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venerdì 19 aprile 2013

LE MENZOGNE DI REINHART E ROGOFF: IL DEBITO PUBBLICO NON E’ LA CAUSA DELLA RECESSIONE




In questi giorni sta montando un ampio dibattito a livello mondiale (del tutto ignorato in Italia, ma questa non è una novità, visto che noi abbiamo ben altre faccende a cui pensare, come votare nientedimeno che Romano Prodi, la Thatcher nostrana versione mortadella ruspante, al Quirinale: quando si dice il nuovo che avanza!) sugli errori commessi dai celebri economisti di Harvard Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff nel calcolo della correlazione fra alto debito pubblico e bassa crescita economica. Secondo la tesi e i dati ricavati dai due studiosi, quando il debito pubblico supera la soglia critica del 90% del PIL assistiamo ad una progressiva stagnazione o addirittura ad una recessione dell’economia. Il paper incriminato risale al 2010, “Growth in a Time of Debt”, ma solo oggi tre sconosciuti economisti dell’Università del Massachusetts, Thomas Herndon, Michael Ash e Robert Pollin, sono riusciti con un altro paper, dal titolo “Does High Public Debt consistently stifle Economic Growth? A critique of Reinhart and Rogoff”, a smascherare tutti gli errori di calcolo, alcuni dei quali davvero grossolani, compiuti dai due ben più noti e accreditati economisti. La vicenda ha del paradossale, perché soprattutto negli Stati Uniti il lavoro di Reinhart e Rogoff era stato fino ad oggi un punto di riferimento per tutti i sostenitori dell’austerità e del taglio dei deficit pubblici, imputando solo a questi ultimi la causa principale della bassa crescita economica. Ora per i cosiddetti “falchi del debito pubblico” rimangono solo due strade: o ritrattare tutto quanto permettendo al governo di attuare le necessarie manovre anticicliche di aumento dei deficit pubblici per far ripartire la crescita (cosa molto improbabile), oppure assoldare un altro gruppo di noti economisti per manipolare altri dati e confermare la loro tesi insensata.


Questa è l’economia, bellezza! Chi ha i soldi dice cosa è vero e cosa è falso, chi non ne ha non solo non ha diritto di parlare ma non può nemmeno entrare nelle statistiche e nei sondaggi, perché da che mondo è mondo solo chi spende fa economia, mentre chi non ha niente da spendere fa la fame. L’economia infatti è una disciplina molto strana che si occupa molto di più di quanti profitti o soldi spende un miliardario (perché questo fa alzare notevolmente il PIL), rispetto a quante ingiustizie e iniquità redistributive esistono nel mondo. Essendo una materia fatta ad uso e consumo di chi i soldi già ce li ha, è chiaro che i suoi maggiori esperti e cultori mondiali non fanno altro che sfornare studi su studi, papers su papers, libri su libri per irrobustire le ragioni e le istanze di chi gli ha consentito di diventare celebri. E purtroppo, qualche tempo fa, anche io ho partecipato all’orgia di successo dei due campioni della menzogna di Harvard, più per curiosità che per reale interesse, comprando il loro best seller “Questa volta è diverso. Otto secoli di follia finanziaria”, rimanendo sconcertato dopo aver letto le prime pagine: con la tipica perentorietà di chi declama l’ovvio, i due economisti mettevano sullo stesso piano debito pubblico, debito privato e debito estero, facendo velatamente intendere che la crisi di un paese potesse nascere indifferentemente dall’aumento dell’una o dell’altra tipologia di debito. Cosa ovviamente falsa, ma tanto cara a chi li aveva convinti a suon di lauti compensi a scrivere quelle cavolate. Ma perché le persone ricche odiano così tanto il debito pubblico?