venerdì 20 aprile 2012

L’INFLAZIONE NON DIPENDE DALL’OFFERTA DI MONETA, CROLLA UNO DEI FALSI PILASTRI DELL’EURO


Dopo avere visto nei precedenti articoli quanto immotivata e insensata sia la paura per l’aumento del debito pubblico, soprattutto in uno stato sovrano (Stati Uniti, Gran Bretagna, Svezia, Giappone, Argentina e tutto il resto del mondo tranne l’eurozona)  che ha ancora una banca centrale capace di rimborsare tutti i debiti denominati in valuta nazionale tramite il semplice clic su un computer, oggi vediamo un altro dei grandi miti e delle leggende che stanno da anni attanagliando nel panico milioni di persone: l’inflazione. In particolare iI mito popolare, la caccia alle streghe scatenata dai soliti apprendisti stregoni che stanno a capo dei governi e degli organismi internazionali prevede che “stampare” o creare dal nulla più soldi provochi automaticamente inflazione.  

Negli Stati Uniti sono stati molto accessi i dibattiti intorno alle operazioni di espansione monetaria Quantitative Easing 1 e 2 della Federal Reserve e al finanziamento diretto da parte della banca centrale del disavanzo pubblico del governo federale, che secondo le teorie di molti economisti prezzolati e incompetenti avrebbero condotto i prezzi alle stelle. Niente di tutto ciò è accaduto, l’inflazione negli Stati Uniti negli ultimi anni è rimasta pressoché costante, perchè l'unico problema riguardo a questi miti, a queste paure irrazionali con cui si cerca di spaventare la gente, molto simili per certi aspetti alle fobie per le streghe o alle creature demoniache del Medioevo, è che non è vero niente. Vediamo perché.  



Come molti di voi già sapranno con il termine inflazione si indica un generale e continuo fenomeno di aumento tendenziale dei prezzi di beni e servizi al consumo in un dato periodo di tempo. A causa dell’innalzamento dei prezzi, a parità di altre condizioni, ogni unità monetaria potrà comprare una ridotta quantità di beni e servizi, e quindi l’inflazione comporta anche una diminuzione del potere d'acquisto della moneta e il suo deprezzamento nei confronti dei prodotti e servizi, dato che la moneta non è un bene neutro ma al pari di un qualsiasi altro bene materiale influenza con la sua circolazione i meccanismi di domanda e offerta del mercato allargato. In una situazione di alta inflazione, la gente tenderà a disfarsi rapidamente della moneta perché teme che possa continuare a deprezzarsi nei confronti dei beni e servizi acquistabili, mentre al contrario in periodi di bassa inflazione, i risparmiatori avranno maggiore propensione a trattenere e custodire elevate quantità di liquidità monetaria, perché considerate vere e proprie riserve di ricchezza.


In Italia le indagini intorno all’indicatore dell’inflazione vengono svolte dall’ISTAT, in base all’analisi di un paniere di beni e servizi che rappresentano bene o male gli articoli prevalentemente acquistati dalle famiglie. Il paniere è composto da 1398 fra beni e servizi che comprendono prodotti alimentari, bevande alcoliche, tabacchi, abbigliamento e calzature, mobili e arredamenti, trasporti, comunicazioni, spettacoli e cultura, ristorazione. Stranamente nel calcolo dell’inflazione non viene incluso il prezzo delle case (che per il suo alto valore e la sua alta volatilità impatta molto sul benessere delle famiglie) e il costo dei servizi finanziari e bancari, che oltre alle commissioni bancarie comprendono anche i titoli azionari e obbligazionari che per quanto rischiosi e volatili risultano spesso strumenti di investimento importanti per parecchie famiglie. Considerando l’elevato valore del prezzo delle case e l’importanza strategica dei prodotti finanziari, escludere oggi questi ultimi dal calcolo dell’inflazione è come volere misurare l’altezza media delle montagne del mondo escludendo l’Himalaya. Il risultato finale della misurazione dell’inflazione è sicuramente falsato già in partenza.


Ma tralasciando per un momento questi aspetti e gli errori di tolleranza connessi a qualunque strumento statistico di misurazione, andiamo adesso al cuore del problema. Secondo molti economisti, di stampo neoclassico o neoliberista o appartenenti alla Scuola Austriaca di Von Mises, la causa principale dell’inflazione sarebbe da imputare all’aumento dell’offerta di moneta, che stimolando la domanda di beni e servizi a parità di volumi prodotti si traduce appunto nell’innalzamento dei prezzi, quantomeno nel breve periodo. Siccome l’organismo preposto a modulare l’offerta di moneta è la banca centrale, ecco che le operazioni di rifinanziamento e immissione di nuova moneta nel mercato da parte della banca centrale determinano un conseguente aumento dell’inflazione e quindi bisogna limitare al massimo gli interventi monetari espansivi della banca centrale, sia in termini di operazioni nel mercato interbancario che di meccanismi di monetizzazione diretta del deficit pubblico dello stato sovrano.


Ora, sulla Scuola Austriaca di Von Mises ci sarebbe molto da dire e mi riservo di approfondire l’argomento in altri articoli, perché l’economista austriaco imputava come principale causa dell’inflazione non tanto la presenza della banca centrale ma l’attività creditizia fuori controllo delle banche private che creano nuovo denaro dal nulla concedendo prestiti e aprendo nuovi depositi ai clienti mutuatari (per questo motivo Von Mises proponeva un regime di riserva obbligatoria del 100% per impedire a monte questa innaturale concentrazione monopolistica degli investimenti nelle mani dei banchieri privati che rendeva poi disequilibrati e instabili tutti i processi economici a valle). Siccome però tutta l’impalcatura dell’eurozona e della banca centrale europea BCE si basa su questo presunto assioma neoliberista e sul controllo della stabilità dei prezzi e dell’inflazione, dimostrando con semplici deduzioni logiche che non esiste alcun legame fra offerta di moneta e inflazione, si può tranquillamente arrivare alla conclusione che tutto il progetto dell’unificazione monetaria europea sia fondato sul nulla, sul niente, su una menzogna bella e buona che non ha mai trovato alcuna validazione scientifica.


Secondo quanto riportato nello statuto, sappiamo infatti che l’obiettivo principale della BCE è il mantenimento della stabilità dei prezzi e per avvicinarsi a questo obiettivo che lo stesso istituto bancario di Francoforte ammette essere difficile da raggiungere in modo diretto,  la BCE utilizza un miscuglio di diverse strategie intermedie di politica monetaria, chiamate monetary targeting (ovvero il controllo del tasso di crescita del più ampio aggregato monetario) e inflation targeting (basato principalmente sulla fissazione periodica del tasso principale di rifinanziamento e sul margine di riserva obbligatoria). Tuttavia come vedremo fra poco la BCE non può variare in alcun modo l’ampiezza degli aggregati monetari potendo al massimo decidere solo il grado di liquidità del mercato e il prezzo (tasso di interesse) a cui concedere il rifinanziamento e il mantenimento di nuova liquidità agli istituti bancari. Quindi non solo la BCE ha sbagliato ad imporsi come unico obiettivo la stabilità dei prezzi (escludendo lo sviluppo economico e l'occupazione), ma neppure questo unico scopo può raggiungere con le sue sofisticate (?) strategie monetarie.


Questa conclusione deriva dal modo particolare in cui funziona il sistema monetario moderno, dove la banca centrale riveste la specifica funzione di rappresentare la banca di deposito e di prestito per tutte le banche private presenti nel mercato interbancario, senza potere però minimamente influire sulle scelte che faranno le banche con la nuova liquidità fresca di “stampa” ottenuta (si tratta quasi sempre di semplici bit informatici di un computer). In particolare le banche centrali fanno queste operazioni di rifinanziamento accreditando o addebitando il conto di riserve elettroniche (moneta ad alto potenziale, High Powered Money) che ogni banca privata detiene presso la stessa banca centrale, in modo da assecondare qualsiasi richiesta che proviene dal settore bancario privato (è la domanda di riserve a trascinare l'offerta della banca centrale, che non può costringere in alcun modo le banche ad accettare nuovi prestiti monetari).


Ora però le banche non possono materialmente prestare queste riserve elettroniche ai propri clienti, potendo al massimo utilizzarle per regolare i pagamenti incrociati con gli altri istituti bancari e investire nuovamente in titoli e strumenti finanziari. Fra l’altro come sappiamo già, le banche non hanno bisogno di queste riserve per fare prestiti, dato che ogni volta che concedono un prestito ad un cliente creano nuovo denaro dal nulla a basso potenziale (si tratta anche qui di una banale scrittura contabile su un computer), che a differenza di quello ad alto potenziale della banca centrale (che può essere distrutto o sterilizzato soltanto dalla banca centrale stessa) scompare gradualmente non appena il cliente comincia a rimborsare il debito contratto con la banca.


Quindi ogni volta che la banca centrale crea denaro dal nulla, questa moneta non inonda i mercati come vorrebbero farci credere gli apprendisti stregoni dell’inflazione e gli stessi economisti asserviti al regime, ma rimane sempre all’interno del mercato interbancario, potendo transitare esclusivamente dal conto di riserve di una banca all’altro. La banca centrale non fa altro che prelevare titoli meno liquidi e più rischiosi per immettere nei conti di riserve delle banche nuova liquidità ad alto potenziale e priva di rischio, che può essere utilizzata dalle banche per fare altri investimenti finanziari in titoli, azioni, derivati. In una continua rotazione cieca e inarrestabile che non prevede alcun momento di arresto.   


Questo circolo vizioso potrebbe infatti non avere mai fine e sembra apparentemente slegato e autonomo dall’andamento dell’economia reale, ma invece subisce ad ogni passaggio sempre nuove espansioni o contrazioni di liquidità in base ai valori reali del mercato, perché per quanto matematicamente contorti e spesso incomprensibili, qualunque titolo finanziario utilizzato come collaterale negli scambi con la banca centrale, anche il più astruso dei derivati o swap, si appoggia su un sottostante bene o servizio reale o sull'andamento di un indice reale di mercato. Ad ogni modo, a parte questa funzione di tutela e supporto alle banche private, la banca centrale non può fare nulla, operando in pratica come una vera e propria centrifuga, che “ripulisce” e varia continuamente il grado di liquidità dei bilanci delle banche, non potendo però in alcun modo modificare l’entità assoluta dei saldi.


L’unico modo in cui le riserve di moneta create dal nulla dalla banca centrale possono circolare nell’economia reale è tramite il prelievo di banconote dei clienti agli sportelli ATM o la monetizzazione dei deficit pubblici da parte della banca centrale attraverso l’acquisto diretto dal Tesoro di titoli di stato o l’espansione dello scoperto del conto governativo presso la banca centrale, perché in questi casi i soldi verrebbero effettivamente spesi e messi in circolazione nel settore privato o pubblico, uscendo dal circuito interbancario. 


La monetizzazione dei deficit pubblici può avvenire però soltanto negli stati sovrani, mentre a causa di una sciagurata scelta dei primi progettisti dell’eurozona, sappiamo bene purtroppo che per statuto la BCE non può finanziare direttamente gli stati, limitandosi sporadicamente ad intervenire sul mercato secondario dei titoli obbligazionari per acquistare buoni del tesoro delle nazioni europee più in difficoltà ed impedire l’innalzamento del rendimento e dello spread dei rispettivi titoli di stato. Un’operazione quindi di carattere temporaneo e prudenziale che però non contribuisce assolutamente a variare l’entità complessiva degli aggregati monetari presenti sul mercato o nella cosiddetta economia reale, dato che la BCE si limita ad acquistare titoli già esistenti e non compra mai titoli nuovi di emissione (quelli collocati nelle aste primarie per intenderci).


Nel caso specifico e anomalo dell’eurozona, eliminata di colpo la monetizzazione diretta dei deficit pubblici, l’unico modo possibile e rimanente per trasformare l’offerta di moneta della BCE in denaro realmente circolante è il prelievo di banconote presso i Bancomat da parte dei clienti privati delle banche. Ricordando però che le banconote cartacee rappresentano soltanto il 3% della moneta circolante (il restante 97% è costituito dai depositi a vista o depositi di risparmio) e tutte le direttive restrittive sul prelievo dei contanti attuate dai tecnocrati europei (con l’abile pretesto della lotta all’evasione fiscale, ma a beneficio esclusivo delle banche che avranno maggiori quantità di riserve elettroniche da utilizzare negli investimenti finanziari), ne consegue che anche ammettendo un’ipotetica relazione fra l’offerta di moneta della BCE e l’inflazione, questa è circoscritta esclusivamente al 3% delle banconote circolanti. Davvero troppo poco per tenere sotto controllo un fenomeno così complesso come l’inflazione, che come chiariremo in seguito dipende molto di più dalle dinamiche di interazione fra domanda e offerta di beni e servizi rispetto all’aumento delle banconote circolanti.


Eppure, nonostante queste evidenze scientifiche e sperimentali, tutta la struttura portante dell’eurozona, la follia dell’austerità della Germania, le politiche neoliberiste della commissione europea e della BCE, il Fiscal Compact, sono fondate principalmente e sfacciatamente proprio su questi due pilastri, due dogmi: il contenimento del debito pubblico (che non è mai stato la causa della crisi, essendo una conseguenza del debito privato e degli enormi squilibri macroeconomici fra i paesi dell’eurozona) e il controllo dell’inflazione (di cui la BCE non ha assolutamente alcun controllo). Capite bene che se un edificio mastodontico come quello dell’eurozona viene fondato su due pilastri così fragili ed insostenibili come il debito pubblico e l’inflazione non è poi tanto strano che stia finendo per implodere su stesso. Invece di concentrarsi sui reali problemi che comporta una seria unificazione monetaria fra nazioni diverse, i tecnocrati neoliberisti europei hanno da sempre inseguito l’inafferrabile (come i mistici del Medioevo) e basato tutte le loro strategie politiche e scelte economiche su teorie rozze e approssimative che sono state abbondantemente sconfessate dalla storia e relegate al novero delle pure curiosità accademiche.


In particolare, se consideriamo che la certezza di questo legame stretto fra l’inflazione e l’aumento dell’offerta di moneta della banca centrale viene fatto derivare dalla “teoria quantitativa della moneta” elaborata da Milton Friedman agli inizi degli anni settanta, possiamo capire quanti errori di valutazione siano inclusi in tutte le decisioni politiche ed economiche dei tecnocrati europei. Da qualunque lato si voglia esaminare la teoria quantitativa di Friedman e la strategia rigorosa del monetarismo della banca centrale ad essa collegata, possiamo subito concludere che questo modello non ha mai funzionato, non funziona e non funzionerà mai perché non descrive nemmeno lontanamente ciò che accade nei processi economici e monetari reali. Con le dovute proporzioni e il rispetto per i nostri antenati, Friedman sta alla storia della disciplina economica, come un cavernicolo sta alla storia del pensiero filosofico.

Essendo tuttavia i tecnocrati europei, da Barroso a Van Rompuy, da Papademos a Monti, da Rajoy a Draghi, delle emanazioni e dei discepoli devoti della dottrina religiosa neoliberista di Friedman, tirate voi le somme e capirete subito in che mani siano finiti milioni di ignari cittadini europei. Praticamente dal momento della fondazione ad oggi, l’Unione Europea è stata da sempre guidata e governata da un manipolo di cavernicoli mai legittimati per via democratica, che volutamente o involontariamente hanno fallito qualsiasi obiettivo di politica economica e monetaria, per il semplice motivo che tutte le loro scelte partono da premesse completamente sbagliate e fuorvianti, che descrivono in modo parziale, approssimativo e rozzo ogni processo economico preso in esame. Abbiamo già visto per esempio che il fallimento della strategia dell’austerità fiscale può essere tranquillamente compreso e sviscerato persino da un bambino delle scuole elementari, in grado di fare delle semplici addizioni, sottrazioni e il calcolo di frazioni.

Per incapacità propria di affrontare la complessità dell’economia moderna unita alla decisione arbitraria ormai ampiamente acclarata di avvantaggiare una certa élite finanziaria, i tecnocrati europei hanno fin dall’inizio semplificato e banalizzato alcune dinamiche economiche e monetarie, arrivando infine a risultati sconcertanti e per certi versi scontati: l’impoverimento delle classi medie, l’abbassamento dei salari e delle tutele sindacali dei lavoratori, la distruzione delle piccole e medie aziende industriali e commerciali, la formazione di monopoli in tutti i settori, la polarizzazione dei redditi in due grandi categorie, ovvero la ristretta fascia dei detentori della ricchezza e della rendita e la stragrande maggioranza ormai impoverita della popolazione.

Non dobbiamo quindi stupirci che le cose stiano continuando ad andare male (innalzamento dello spread, andamenti economici negativi, previsioni pessime per il futuro), perché era evidente e logico che sarebbe bastato analizzare alcuni fatti dimostrabili e sotto gli occhi di tutti per capire che la situazione non poteva fare altro che peggiorare. E forse, il dubbio che deve assalire chiunque sia in grado di comprendere delle semplici relazioni di causa ed effetto, è che sia proprio questo peggioramento progressivo delle condizioni al contorno il vero obiettivo dei tecnocrati europei, al fine di aumentare ed accelerare ancora di più i processi di centralizzazione del potere e di risoluzione brutale e autoritaria dei conflitti. Ma nonostante tutto risulta ancora più curioso osservare come nessuno dei più importanti protagonisti dell’attuale classe politica e dirigente italiana si sia mai soffermato sui maggiori paradossi o principi dozzinali su cui si fonda da sempre la politica economica e monetaria europea:

     1)   La rinuncia alla sovranità monetaria

     2)   La crisi finanziaria dovuta al debito pubblico

   3) Il controllo dell’inflazione e della stabilità dei prezzi come unico obiettivo macroeconomico della BCE  


Sui danni collegati alla rinuncia alla sovranità monetaria e derivanti dall’adesione ad un’unione monetaria incompleta e difettosa abbiamo più volte parlato, ma ancora oggi l’ipotesi di un’uscita provvidenziale dall’euro viene considerata da molti esponenti politici, di maggioranza od opposizione, come un tabù, che non bisogna mai e poi mai neppure lontanamente accennare in un dibattito pubblico. Il ritorno alla sovranità monetaria viene spesso dipinto e liquidato come un progetto anacronistico e becero legato ad ambienti politici ultranazionalistici di estrema destra o di estrema sinistra, ma nessuno invece si è mai degnato di spiegare alla gente la reale importanza strategica ed economica per uno stato sovrano di potere disporre della propria moneta per rendere maggiormente competitivo il tessuto produttivo nazionale sia in termini di sostegno diretto alle aziende che di svalutazione esterna e automatica della moneta, secondo i normali criteri di domanda e offerta della valuta nazionale dovuti agli scambi commerciali con l’estero. E neppure è stata fatta una serie analisi dei costi e benefici che avrebbe comportato la rinuncia alla sovranità monetaria, preferendo spesso puntare su slogan propagandistici senza senso (moneta forte, insieme siamo più forti, la sovranità monetaria è una cosa vecchia, etc)

Dire che la sovranità monetaria è un principio vecchio e anacronistico è un po’ come dire che paesi come Stati Uniti, Cina, Gran Bretagna, Brasile, e tutto il resto del mondo siano antichi retaggi e rottami del passato, mentre l’unico rappresentante mondiale della modernità sia l’eurozona. La rivolta dei cavernicoli europei insomma accusa la vera modernità di vecchiaia, perché è chiaro che le cose non stanno affatto così e la sovranità monetaria non è un principio politico che può essere associato all’uno o all’altro schieramento estremista secondo le proprie convenienze, ma è un concetto di natura prettamente economica che al contrario della privazione coatta delle proprie prerogative sovrane ha invece parecchi fondamenti razionali, logici, concreti. Se uno Stato non può più disporre della sua moneta, su quali nuovi e stupefacenti strumenti finanziari può basarsi la sua politica economica? Sul pareggio di bilancio? Sul controllo del debito pubblico?

Ora, anche sulle menzogne del debito pubblico abbiamo già parlato in precedenza, evidenziando in particolare come tutti i maggiori problemi dell’eurozona derivino dal debito privato e non dal debito pubblico. Analizzando alcuni casi specifici, come quello dell’Irlanda, abbiamo visto chiaramente come tutti gli squilibri macroeconomici e finanziari precedenti alla crisi si siano formati in ambito privato, tramite i trasferimenti incontrollati dei capitali e l’indebitamento senza fine degli istituti bancari nazionali, mentre i governi nazionali dell’eurozona, persino quelli scellerati degli stati PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Spagna, con la sola esclusione della Grecia che qualche pasticcio lo ha combinato), abbiano assunto negli ultimi dieci anni delle politiche fiscali di controllo dei bilanci e dei conti pubblici assolutamente virtuose e rigorose. Il problema del debito pubblico è sorto soltanto in una seconda fase della crisi, quando i governi nazionali sono dovuti andare in soccorso del settore bancario in bancarotta (vedi Spagna, Irlanda, Portogallo, ma anche Germania) oppure hanno dovuto fronteggiare gli attacchi della speculazione finanziaria (Italia), guarda caso propiziati e incentivati dalla perdita della sovranità monetaria.

Poco avevamo ancora detto però su questo altro pilastro immaginario e surreale dell’eurozona che è appunto il controllo dell’inflazione e la scelta di tenere artificialmente bassa l’inflazione per sostenere la forza e la stabilità finanziaria della moneta unica euro. Una pretesa assurda e folle, perché come abbiamo già visto e vedremo in seguito, nessun ente esterno, che sia una banca centrale o un qualsiasi altro istituto monetario governativo, può decidere autonomamente di mantenere un certo livello di inflazione, perché quest’ultima dipende da una tale e tanta complessità di fattori interni al processo produttivo, economico, comportamentale dei consumatori che è impossibile costruire un modello o una strategia di politica monetaria capace di contenerli tutti.

Slegando poi definitivamente l’inflazione dall’aumento dell’offerta di moneta, vedremo come la vera intenzione della BCE e dei tecnocrati europei sia sempre stata fin dall’inizio solo di carattere propagandistico, per favorire sui mercati una sorta di profezia auto-avverante: prima dichiaro pubblicamente che il mio obiettivo è la bassa inflazione e poi cerco di convincere o costringere con la forza i mercati e le imprese a lavorare sulla riduzione dei costi e dei prezzi. Uno stratagemma mentale molto più affine alle alchimie speculative di breve periodo della stregoneria finanziaria, ma che ancora una volta non ha alcun legame con i razionali e concreti criteri di politica monetaria attuabili da una vera banca centrale, per venire incontro alle esigenze dell’economia nel suo complesso e favorire il benessere della cittadinanza sia in termini di reddito che di occupazione.

Nello specifico, se analizziamo il caso dell’Italia, possiamo vedere dal grafico sotto elaborato periodicamente dall’ISTAT, che l’indice dei prezzi ovvero il principale misuratore dell’inflazione, è sempre aumentato nell’ultimo anno, subendo una violenta impennata a partire da settembre 2011 e stabilizzandosi infine all’attuale 3,4%. Ora, chi sostiene ancora con forza che ci sia un collegamento stretto fra l’aumento dell’offerta di moneta e l’inflazione, potrà sicuramente accampare la spiegazione inverosimile ma spesso efficace per spaventare la gente che ci sia una diretta dipendenza fra le nuove strategie monetarie espansive della BCE (operazioni di rifinanziamento di lungo termine LTRO) e l’aumento dell’inflazione. Ma viene subito smentito dai fatti e dalle evidenze sperimentali: l’impennata dell’inflazione è avvenuta fra settembre e ottobre 2011, mentre le operazioni LTRO della BCE sono state effettuate a fine dicembre e fine febbraio. E non mi risulta che i banchieri della BCE abbiano il potere di cambiare la storia in modo retroattivo, ritornando indietro nel tempo.





Inoltre, come sappiamo tutti, le operazioni LTRO della BCE non hanno comportato un’espansione dell’attività creditizia delle banche e un conseguente aumento della moneta circolante (sia sotto forma di nuovi depositi, che di banconote), essendo state esclusivamente dirette a fornire nuova liquidità a basso costo ed alto potenziale alle banche da utilizzare per l’acquisto di titoli di stato e obbligazioni bancarie. Anzi, sempre da evidenze sperimentali e dai dati della stessa Banca d’Italia, in Italia abbiamo assistito negli ultimi mesi ad una nuova drammatica stretta creditizia sia alle imprese che alle famiglie, che ha ridotto ancora di più la quantità di moneta circolante e ha sconfessato ulteriormente la teoria inflazionistica degli apprendisti stregoni di Bruxelles e Francoforte. Ma se la riduzione della moneta circolante non ha alcun legame con l’aumento dell’inflazione, cosa ha provocato davvero l’aumento dei prezzi al consumo?

Anche qui, non bisogna andare troppo lontano per rispondere o ricorrere ad elaborati modelli matematici, perché basta andare in giro per strada e utilizzare un po’ di buon senso. Avrete sicuramente notato nella vostra città o provincia che negli ultimi mesi molti esercizi commerciali, principalmente negozi di piccola e media grandezza, abbiano abbassato le saracinesche e chiuso l’attività. A questo si è aggiunto anche il fallimento di molte aziende produttrici sempre di piccole e medie dimensioni, a conduzione familiare o artigianale, che rappresentano il vero tessuto economico nazionale (secondo i dati agghiaccianti della Cgia di Mestre nell’ultimo anno le aziende sono fallite ad una media catastrofica di 30 al giorno e solo negli ultimi tre mesi sono scomparse circa 26000 aziende, di cui più della metà riconducibili al settore artigianale. Mentre le multinazionali non falliscono mai, ma stranamente proprio in questo periodo stanno ampliando notevolmente i loro margini di profitto).

Un tale processo di disintegrazione e deindustrializzazione dell’economia interna italiana ha provocato senz’altro un impoverimento dell’offerta di beni e servizi sul mercato, che è stata ancora più drastico rispetto al calo della domanda interna e ha influito non poco sull’aumento dei prezzi al consumo. Le imprese che non hanno retto alla stretta creditizia e a questo collasso della domanda interna, non compensato da un maggiore incremento delle esportazioni, hanno dovuto chiudere i battenti lasciando campo libero nell’offerta di beni e servizi e nella fissazione del prezzo alle grandi aziende e alle multinazionali. Le maggiori aziende italiane che hanno una certa visibilità internazionale e un alto livello di esportazioni sono già da tempo nel mirino delle multinazionali (vedi ultimo caso di acquisto dell’italianissima Ducati da parte della tedesca Audi): questo continuo passaggio di proprietà si tradurrà in un inevitabile aumento dell’indebitamento con l’estero e in un’ulteriore fuga di capitali dall’Italia sotto forma di profitti e utili di esercizio. Infine, le ultime accise imposte dal governo su determinati prodotti e servizi, primi fra tutti la benzina e il gas, hanno fatto tutto il resto, portando al livello attuale dell’inflazione.

Nessuno dei fenomeni descritti prima è collegabile in alcun modo con l’aumento della quantità di moneta circolante, ma al contrario è molto più verosimile che l’inflazione abbia una qualche causa di dipendenza con la riduzione e la rarefazione della moneta circolante, che si ripercuote tragicamente in un calo sia dell’offerta che della domanda interna di beni e servizi (un evento che viene spesso indicato con il termine di stagflazione, ma che in verità produce gli stessi effetti dell’inflazione, ovvero un aumento dei prezzi al consumo). In pratica i tecnocrati europei hanno sempre cercato di cacciare via con le scope di saggina (quelle degli apprendisti stregoni appunto) l’inflazione dalla porta, ma la stanno facendo rientrare dalla finestra, dimostrando tutta la loro incompetenza e incapacità a gestire fenomeni complessi e delicati che partendo dalle stanze chiuse del potere finiscono poi per condizionare, stravolgere e distruggere la vita di interi popoli.  


Tuttavia siccome non mi piace parlare per slogan (comportamento tipico dei tecnocrati e quindi deprecabile) ma cerco nei limiti del possibile di basare tutti i miei giudizi di merito su fatti dimostrabili e ragionamenti razionali, nel prossimo articolo riprenderò una brillante analisi fatta a suo tempo dal professore di economia John T. Harvey, che smonta pezzo per pezzo la teoria monetarista quantitativa di Friedman e la ricolloca nella sua corretta dimensione storica: un obbrobrio partorito da una mente umana contorta che non ha alcuna base scientifica o empirica. Il problema principale però è che l’opera di persuasione degli apprendisti stregoni dell’Unione Europea, sulla scorta degli esemplari insegnamenti dei disastrosi catecumeni Reagan e Thatcher o grazie all’evocazione di altri miti e leggende popolari come la Repubblica di Weimar e lo Zimbabwe, è stata così capillare e pervicace da insinuare ormai nella mente della gente comune il germe della menzogna inflazionistica. E spesso è molto più difficile estirpare questo germe che dimostrare dati alla mano la sua infondatezza.  





30 commenti:

  1. Caro Piero, l'inflazione è uno dei dogmi più insidiosi della nuova religione globale e bisogna essere ferratissimi per affrontare qualsiasi discussione...perciò grazie per questo articolo e per i futuri approfondimentiPerò ehm, ti volevo proporre un'altra questione. Forse sai che mi sono autoesiliata dalla Terra dei Gufi e ora vago solinga nel ' duro calle ' fuori le mura e meno male che oggi c'e' il sole. Non per questo voglio rinunciare alla mia domanda. Che cercherò di formulare in modo più chiaro
    Qunque l'imprenditore Franz passa le Alpi, compra un terreno incolto e ci costruisce da zero la sua fabbrichetta (ide) Oppure l'imprenditore Hans se na va nel Chianti e senza puntare la pistola alla tempia a nessun si compra un vigneto e ci mette su una bella azienda vinicola. Dopo un anno questi signori, dopo aver pagato tutti gli stipendi, tutte le tasse e reivstito parte dei profitti nell'azienda, si piortano via i loro soldini nel loro Grande Paese. La domanda incriminata è "perchè questo è un problema per le Partite Correnti? Cosa ci hanno rubato Franz e Hans? Voglio precisare che parlado di investimenti esteri non mi riferivo alla Halliburton o alla Union Fruit e alle loro criminali razzie in giro per il terzo mondo.Spero che non susciterò altri improperi...ma sono abbastanza tranquilla ...mezzogiorno è passato...Ciao carissimo

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    1. Capisco quello che intendi...l'inflazione è una questione complessa, insidiosa che causa quei famosi bias di cui abbiamo tanto parlato...ma non si poteva girare intorno alla questione ancora per molto, prima o poi bisognava affrontarla di petto e se qualcuno non accetta questa impostazione, sono pronto a discuterne fino ai minimi dettagli...in ogni caso, tanti nemici, tanto onore!!! Sull'esilio dalla Terra dei Gufi (ma qual è esattamente questa terra desolata? dal nome a me sembra tanto una storia da Harry Potter più che da T. H. Elliot...) mi trovi pienamente d'accordo, perchè anche io adoro isolarmi nelle campagne per trovare pace e concentrazione...e andiamo adesso alla domanda, come sempre acuta e interessantissima...
      Il buon caro Hans non fa nulla di male all'Italia, ma se davvero adora il nostro paese e vuole farci un favore dovrebbe cambiare la residenza, da Monaco di Baviera al borgo rigoglioso del Chianti, perchè purtroppo per le partite correnti e il debito estero della bilancia dei pagamenti vale il principio di residenza...inoltre dovrebbe avere cura di depositare i suoi sudati profitti in una banca italiana (non una filiale di Deutsche Bank), perchè se no questi capitali fuggono dall'Italia e noi ci impoveriamo, indebitandoci con l'estero...insomma il buon caro Hans dovrebbe amare veramente il nostro paese per essere così scrupoloso e cortese nei confronti con l'Italia...e invece molte di queste accortezze non vengono applicate (tanto siamo tutti europei e siamo tutti amici) e i profitti così si volatilizzano (a meno che non li rinveste nell'azienda e così rimangono in Italia)...
      Ma quello che può guadagnare Hans è nulla se confrontato con ciò che invece si portano via Audi, Carrefour, Auchan, e chi si comprerà i nostri ultimi gioielli di famiglia (vedi la Snam Gas, che Passera e Monti hanno già praticamente messo sul mercato...)...senza contare tutte le razzie che sono state già compiute, con la mitica lenzuolata di privatizzazioni del 1992...insomma non dovremmo stupirci molto se nel giro di un ventennio siamo passati da avere un attivo nella bilancia dei pagamenti ad essere un pesante passivo, perchè era chiaro che sarebbe andata a finire così...ma la storia come sappiamo non può durare all'infinito, perchè ogni giorno che passa si avvicina sempre di più lo spettro del default argentino e il momento in cui gli italiani non potranno più materialmente pagare non solo il debito pubblico, ma soprattutto l'enorme debito estero che continua a lievitare...tenteranno di ingabbiarci con l'FMI, il MES, la BCE, ma come sappiamo questi sono palliativi e non risolvono il problema all'origine...attendiamo quindi il botto, e intanto che attendiamo, lavoriamo ai fianchi, studiamo, informiamo e confrontiamoci, per non rimanere impreparati e sconvolti quando ci sarà il famoso bank run, la corsa agli sportelli...io mi alleno ogni mattina per quel momento (scherzo...ormai tutti gli striminziti gioiellini di famiglia sono già al sicuro altrove...)...un abbraccio e buona passeggiata!!! Piero

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  2. Se scrivo terra dei Goofy si capisce meglio ? Grazie per la risposta. Mi stavo recando per vie traverse al mio Palazzo di Gorgoglione provincia di Potenza per dedicarmi a piu'utili occupazioni come lo studio della spinetta e la coltivazione dei gigli martagoni, ma ore forse ci ripensero' e continuero' a studiare ilPil il PNL e il saldo commerciale. Credo di aver capito che qualsiasi capitale in uscita dall'Italia e' un debito anche se Il capitale in questione non era nostro ? E' cosi' ? Mi sembra una cosa molto strana ma me ne faro' una ragione. I famosi bias io non li ho mai capiti....

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    1. Eccomi di ritorno...purtroppo mi sono ormai rassegnato a non avere una linea internet in campagna e quindi sarò spesso costretto a fare la spola (in campagna scrivo e in città pubblico...)...cavoli, ma come ho fatto a non capire che Gufi stava per Goofy!!! A proposito di Bagnai, mi sa che fra poco ci incontreremo per un convegno, quando avrò la certezza vi comunicherò data e luogo, perchè magari potreste venire anche voi (quando dico voi, non intendo il plurale maiestatis per la contessa, ma tutti i più assidui lettori di questo blog...)...veniamo adesso alla domanda...
      Sì, in un certo senso è proprio così, però bisogna sempre fare attenzione a distinguere fra flussi e stock finanziari, perchè la bilancia dei pagamenti spesso crea confusione (anche a me devo ammettere...)...allora se si tratta di un flusso (partite correnti), il capitale in uscita determina un aumento dell'indebitamento complessivo del paese...pensa per esempio all'importazione di un bene dalla Germania: tu paghi, arriva il bene, i soldi vanno in Germania e l'Italia avrà aumentato il suo debito sull'estero perchè si saranno ridotte le sue attività in riserve di valuta euro...tutto il contrario invece accade per gli stock finanziari (conto finanziario), dove è l'arrivo dei capitali in Italia a determinare un aumento dell'indebitamento del paese (i famosi capitali dall'estero che vuole Monti)...pensa in questo caso alla vendita di un titolo di stato italiano ad un tedesco: arrivano i soldi dall'estero in Italia, ma nello stesso tempo l'Italia sarà più indebitata con l'estero perchè ha aumentato le sue passività e prima o dopo il titolo dovrà rimborsarlo al tedesco...
      Stesso discorso per Hans che compra il vigneto...il vigneto è un immobile, quindi uno stock di patrimonio e non un flusso...arrivano i soldi in Italia (che vanno nelle tasche del venditore della vigneto...), ma l'Italia nel complesso avrà aumentato il suo indebitamento con l'estero, perchè si sono ridotte le sue attività (il vigneto)...i profitti che Hans farà ogni anno essendo flussi di reddito da capitale (immobile...il vigneto), saranno soldi in uscita dall'Italia e aumenteranno ancora di più l'indebitamento, per il solito discorso che l'Italia riduce le sue attività in riserve di valuta euro...insomma, sti capitali dall'estero sono una bella fregatura!!!!
      A proposito, molto meglio occuparsi della spinetta e della coltivazione dei gigli martagoni che del PIL e del PNL...in questo caso non c'è bias che tenga!!!

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    2. Grazie Piero ora credo di aver capito. Dimmi solo una cosa ..quando esportiamo riceviamo euro? Quando importiamo invece valuta estera?
      sarebbe bellissimo incontrarsi tutti a un convegno....forse riuscirei persino a far pace con Bagnai!!!

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    3. Dipende sempre dal solito discorso di chi è l'importatore...con la Germania ovviamente non cambia niente perchè circolano solo euro...ma se esportiamo negli Stati Uniti, l'importatore potrebbe decidere di farsi pagare in dollari perchè è una moneta di riserva...ma se esportiamo nel Burkina Fasu è ovvio che l'importatore vorrà essere pagato in euro o al massimo in dollari...dipende insomma dagli equilibri di forza che ci sono fra le monete in gioco...per il convegno, in settimana dovrei avere una risposta definitiva e ti faccio sapere, così fai pace con Bagnai e ritorni nella Terra dei Gufi...ma senza mai lasciare il Mare in Tempesta...

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    4. Pardon, mi sono confuso...la frase corretta è:

      Dipende sempre dal solito discorso di chi è l'importatore...con la Germania ovviamente non cambia niente perchè circolano solo euro...ma se esportiamo negli Stati Uniti, l'"esportatore" potrebbe decidere di farsi pagare in dollari perchè è una moneta di riserva...ma se esportiamo nel Burkina Fasu è ovvio che l'"esportatore" vorrà essere pagato in euro o al massimo in dollari...dipende insomma dagli equilibri di forza che ci sono fra le monete in gioco...

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    5. infatti melo avevi già spiegato e mi ricordavo proprio questo...ma Bagnai rispondendo a un avventore ha scritto che ogni esportazione corrisponde a un afflusso di valuta estera e ogni importazione corrisponde a un deflusso di valuta estera...uno schema che mi sembra senza eccezioni. A meno che non stesse pensando alla Germania. Tu lo capisci?

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    6. Io non sarei così schematico come Bagnai...sicuramente ogni esportazione corrisponde ad un afflusso di valuta "dall'estero" e ogni importazione ad un deflusso di valuta "verso l'estero"...ma su quale sia questo tipo di valuta, ripeto, dipende dagli accordi commerciali fra l'esportatore e l'importatore...se una media azienda italiana di bulloni vende nel solito Burkina Fasu è chiaro che non vorrà essere pagata in moneta locale, ma esigerà dollari o euro...quindi se entrano euro non si tratta di valuta estera...fra le aziende internazionali non ci sono accordi scritti fissi, ma ognuno segue la propria politica, perchè tu non puoi obbligare un imprenditore a seguire uno schema fisso...ognuno fa quello che gli pare, in base a ciò che gli conviene...io ho lavorato per due anni in un'azienda che esportava in Cina, Singapore, Malesia ma i nostri prodotti erano prezzati in dollari e in euro per quei paesi, quindi capisci che dipende dalle decisioni dell'azienda, per non avere rischi di cambio...se io prezzo in yuan e poi al momento dell'incasso lo yuan si svaluta rispetto all'euro, è chiaro che ho perso qualcosa...quindi dipende anche dalla grandezza dell'azienda, perchè una multinazionale può per esempio accollarsi i rischi di cambio, coprendosi magari con i titoli swap sul cambio, ma devi avere un reparto interno finanziario molto grande, preparato e forte...noi per esempio non l'avevamo e non potevamo rischiare...quindi schemi fissi secondo me non se possono fare, ma sicuramente per semplificare si può anche utilizzare lo schema di Bagnai...

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    7. Grazie Piero ! Mi ero preoccupata...senti riguardo agli investimenti Esteri, c'e ' anche il rovescio della medaglia. Anche Giuseppe e Tonino possono trovare attraente andare acomprarsi il vigneto in Romania e poi portare i profitti in Italia. Questo dovrebbe riequilibrare la situazione, penso ,ma non conosco i dati

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    8. Il problema di Tonino e Giuseppe è che se vanno in Romania ci sarà stato un motivo magari fiscale, e quindi perchè rientrare i capitali per farseli tassare al 45%? Ecco perchè il buon Hans dovrebbe essere davvero un santo per decidere di cambiare residenza e di farsi tassare con le aliquote italiane...

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    9. ma davvero il buon Hans paghera' le tasse In Germania sui profitti realizzati nel Chianti?????Questo e' proprio difficile perfino da immaginare....che mondo!!!

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  3. Ciao Piero...il discorso sull'inflazione è ostico per me....rileggerò più volte questo post...Se continuo a non capire mi vedrò costretto a farti un sacco di domande...
    Nel frattempo il nostro Monti, oggi, sembra molto contento...molto ottimista direi. Il finanziamento dell'FMI di 430 miliardi di dollari (alcuni per noi, evviva!!!! E chi diavolo li paga e con quali interessi!!!) lo ha rinvigorito...Ho sempre pensato che se l'FMI avesse messo il naso nei nostri debiti per noi sarebbe stato il colpo di grazia...mi sbaglio? Piero, il problema di capire tutto quello che sta succedendo "veramente"...mette ansia e scoraggia...alcune volte penso sia meglio non sapere giusto per salvaguardare l'apparato digestivo...mah!!
    Leggendo un po' in giro comincio a capire che che gli accadimenti sono "voluti"...In mano ad economisti neoclassici poteva succedere solo questo...Una quastione di scelte. In mano ad economisti eterodossi le scelte sarebbero state diverse...usando lo stato centrale come perno per tutta l'economia...ho colto il punto Piero? Ma questi economisti eterodossi che fine hanno fatto?? Non hanno voce in capitolo su niente? Solo in Argentina? Dove uno dei nostri economisti eterodosso, Cesaratto, è stato invitato (l'unico italiano)?
    Infine, oggi, Timothy Geithner dice che tutto dipende dal'Europa ormai dicendo, anche, che l'economia americana continua a rafforzarsi...ma è vero questo? Gli Stati Uniti si stanno riprendendo? Ciao Piero e grazie.
    Saluti Santo.

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    1. Santo, spero domani di arrivare a pubblicare la seconda parte dell'articolo, perchè magari ti chiarirà le idee (anche se il discorso sull'inflazione rimane ostico per tutti, perchè è forse il fenomeno più complesso e imprevedibile dell'economia...)...comunque qualunque domanda ti venga in mente, falla pure così ci chiariamo le idee insieme!!!
      Se l'FMI entra in Italia (ed è già entrata, perchè dimentichiamo sempre che ci sono degli osservatori permanenti al ministero delle finanze, quelli che Berlusconi chiamava i revisori contabili...) facendo prestiti siamo fritti, perchè sarà sempre più difficile finanziarsi con i mercati dei capitali, dato che i prestiti del FMI hanno la precedenza di rimborso e nessun investitore rischierebbe di comprare titoli di stato italiani, sapendo che verrebbero rimborsati sempre dopo i prestiti del FMI...e rispetto agli investitori privati, l'FMI può utilizzare delle leggi di giurisdizione internazionale molto più severe per farsi rimborsare i prestiti...
      Sugli economisti eterodossi purtroppo è sempre il solito discorsi...quale professore di economia o economista si metterebbe contro il regime, sapendo che poi verrebbe emarginato o ostracizzato? Nessuna promozione, nessun avanzamento di carriera...Bagnai e Cesaratto sono due miti, perchè hanno avuto il coraggio di esporsi e stanno bene dove si trovano e con il lavoro che fanno...ma pensa se ad un economista eterodosso molto più malleabile e sensibile al dio pecunia venisse offerta una promozione per ammorbidire un pò le sue posizioni...allora ecco che l'indomani si sarebbe già convertito alla sacra religione neoliberista, cambiando i programmi delle sue lezioni e diventando un giorno anche ministro (vedi Monti, Fornero, Profumo e tutti sti professori tecnici prezzolati...)...
      Sull'USA invece ho i miei dubbi che si stia riprendendo, perchè il problema principale USA è l'enorme debito con l'estero...fino a quando il dollaro era considerato la moneta di riserva per eccellenza, allora questo debito estero non faceva paura, perchè non causava svalutazione eccessiva del dollaro, ma se il dollaro comincia ad andare al cambio, potrebbe svalutarsi a livelli paurosi...a quel punto sì che ci sarebbe la possibilità di iperinflazione stile Weimar, perchè dovuta al debito estero e non al debito pubblico...purtroppo questi sono i veri rischi che corre una nazione sovrana con regime di cambio flessibile...l'eccesso di indebitamento con l'estero, che in questo caso gli americani hanno sempre potuto tenere sotto controllo perchè denominato in dollari...ma pensa se un giorno i cinesi si svegliassero e cominciassero a pretendere di essere pagati in yuan, i giapponesi in yen e così via...gli USA sarebbero nei guai fino il collo...a presto!!! Piero

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  4. In Francia iniziano a svegliarsi, a quanto pare:

    http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-04-20/sondaggi-dicono-hollande-avverte-221819.shtml?uuid=AbgWaJRF

    Marco

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    1. Marco, io non esulterei troppo per Hollande, perchè è pur sempre uno di regime, un discepolo del socialista Mitterand, che è stato uno degli artefici del disastro europeo attuale...tutti i proclami che sta facendo servono solo per vincere le elezioni...poi una volta al potere, dirà anche lui: no questo non si può perchè ce lo vieta l'Europa, si questo si può fare perchè ce lo chiede l'Europa e così via...certo rappresenta sicuramente un miglioramento rispetto a Sarkozy, ma era lo stesso discorso del minore dei mali fra Prodi e Berlusconi...alla fine sono due facce della stessa medaglia...le cose cambierebbero molto invece quando salirà al potere un candidato forte che dirà secco: fuori dall'euro perchè l'euro è una moneta sbagliata, punto. Allora sì, che in quel caso esulterei...saluti! Piero

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    2. AB la pensa come te , non lo so lui la francia la conosce bene e direttamente e da quel che ho capito solo la cara marine dira' fuori dall'euro perchè è una moneta e un concetto sbagliato... comunque anche hollande qualcosa dovra' inventarsi perchè facilmente anche il sistema bancario francese e lo spread potrebbero incomiciare a dare noia...non potra' accettare lo status quo BCE/Germania nell'impostanzione attuale

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  5. E in Olanda che succede? S'è dimesso il governo? "Olanda, il governo si dimette
    per colpa dei diktat europei" http://www.ilmanifesto.it/attualita/notizie/mricN/7157/...
    Saluti Santo

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    1. Questa sì che è una bella notizia, mi dispiace per gli olandesi, ma se anche qualche stato del centro comincia ad andare in crisi, non sarebbe male per noi della periferia...così anche loro comincerebbero a capire che è impossibile sopravvivere in questo sistema assurdo del debito...ma è evidente che aspettiamo tutti l'Alemania, perchè se cominciano a mostrare il fianco anche i tedeschi, l'euro finalmente è kaputt!!!

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  6. Piero posso chiederti se puoi fornirmi qualche sito che pubblichi dati attendibili e aggiornati riguardo il pil, la disoccupazione, l'occupazione, la bilancia commerciale di tutti i Paesi europei (possibilmente anche di Paesi extraeuropei)?
    Vorrei confrontare i dati che mi hanno fornito questi miei ehm.. amici di economia con quelli reali perché così ad occhio mi sembrano sballati.

    a voi risulta - per esempio - che il pil tedesco cresca al ritmo del 7% l'anno?

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    1. Ciao Lucy,
      continua a studiare mi raccomando perchè fra poco ti interrogo!!!...scherzo...allora io prendo i dati spesso dal sito dell'OCSE a questo indirizzo:

      http://www.oecd.org/document/39/0,3746,en_33873108_33873539_46462759_1_1_1_1,00.html

      Ma puoi utilizzare anche il sito FMI, anche se io lo guardo poco per antipatia nei confronti della Lagarde...

      Ma sti amici tuoi sono proprio fusi...il 7% forse cresce la Cina, la Germania invece nel 2011 è cresciuta del 3% e la previsione per il 2012 è dello 0,6%, e a stento pure, perchè nell'ultimo trimestre ha avuto una riduzione del PIL...sempre per quanto riguarda il confronto fra Cina e Germania, la Germania risulta da sempre un importatore netto nei confronti della Cina (importa più di quanto esporta in Cina)...quindi le cose non stanno esattamente così come dicono i tuoi amici...è vero che la Germania ha aumentato i volumi delle esportazioni in Cina, ma le importazioni sono cresciute ad un ritmo più veloce...ti consiglio a questo proposito di leggere questo articolo:

      http://tempesta-perfetta.blogspot.it/2012/02/la-germania-non-e-mai-stata-la.html

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  7. grazie Piero

    io sono un po' in confusione perché tra dati, articoli e roba varia mi perdo parecchio. Comunque oltre a leggere quotidianamente il tuo blog e goofynomics sto cercando di raccapezzarmi anche con un libro di economia che mi sono fatto prestare da un vicino di casa.
    Ho letto quasi tutti i tuoi articoli fino ai primi di marzo e sto leggendo quelli di goofynomics ma ho qualche problema con la terminologia specifica utilizzata.
    I dati che mi hanno fornito le mie conoscenze sono anomali. Praticamente è uno schemino con su scritto bilancia commerciale germania/cina. I dati sono anomali per vari motivi intanto perché accanto a germania c'è scritto RDT e questo mi lascia molto pensare sull'aggiornamento degli stessi e poi perché sembrerebbero tratti dall'enciclopedia Il milione dell'utet.
    la cosa che mi quadra poco è che:

    quell'enciclopedia geografica - che posseggo anch'io - è del 1973 e i dati sono leggermente diversi nella tabella che mi ha dato il mio amico rispetto ai dati (del 1966) dell'enciclopedia.
    Io presumo che lui abbia preso i dati di export, import del 1966 e poi abbia operato degli aggiustamenti ma non so in che modo.
    altra cosa inquietante è quel RDT che mi pare indichi Republica Democratica Tedesca e se la memoria non mi inganna era il nome della Germania est.

    Io capisco che gli economisti di oggi sono tutti grosso modo fusi ma prendere i dati del 1966 adattarli aggiustando qui e li e poi indicare pure Germania RDT.

    comunque ora ho capito perché molti economisti italiani (i bocconiani) hanno una visione antiquata dell'economia mondiale..se usano dati di 45 anni fa è il minimo che possano fare!

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  8. pardon..

    rdt: germania ovest!

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    1. RDT, in tedesco Ddr e' la Germania est !

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  9. Piu' che altro cara lucy hai capito che gli 'economisti' italiani sono bravi a fare carriera e a prendere in giro la gente...(che se fosse utile per il bene comune potrei anche accettarlo ma non è cosi'...) poi rispondo al tuo messaggio sotto...

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  10. il fatto è che siccome io sono quasi totalmente digiuna gli risulta facile prendere un qualsiasi dato statistico in qualsiasi libro e propinarmelo. Solo che potevano scegliere dei libri diversi e magari togliere RDT che sono digiuna di economia ma ho studiato geografia e non ho l'arteriosclerosi. Repubblica Democratica Tedesca so bene cosa sia. Comunque questi non sono economisti ma studenti di economia indottrinati. e si vede.

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    1. Chissà, magari questi amici tuoi sono soltanto dei simpatici burloni e vogliono prenderti in giro, sapendo che tu non riesci a capire i loro grafici...o meglio non riuscivi, perchè adesso grazie alle lezioni accelerate ci riesci benissimo...

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  11. Dunque tu stai dicendo che l'inflazione è sganciata dalla massa monetaria, che però sono collegate dal credito (in caso di inondazione di moneta fresca un commerciante per massimizzazione del profitto vedendosi aumentare le vendite, per aumentare il suo reddito aumenterebbe il prezzo, questa la potremmo definire una spiegazione micro-economica legata solo dal credito alla variabile monetaria della massa). Allora a questo punto resta il problema non ''economico monetario'' della massa, ma proprio del potere d'acquisto della moneta che (poichè dubito che chiunque possa svalutare la moneta solo stampandola in quanto nessuno credo potrebbe avere la stima di quanta moneta c'era prima dell'iniezione e di quanta ce ne sarebbe dopo, per calcolare di quanto svalutarla) suddetta moneta perderebbe valore poichè i prezzi ne diminuiscono il potere d'acquisto. Allora i prezzi ingestibili sarebbero regolati solo da costi e comunque da concorrenza, domanda e offerta. Però il problema resta.. se non possiamo scindere potere d'acquisto e valore della moneta: il problema dell'inflazione c'è. Cioè scevro dalla massa monetaria.. ma c'è! Cosa proponi per fronteggiare l'inflazione? O la ritieni ingestibile? Ti dico cosa penso io che è un bel problema perchè qualsivoglia tentativo di bloccare il flusso reddito-spesa-reddito danneggerebbe il circuito economico rendendolo vizioso.. l'insonnia mi tormenta con questa inflazione, punto molto delicato a mio avvisto! Mi scuso per la sintassi contorta e ti porgo un'altra domanda se vorrai rispondere.. ti ho esposto il mio pensiero :-) Dove hai preso il valore del 3% come aggregato monetario del contante è esageratamente piccolo secondo me! E una piccola ''speculazione'' : dici che hanno perso ormai il controllo su quanta moneta generano? O ancora ne tengono il conto.. non solo del contante. Ciao.... Nathan.

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