Nella
seconda parte del documento Piano di Chicago Rivisitato, gli autori procedono ad una breve ma molto
significativa storia della moneta,
per mettere in evidenza soprattutto un concetto: fin dalla nascita delle prime
società antiche, la moneta e la sua gestione è sempre stato uno strumento saldamente nelle mani delle
autorità che detenevano il governo di quella stessa società, determinandone
le linee guide di sviluppo economico, politico e civile. La visione invece
prettamente liberista di una moneta-merce
che nasce in ambito privato, come mezzo di scambio accettato convenzionalmente
dai mercanti per agevolare gli scambi commerciali, è sempre stata una parentesi
abbastanza limitata e circoscritta, un’eccezione all’interno della più comune
moneta di stato imposta per legge dalle autorità. Una conclusione non nuova,
dato che come sostengono per esempio gli economisti della Modern Money Theory, fra cui lo stesso Randall Wray, da Keynes
in poi la certezza che la moneta sia un affare di stato si perde nella notte
dei tempi. La leggenda invece che fa
iniziare la nascita della moneta dall’utilizzo delle conchiglie per arrivare
dopo uno spontaneo processo di selezione
naturale fino al più affidabile e resistente oro, che doveva migliorare in
termini di spazio, di tempo, di scambi possibili le ben note limitazioni del
baratto fra due soli individui, è appunto poco più di questo: una favola, una
leggenda, che non trova riscontro in nessuno dei documenti antichi studiati
dagli storici e antropologi più accreditati.
Ma c’è un
altro elemento che emerge chiaramente da questa interessante disamina storica,
riguardante il ruolo stesso
dell’economia all’interno di una società: la moneta, così come qualsiasi
altro strumento usato dai governanti per semplificare, normare, regolare la
vita economica di una certa comunità, ha in primo luogo uno scopo sociale, politico, giuridico e
solo in un secondo momento quello contabile, di mero misuratore della ricchezza
finanziaria posseduta dai cittadini. La moneta non è un semplice mezzo di
accumulazione della ricchezza, ma uno strumento utile per consentire ai
governanti una corretta redistribuzione
e valorizzazione di quelle che sono i reali fattori su cui si fonda una
società che intende rigenerarsi e perpetuarsi nel futuro: il lavoro, l’operosità, l’ingegno,
la creatività di tutti i suoi
cittadini, da quelli che con fatica si dedicavano alle attività manuali nelle
campagne fino a quelli che intessevano le trame politiche, organizzative,
finanziarie all’interno delle città. Una società che in nome della legittimazione dei crediti e dei debiti tra
le controparti distrugge le prerogative reali e i beni prodotti da
un’intera economia non può andare molto lontano. E non a caso i governanti più
accorti e illuminati del passato non ci pensavano due volte a cancellare periodicamente tutto l’ammasso
dei debiti e dei crediti accumulati, per consentire agli agenti economici
di riprendere a produrre regolarmente e alla società tutta di liberarsi da un
giogo altrimenti ferale. La moneta
quindi è un concetto eminentemente politico e chi controlla l’emissione
della moneta si attribuisce anche il potere politico di indirizzare e governare un'intera comunità. Dicono che la storia
insegna, sarà vero?

