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mercoledì 27 marzo 2013

IL MODELLO CIPRO: UN CASO STUDIO CHE PUO’ ESSERE REPLICATO IN FUTURO


Sono quasi certo che il modello Cipro farà scuola. Fra qualche tempo sui manuali più autorevoli di economia e finanza saranno dedicati interi capitoli sul modo molto inusuale e sbrigativo con cui i ministri delle finanze dell’eurozona hanno risolto la crisi bancaria dell’isola cipriota, stravolgendo in pratica tutto ciò che prima sapevamo e davamo per scontato sulla gestione dei flussi finanziari. L’accordo trovato in extremis domenica notte, salutato con entusiasmo da tutti i mezzi della propaganda come il salvataggio di Cipro, presenta notevoli punti oscuri che avranno sicuramente pesanti ripercussioni in futuro sulla tenuta dell’intera area euro. Innanzitutto perché non si tratta assolutamente di un accordo, ma di un diktat, di un ricatto o meglio, usando la terminologia edulcorata dei tecnocrati europei: un memorandum d’intesa (MoU, Memorandum of Understanding). Il parlamento di Cipro stava infatti lavorando ad una sua proposta di ristrutturazione interna del sistema bancario, che è stata bruscamente ignorata per fare posto alle imposizioni dei tecnocrati. Un eventuale rifiuto del MoU (che in ogni caso deve essere ancora ratificato dal parlamento cipriota) avrebbe comportato il default di Cipro e la successiva uscita dall’eurozona, dato che il governatore della BCE Mario Draghi aveva minacciato di interrompere l’erogazione di liquidità alle banche cipriote prevista dal programma di emergenza ELA (Emergency Liquidity Assistance)


Il MoU come sappiamo è uno strumento obbligatorio e coercitivo associato a tutti gli aiuti forniti dal Meccanismo Europeo di Stabilità: per avere qualsiasi forma di sostegno finanziario, sia al settore pubblico che al settore bancario, il governo del paese in questione deve accettare una serie di condizionalità che possono cambiare da paese a paese, e in base al prestigio e all’importanza strategica della sua economia. A giugno scorso, per esempio, la Spagna ha ottenuto un piano di aiuti da €100 miliardi per ricapitalizzare buona parte delle sue banche fallite, senza controfirmare alcun memorandum d'intesa o garantire ulteriori riforme strutturali. Ma la Spagna non è Cipro e il suo peso specifico all’interno dei palazzi che contano non è di certo paragonabile a quello della piccola isola mediterranea: questo modo di agire sarà sicuramente vincente per la creazione di quello spirito europeo dei popoli (il Sogno!) con cui ci riempiono tanto la testa i tromboni della demagogia europeista. Per un abitante di Cipro sapere che lui è un cittadino europeo di serie B rispetto ad uno spagnolo sarà certamente gratificante, motivo di orgoglio e di vicinanza nei confronti degli altri popoli del continente più disastrato del mondo. In quanto poi a condizionalità imposte da Bruxelles, noi italiani siamo invece i più furbi, perché i nostri precedenti governi (Berlusconi e Monti) le hanno già accettate (ricordate la lettera della BCE dell’agosto del 2011? Non può quella missiva strettamente riservata considerarsi l’antesignana di tutti i successivi MoU?), senza ricevere in cambio alcun sostegno finanziario. Sarebbe troppo umiliante per noi italiani essere accomunati a greci o ciprioti o irlandesi. Altro atteggiamento questo per sentirsi più vicini e solidali nella stessa sorte.

mercoledì 3 ottobre 2012

NO MONTI DAY DEL 27 OTTOBRE A ROMA, LA MANIFESTAZIONE CHE RISCATTA GLI ITALIANI


L’Italia s’è desta. Finalmente gli italiani, così come gli spagnoli e i greci, hanno deciso di scendere in piazza per manifestare il loro dissenso (in certi casi vera e propria "rabbia costruttiva") contro i governi dei tecnici inviati da Bruxelles, Francoforte e Wall Street. Gli emissari dei poteri forti che stanno dissanguando gli stati, al solo scopo di tenere in piedi la moneta più stupida del mondo e mantenere intatte le posizioni di privilegio dei grandi gruppi finanziari e della minoranza benestante della popolazione che vive di rendita e non di lavoro. Sabato 27 ottobre a Roma ci sarà una grande manifestazione dallo slogan più che mai azzeccato e pertinente, a cui ognuno potrà dare la propria connotazione: No Monti Day. Non vogliamo più Mario Monti e la sua cricca di cialtroni, che hanno peggiorato e non poco le condizioni finanziarie, politiche ed economiche dell’Italia. Non vogliamo più la finanza e i "mercati" come unici enti dirigisti e monopolisti della politica economia di un paese democratico, riportando l'accento sui diritti dei cittadini e le dinamiche del bene comune. Non vogliamo più i presunti tecnici mai eletti democraticamente che di tecnica economica capiscono poco o nulla e difendono in modo più che mai evidente e palese interessi plutocratici e privatistici diversi da quelli collettivi.


Queste ultime affermazioni vanno ovviamente motivate, ma non lo farò tanto con le mie parole che possono essere troppo faziose e di parte, quanto con quelle di un vero tecnico che lavora ogni giorno sui dati e sui fatti: il presidente della Corte dei Conti Luigi Giampaolino. Il funzionario pubblico ha già fatto sapere ieri agli incompetenti pivelli al governo ammantati dall’aura fumosa del tecnicismo che la loro gestione è stata un disastro e forse farebbero meglio a ritornare nelle aule dell’università a studiare un po’ di tecnica economica. L’occasione è ufficiale e non ufficiosa, ci troviamo all’audizione di fronte alle Commissioni Bilancio riunite di Camera e Senato per commentare il Documento di Economia e Finanza (DEF), presentato dal governo. Cominciamo con la prima stoccata. La somministrazione di dosi crescenti di austerità e rigore al singolo Paese, in assenza di una rete protettiva di coordinamento e di solidarietà, e soprattutto se incentrata sull'aumento del prelievo fiscale, si rivela, alla prova dei fatti, una terapia molto costosa e in parte inefficace. E che, neppure, offre certezze circa il definitivo allentamento delle tensioni finanziarie. Tradotto in sintesi: aumentare le tasse in periodo di recessione è una scelta folle che non serve nemmeno a rassicurare i “mercati” e abbassare lo spread, visto che fra l’altro non esiste in Europa alcuno strumento compensativo che consenta al singolo stato di redistribuire per altra via i soldi sottratti con le tasse. Continuiamo.

venerdì 29 giugno 2012

TANTO RUMORE PER NULLA: L’EFFETTO ANNUNCIO E LE CONSEGUENZE DEL VERTICE EUROPEO



“Il Vertice Europeo di Bruxelles si è chiuso con un grande successo per Italia e Spagna che sono riuscite a mettere al muro la Germania dell’inflessibile cancelliera Merkel, grazie all’accordo sulle misure di contenimento degli spreads fortemente volute dal presidente del consiglio Mario Monti e alle nuove disposizioni raggiunte dal primo ministro Mariano Rajoy per il piano di salvataggio delle banche spagnole. La crisi dell’eurozona è già praticamente alle spalle, un vecchio ricordo da dimenticare in fretta e ricomincia una nuova fase di espansione e prosperità per tutti i paesi europei, nessuno escluso. Il primo ministro italiano Mario Monti coadiuvato dal collega spagnolo Mariano Rajoy hanno con caparbia ostinazione minacciato di far saltare i tavoli delle trattative in corso se non fossero state approvate le richieste avanzate da entrambi e alla fine la cancelliera Angela Merkel ha dovuto cedere, derogando alla linea del rigore e concedendo finalmente respiro a tutte le nazioni più in difficoltà dell’eurozona che rischiavano di soffocare per asfissia. Entusiastica la reazione dei mercati, tutte le borse europee sono in forte rialzo e lo spread dei titoli di stato italiani è sceso di 40 punti base nel giro di un’ora”.


Se voi foste un investitore finanziario mediamente sprovveduto cosa fareste dopo aver ascoltato o letto un simile annuncio? Comprare. Comprare a buon mercato titoli pubblici italiani, spagnoli, ma anche titoli privati di tutte le banche europee, che presumibilmente avranno una maggiore barriera di protezione e saranno destinate ad irrobustirsi nei prossimi mesi, grazie alle ricapitalizzazioni fornite dai fondi di salvataggio. E’ un comportamento quasi istintivo, che non ha nulla di razionale, perché se andiamo a fondo nella lettura degli accordi raggiunti, o meglio strappati con straordinaria caparbietà da Monti e Rajoy al Vertice Europeo di Bruxelles, ci accorgiamo che non c’è nulla di nuovo e in verità non è stata posta nessuna seria condizione per incidere concretamente sulla ripresa economica di Italia e Spagna. Ma per capire meglio come funziona l’effetto annuncio, che fa rimbalzare straordinariamente sia le borse che l’umore, facciamo un esempio comprensibile a tutti.

giovedì 14 giugno 2012

IL CONTO ALLA ROVESCIA E’ PARTITO, MANCANO TRE MESI AL CROLLO DELL’EURO


Le parole dello speculatore finanziario Soros sulla fine dell’euro hanno cominciato a fare breccia nei palazzi che contano. Il direttore del Fondo Monetario Internazionale Christine Lagarde ha ripetuto pari pari la profezia di Soros sui presunti tre mesi di tempo che mancherebbero al crollo definitivo della moneta unica. Intanto in Italia il presidente del consiglio fantoccio Mario Monti rassicura tutti dicendo che noi siamo un paese più solido della Spagna, quando solo poche settimane fa il confronto veniva fatto con la Grecia: insomma è cambiato e di molto direi il termine di paragone, creando un clima di nervosismo generalizzato che ha contagiato ovviamente i mercati, i quali senza dare troppo peso alle garanzie di tenuta del paese fornite dal premier farlocco hanno colto la palla al balzo per fare un po’ di speculazione a brevissimo termine sulla volatilità di quotazione dei titoli pubblici italiani. In fondo, questo per gli speculatori finanziari è un ottimo periodo per fare affari, perché maggiore incertezza e oscillazione in borsa creano sempre le premesse per fare elevati profitti.


Solo ieri l’asta da €6,5 miliardi di BOT ad un anno ha registrato un balzo del rendimento fino a 3,972%, quasi il doppio rispetto al precedente 2,34% e tornato ai livelli di dicembre scorso, confermando quindi che l’effetto del salvataggio delle banche spagnole preoccupa i mercati e avrà delle ripercussioni evidenti sulla nostra spesa per interessi. Se tre mesi è l’arco temporale in cui l’Unione Europea deve mettere a punto un piano credibile di messa in sicurezza e sostegno all’economia dei paesi membri, il mese di giugno rimane però cruciale per tanti altri motivi, perché a parte le elezioni politiche in Grecia del 17 giugno che potranno cambiare di poco o nulla le sorti dell’unione monetaria più disastrata e malandata di tutti i tempi, nel prossimo vertice europeo del 28 e 29 giugno a Bruxelles si stanno spostando tutte le speranze di trovare un compromesso fra le richieste di austerità della Germania e le suppliche di qualche contromisura espansiva dei paesi periferici. Tuttavia, considerando i fallimentari tentativi del recente passato, siamo quasi certi che anche questo vertice si risolverà in una bolla di sapone.
  

lunedì 11 giugno 2012

FINE DELL’EURO ATTO SECONDO: LA SPAGNA E’ CADUTA E CHIEDE AIUTO ALL’UE, CHI SARA’ IL PROSSIMO?


Continua la drammatica opera buffa che coinvolge da ben tre anni tutti i 17 paesi dell’eurozona, con nuovi colpi di scena e capovolgimenti di fronte che però essendo quanto mai prevedibili non sorprendono più nessuno: a causa dell’elevato debito privato accumulato negli anni passati stanno ormai cadendo come birilli uno dietro l’altro tutti i paesi della periferia dell’area euro, Irlanda, Grecia, Portogallo, Spagna, persino la microscopica Cipro ha intenzione di chiedere aiuti all’Unione Europea per €1,8 miliardi per ricapitalizzare la seconda banca nazionale Cyprus Popolar Bank (che risulta esposta guarda caso proprio con i titoli di stato spagnoli sempre più deprezzati). Dopo aver visto nel primo atto le ripercussioni della crisi dell’eurozona in Germania, vediamo adesso più da vicino come procede l’interminabile commedia spagnola, che sabato scorso ha vissuto sicuramente l’apice del pathos.


Dopo due anni di tira e molla, il ministro spagnolo per l’economia Luis de Guindos (foto sopra, strangolato "simpaticamente" dal presidente dell'Eurogruppo Junker) ha rotto gli indugi e ha chiesto aiuto all’Unione Europea per un fondo di salvataggio da €100 miliardi per ricapitalizzare il sistema bancario a pezzi del paese, che dal momento dello scoppio della bolla immobiliare e della discesa inarrestabile del valore dei titoli di stato spagnoli non si è più ripreso. Badate bene, il ministro non ha chiesto aiuti finanziari per coprire i buchi del bilancio pubblico, che nonostante l’insostenibile aumento dei rendimenti sui titoli di debito tutto sommato ancora regge discretamente, ma per aiutare in modo diretto e specifico le banche private che sono più esposte nel settore immobiliare, fra cui il colosso bancario nazionale Bankia. Quindi ancora una volta ribadiamo che la principale causa della crisi dei paesi della periferia europea nasce sempre da un eccesso di debito privato e solo in una seconda fase diventa un problema di debito pubblico, perché i governi sono costretti ad indebitarsi con i creditori istituzionali (FMI, UE) per andare in soccorso al settore bancario disastrato.