuta estera presso la Banca Centrale d’Islanda, per capire che quest’ultima non avrebbe mai potuto fronteggiare uno shock esterno di fuga dei capitali. Ma i governatori della banca centrale non si accorgono di nulla, i politici sono compiacenti, i cittadini sono ignari del pericolo. Solo come nota a margine: l’economista americano di origine turca Nouriel Roubini, esperto in crisi finanziarie internazionali, ha stabilito che la soglia limite del debito estero oltre la quale inizia l’avvitamento verso il default e il fallimento si aggira intorno al 54% del PIL e l’Islanda aveva già a partire dal 2000 superato il 100%. Il crollo islandese era ampiamente prevedibile, ma mancava ancora la scintilla.

Ad ottobre del 2008 scoppia la bolla dei titoli subprime americani, il cui valore viene deprezzato nel giro di pochi giorni a titoli tossici e spazzatura e l’Islanda è in ginocchio. Le tre banche principali falliscono e tutto il resto è storia abbastanza nota. Quello che non è stato chiarito in modo trasparente è il ruolo del Fondo Monetario Internazionale, che secondo alcuni amanti della leggenda romantica islandese è stato cacciato via a pedate dagli eroici cittadini dell’isola. Purtroppo la vicenda non sta esattamente in questi termini.

Il FMI arriva in Islanda a fine ottobre 2008 e da quel giorno non si è mai mosso dal suolo islandese, portando a termine il suo programma di salvataggio ad agosto 2011. In questi tre anni scarsi le istituzioni politiche e bancarie islandesi lavorano a stretto contatto con l’FMI, decidendo insieme quali misure fiscali bisogna adottare per recuperare le perdite e ristrutturare l’intero settore bancario disastrato. Come riportato in questo documento ufficiale il primo prestito da 2,1 miliardi di dollari viene contrattato con l’FMI e ottenuto dall’Islanda il 19 novembre 2008, ed è stato parzialmente riassorbito con la vendita di alcune attività liquide delle tre banche nazionalizzate.

La rivolta degli islandesi comincia invece ad aprile 2009 quando il FMI propone un secondo prestito da 3,4 miliardi di dollari (5,5% di interesse), a cui si aggiungono altri 2,5 miliardi di dollari da parte di alcuni paesi nordici, fra cui Svezia e Russia, che aveva interesse a riscattare in cambio degli aiuti alcune concessioni di trivellazione in alto mare con impianti petroliferi off-shore. Le modalità di rimborso sono palesemente vessatorie nei confronti del popolo islandese, che deve ripagare il prestito con una ritenuta diretta in busta paga di circa 100 euro al mese per 15 anni.

A questo punto i cittadini islandesi si ribellano, rivendicando il diritto di non pagare un debito scaricato sulle loro spalle da pochi banchieri privati falliti e ormai in fuga e stranamente da quel momento in poi si rompe il patto di collaborazione con l’opinione pubblica internazionale che comincia a mettere in cattiva luce il comportamento scorretto degli islandesi, toglie le tende dall’isola, le notizie diventano più rarefatte e frammentarie. La rivoluzione diventa silenziosa, perché nessuno al di fuori dei confini dell’isola ne parla più. La scelta del popolo di rifiutare quel debito enorme ed odioso (in cui solo in parte rientravano i mutui dei cittadini, ma per il resto erano depositi investiti in titoli rischiosi) diventa un oltraggio diretto ai poteri forti della finanza internazionale.

Inizia un lungo braccio ferro e alla fine il popolo islandese vince la sua battaglia. Questo però non significa che gli islandesi non devono pagare più i debiti contratti dai banchieri, anzi: Svezia e Russia si tirano indietro, ma l’FMI continua il suo programma, cambiando soltanto le modalità di rimborso per distribuire l’onere in maniera più equa ed equilibrata fra cittadini, imprese, stato. I beni islandesi all’estero vengono congelati, sequestrati e venduti in asta per ripagare i creditori, le rendite finanziarie vengono tassate al 20% (prima era il 18%), le imposte sulle imprese vengono aumentate del 2%, l’aliquota sui redditi pubblici e privati viene innalzata dell’1,5%, l’IVA viene incrementata dal 24,5% al 25,5%, le imposte sulla previdenza sociale sono passate dal 5% al 7%, sono state aumentate le accise su alcolici, tabacco, benzina ed energia (quest’ultima colpisce maggiormente le imprese).

La batosta è abbastanza pesante (vedere sotto il grafico in cui si vede che il livello medio del prelievo fiscale utilizzato per ripagare i costi della crisi è in Islanda del 20% del PIL, secondo solo a quello dell’Irlanda), ma la democrazia è salva. Nessun tecnocrate ha potuto sospendere la sovranità del popolo islandese per imporre dall’alto cure indigeste e non gradite, come è tristemente avvenuto in Italia e Grecia, ma è stato il popolo stesso a decidere la strada da seguire e a ricompattarsi per riscrivere il testo della costituzione, in modo da evitare di ricadere in futuro negli errori già commessi.






L’unico dilemma ancora da risolvere per l’Islanda è il contenzioso con Inghilterra e Olanda per rimborsare i depositanti all’estero dei conti Icesave, che ammontano a circa 4 miliardi di dollari fra i correntisti inglesi e ad 1 miliardo di dollari con gli olandesi, ma secondo le ultime informazioni ufficiali del governo in carica questo debito verrà ricompensato con le vendite dei beni patrimoniali della più grande delle tre banche nazionalizzate, evitando di applicare un altro salasso ai cittadini.

In conclusione, possiamo sicuramente affermare che il caso Islanda ha caratteristiche particolari, derivanti dall’origine della crisi e dalle condizioni al contorno, ma se tentiamo di confrontare ciò che è accaduto in Islanda con quello che è avvenuto nei giorni scorsi in Grecia possiamo subito evidenziare uno spartiacque invalicabile: l’Islanda ha potuto muoversi con discreta autonomia in tre direzioni, una di carattere strettamente politico, una di contrazione fiscale e l’altra di strategia finanziaria e monetaria (controlli sui capitali e sui tassi di cambio, nazionalizzazione delle banche, limitazioni del credito), dato che la banca centrale avvalendosi di una piena sovranità monetaria ha potuto agire ad ampio raggio per rimarginare i difetti macroeconomici del sistema (soprattutto per ristabilire un tasso di cambio più ragionevole, dato che in seguito allo scoppio della crisi la corona aveva subito una svalutazione dell’85% nei confronti dell’euro).

In Grecia invece i tecnocrati hanno solo puntato sul lato dei tagli alla spesa, senza prevedere correttivi espansivi che possano in qualche modo rilanciare la crescita dell’economia greca o modificare i flussi commerciali e finanziari in entrata o in uscita dalla Grecia. Le rivendicazioni del popolo greco sono rimaste inascoltate e il clima, politico e sociale, è torvo e pieno di sfiducia. Non a caso le previsioni economiche per la Grecia per i prossimi anni sono tutte negative e peggiorative rispetto al quadro generale attuale.

Nel 2009, nel pieno del disastro economico e presa dal panico, l’Islanda aveva ufficialmente presentato richiesta per essere ammessa nell’Unione Europea e successivamente nell’euro, ma con la rinascita in vista e i venti che tirano oggi nel Mediterraneo è difficile che i vichinghi islandesi possano rinunciare alla loro sovranità democratica e monetaria per aderire ad uno dei sistemi politici ed economici più squilibrati e sbagliati della storia. Da questo punto di vista, l’Islanda deve rappresentare una lezione per tutte le altre nazioni che ancora annaspano nella crisi, Italia compresa.


9 commenti:

  1. Non ho ben capito perchè uno stato debba rispondere del fallimento di tre banche private e ancor meno perchè ha dovuto nazionalizzarle.

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    1. Perchè all'interno di quelle banche c'erano anche i mutui e i prestiti concessi ai cittadini e molti titoli di debito comprati dallo stato...la nazionalizzazione era l'unico metodo per ristrutturare i bilanci delle banche e capire quale parte di debito/prestito è legittimo e qualche invece è di natura speculativa...gli islandesi hanno fatto pulizia...tu pensa solo a cosa potrebbe accadere se fallisse una banca italiana con tutti i titoli di stato che ha in pancia: lo stato italiano dovrebbe per forza nazionalizzarla per garantire i depositi dei cittadini, che sono serviti in pratica a giustificare in bilancio i soldi ricevuti dallo stato con la vendita dei titoli di debito alle banche...in questo modo si elimina l'intermediario e il rapporto diventa soltanto fra stato e i suoi cittadini, come sta avvenendo in Islanda oggi...che per me risulta un caso di studio solamente perchè dimostra che le crisi finanziarie possono essere risolte soltanto quando si ha la piena disponibilità della sovranità monetaria e si possono controllare i flussi finanziari in entrata e in uscita da un paese...quello che purtroppo non sta accadendo in paesi come la Grecia, che non può decidere di variare il tasso di cambio della sua moneta per bilanciare i flussi, ma subisce invece passivamente ciò che le viene imposto dal mercato, dalla trojka, etc etc...un vero casino insomma!!!

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  2. Perchè adesso vogliono (almeno i governanti) tornare all'euro ?

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    1. La tentazione di agganciarsi ad una moneta stabile sui mercati dei cambi come l'euro è molto forte soprattutto per quelle piccole nazioni che hanno monete con un tasso di cambio molto fluttuante come la corona islandese...ma sappiamo bene che questa stabilità artificiale viene pagata cara con la rinuncia alla sovranità monetaria e mette queste nazioni (vedi la Grecia) in balia dei mercati dei capitali...considera che la rinuncia per uno stato di potere emettere la propria moneta va a tutto a vantaggio dei poteri finanziari privati di quello stesso stato e stranieri che potranno disporre come meglio credono delle risorse naturali e umane della nazione (privatizzazioni, liberalizzazione del mercato del lavoro, riduzione dei salari)...quindi all'interno di ogni paese europeo che non aderisce ancora all'euro si formeranno sempre delle componenti politiche, vicine ai poteri finanziari, che spingeranno con la propaganda per unirsi all'eurozona...tuttavia, siccome è necessario un referendum, escludo che gli islandesi si faranno incastrare nella gabbia dell'euro, soprattutto dopo avere assistito alla loro lenta ripresa e alla contemporanea catastrofe dei paesi PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna)...saluti. Piero

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  3. bell'articolo ma potresti citare un po di fonti? mi interesserebbe sapere di più riguardo ai fondi ricevuti

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    1. vorrei sapere quindi quali debiti ha contratto veramente questo paese e con chi.
      fmi? russia? inghilterra? olanda? grazie in anticipo

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    2. Come fonti ho utilizzato principalmente FMI, OCSE, nonchè la stessa Fitch...sui fondi ricevuti dal FMI ho utilizzato il documento linkato nello stesso articolo...mentre sui fondi che dovevano arrivare da Russia e Giappone si tratta ovviamente di indiscrezioni perchè quei fondi in verità non sono mai arrivati...con Inghilterra e Olanda sono stati principalmente contratti debiti bancari, perchè i fondi Icesave raccoglievano depositi e risparmi di cittadini inglesi e olandesi...molti di loro sono stati già rimborsati dai rispettivi governi, ma bisogna capire come l'Islanda riuscirà a ripagare il debito all'Inghilterra e all'Olanda...a presto!!! Piero

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    3. grazie mille!

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  4. Bene l'Islanda sta uscendo dalla crisi... OK. Questo significa che presto la corona verrà nuovamente trattata sui mercati e tutti i risparmiatori potranno convertire le loro isk in Euro? Attulmente non esiste possibilità di poter convertire le isk ad un prezzo di cambio decente (160) ma unicamente ad un valore tra (250/290)....E' possibile, recandosi direttamente in Islanda riuscire attraverso un bonifico ritirare là le nostre isk ed eventualmente convertirle in euro? Potrebbe essere una buona occasione per visitare l'Islanda e riuscire a riottenere i nostri soldi. Oppure qualcuno è in grado di consigliare altri sistemi per la conversione...Grazie in anticipo a coloro che saranno in grado di rispondere.. Saluti

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