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venerdì 4 ottobre 2013

PREFERISCO VIVERE PER LA COSTITUZIONE CHE MORIRE PER I DOGMI DEL LIBERO MERCATO

Diceva Mao Tze Tung, uno che di politica e di gestione delle masse se ne intendeva abbastanza, che quando “grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è favorevole”. Verrebbe da chiedersi per chi sarebbe favorevole la situazione, ma visto il soggetto in questione, non c’è dubbio che l’interpretazione più accreditata è quella che vede despoti, dittatori, potenti in generale avvantaggiarsi enormemente dal caos e dal panico scatenati tra la gente. Gli Stati Uniti hanno chiuso per ferie il loro governo federale e l’intero apparato pubblico. La Germania non riesce ancora a formare un governo decente. In Italia il governo praticamente non esiste e non è mai esistito, eppure la gente si appassiona molto alle vicende di questi cialtroni impenitenti chiamati a torto “politici”, credendo davvero che dall’esito delle loro farsesche diatribe mediatiche, utili soltanto per aumentare l’audience di qualche sgangherata trasmissione televisiva, possa dipendere il loro futuro. E ignorando invece ostinatamente il fatto più semplice: il futuro purtroppo è stato già scritto a chiare lettere in tutto il mondo e ad un certo punto bisogna cominciare a prenderne atto.


La democrazia è un sistema di governo troppo costoso, dispersivo, egualitario e va abolita per decreto con il consenso unanime, a volte inconsapevole e involontario, di coloro che più beneficiavano degli agi della stessa democrazia. Un paradosso che trova giustificazione appunto nel caos culturale con cui siamo stati buggerati e raggirati negli ultimi decenni. Quasi dappertutto sono state infatti le fasce più deboli e indifese della popolazione, le classi medie impiegatizie, gli operai sfruttati e sottopagati ad erigere a loro paladini i despoti, gli oligarchi, i plutocrati, i banchieri che hanno operato e continuano a lavorare alacremente per distruggere lo stato di diritto, fondamento della democrazia. L’attività di propaganda e disinformazione è stata così capillare e pervasiva da indurre i popoli di tutto il pianeta a parteggiare per coloro che più disprezzano le esigenze dei popoli, la giustizia sociale e il benessere diffuso. E’ stato addirittura coniato il termine “populista”, accompagnato spesso dal più tecnico “demagogo”, per attaccare quei pochi che ancora si affannano per difendere le istanze del popolo vessato. E non di rado capita pure di essere accusati di “populismo” dai membri più emarginati, isolati e umiliati del popolo. Ci sarebbero insomma tutti gli elementi per deporre le poche armi spuntate rimaste e lasciarsi trascinare dalla deriva.


venerdì 12 luglio 2013

L’ALTRA FACCIA DELLA MONETA: L’UNICO MODO PER FARE ECONOMIA ATTIVA PER I CITTADINI


Dopo due settimane di fitti colloqui, incontri, convegni, conferenze, progetti editoriali è giunto il momento di tirare il fiato e fare un breve bilancio di ciò che ho visto e sentito un po’ in giro: l’Italia c’è, la Sicilia si muove, gli italiani stanno iniziando a capire, ma hanno le idee ancora piuttosto confuse e urgente bisogno di metabolizzare tutte le novità che gli stanno venendo addosso in questo ultimo periodo. E vorrei vedere dopo trent’anni e passa di lavaggio del cervello e propaganda di regime degna delle peggiori dittature: debito pubblico, inflazione, svalutazione, potere d’acquisto dei salari, mutui, tassi di interesse, costo della benzina e delle materie prime, posizione geopolitica dell’Italia all’interno dello scacchiere internazionale. I loro dubbi e le loro domande su un eventuale scenario di uscita dall’euro e recupero della sovranità monetaria e politica nazionale sono quasi sempre le stesse. Ma il fatto che la gente si faccia assalire dai dubbi è già qualcosa: il dubbio è spesso un chiaro sintomo di risveglio, volontà di ricerca e desiderio di consapevolezza. Senza dubbio non esiste alcuna verità, sia essa economica, scientifica o filosofica.


Tuttavia la mia sensazione quando qualcuno mi chiede la solita domanda sui costi e benefici dell’uscita dell’Italia dall’euro è quella di parlare ad uno schiavo con le catene alle caviglie che ha davanti una scodella riempita di scarti e frattaglie: invece di pensare a quanto cibo avrai domani nella scodella, non sarebbe meglio cominciare a preoccuparti di quelle grosse catene di ferro che ti impediscono di essere libero? Non che il cibo non sia importante, ma sei sicuro che vivere per sempre con gli scarti della cena del padrone sia meglio che cominciare a cercarti da solo la frutta, i semi, la selvaggina nel bosco? Come si può pensare a mangiare quando sull’altro piatto della bilancia ci stiamo giocando la nostra libertà di popolo? E’ meglio un uomo libero a pancia vuota o un malnutrito in catene? Capite bene che disquisire di costi e benefici, discorso utilitaristico comunque da fare, quando qui si sta parlando di libertà politica-economica e autodeterminazione democratica di una nazione risulta agli occhi di un disincantato idealista come me una questione abbastanza risibile. Con pazienza mi metto a snocciolare numeri, grafici, tabelle, ragionamenti ma nel mio intimo penso: “questi ancora non hanno capito un emerito c… di quello che ho detto prima”.

lunedì 3 giugno 2013

MAPPA PER GUIDARE IL PROCESSO DI USCITA DALL’EURO E FINE DEL VINCOLO ESTERNO

Parlare di uscita dall’euro come un processo unico, istantaneo e di facile gestione tecnica ormai è diventato troppo riduttivo. Grazie al continuo lavoro di ricerca e di approfondimento di tutti i dettagli economici, giuridici ed istituzionali, i più accorti tra i nostri lettori avranno già capito che l’uscita dall’euro, evento ormai alle porte ed irreversibile, non sarà una trasformazione facile ed indolore, ma per essere meno invasiva possibile e limitare la sperequazione dei costi di passaggio, comporterà un vero e proprio cambiamento di rotta culturale all’interno degli apparati pubblici politico-istituzionali che dovranno sobbarcarsi l’onere maggiore dell’intera operazione. Se non verranno fatti propri dai prossimi funzionari, deputati e ministri della Repubblica Italiana principi di corretta e razionale gestione della finanza pubblica, sanciti dalla nostra stessa Costituzione, come “buon andamento”, “imparzialità”, perseguimento dell’”esclusivo interesse della Nazione”, sarà difficile auspicare, anche in presenza di un ritorno provvidenziale alla sovranità monetaria e di una fine dell’odioso “vincolo esterno” con cui ormai conviviamo dal lontano 1979, un miglioramento reale delle sorti del nostro paese e delle condizioni di vita di noi tutti.


Fra i ricercatori più attenti e rigorosi dei risvolti che si celano dietro un tale ribaltamento epocale di prospettiva, il blog Orizzonte48 merita un posto di primo piano, sia per la competenza specifica e chiarezza espositiva con cui vengono trattati gli argomenti più spinosi e complessi sia per la logica stringente ed ineccepibile che dallo studio delle premesse iniziali riesce poi a creare consenso unanime intorno alla conclusioni raggiunte. Consiglio quindi a tutti i provetti naviganti della Tempesta Perfetta di leggere con attenzione questa “guida per riconoscere i nostri prossimi santi”, perché è chiaro che più avanti si andrà, più il mare diventerà agitato e più si faranno avanti falsi profeti e improbabili salvatori della patria, che con il pretesto del caos e la promessa di condurci in un porto finalmente sicuro, ci faranno ingoiare altre scemenze di politica economica e monetaria, così come accadde nel trentennio maledetto e continua ad accadere oggi. Il monito di gattopardesca memoria secondo cui bisogna evitare che “tutto cambi affinchè nulla cambi” deve essere più che mai attuale, perché riconquistare alcuni diritti e principi fondamentali, primo fra tutti la sovranità economica, politica e monetaria, se poi non si sanno maneggiare efficacemente alcuni elementari strumenti di contabilità pubblica per il bene collettivo, significa impelagarci in nuove storture, degenerazioni, distorsioni. E questa volta non potremo imputare all’euro o al vincolo esterno la causa di tutti i nostri i mali, ma ricordando le parole di uno dei più autorevoli padri costituenti, specchiarci nel nostro ennesimo fallimento democratico: “la Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta: lo lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno, in questa macchina, rimetterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere quelle promesse, la propria responsabilità”. (Piero Calamandrei, Discorso sulla Costituzione, video, 1955)          

venerdì 19 aprile 2013

LE MENZOGNE DI REINHART E ROGOFF: IL DEBITO PUBBLICO NON E’ LA CAUSA DELLA RECESSIONE




In questi giorni sta montando un ampio dibattito a livello mondiale (del tutto ignorato in Italia, ma questa non è una novità, visto che noi abbiamo ben altre faccende a cui pensare, come votare nientedimeno che Romano Prodi, la Thatcher nostrana versione mortadella ruspante, al Quirinale: quando si dice il nuovo che avanza!) sugli errori commessi dai celebri economisti di Harvard Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff nel calcolo della correlazione fra alto debito pubblico e bassa crescita economica. Secondo la tesi e i dati ricavati dai due studiosi, quando il debito pubblico supera la soglia critica del 90% del PIL assistiamo ad una progressiva stagnazione o addirittura ad una recessione dell’economia. Il paper incriminato risale al 2010, “Growth in a Time of Debt”, ma solo oggi tre sconosciuti economisti dell’Università del Massachusetts, Thomas Herndon, Michael Ash e Robert Pollin, sono riusciti con un altro paper, dal titolo “Does High Public Debt consistently stifle Economic Growth? A critique of Reinhart and Rogoff”, a smascherare tutti gli errori di calcolo, alcuni dei quali davvero grossolani, compiuti dai due ben più noti e accreditati economisti. La vicenda ha del paradossale, perché soprattutto negli Stati Uniti il lavoro di Reinhart e Rogoff era stato fino ad oggi un punto di riferimento per tutti i sostenitori dell’austerità e del taglio dei deficit pubblici, imputando solo a questi ultimi la causa principale della bassa crescita economica. Ora per i cosiddetti “falchi del debito pubblico” rimangono solo due strade: o ritrattare tutto quanto permettendo al governo di attuare le necessarie manovre anticicliche di aumento dei deficit pubblici per far ripartire la crescita (cosa molto improbabile), oppure assoldare un altro gruppo di noti economisti per manipolare altri dati e confermare la loro tesi insensata.


Questa è l’economia, bellezza! Chi ha i soldi dice cosa è vero e cosa è falso, chi non ne ha non solo non ha diritto di parlare ma non può nemmeno entrare nelle statistiche e nei sondaggi, perché da che mondo è mondo solo chi spende fa economia, mentre chi non ha niente da spendere fa la fame. L’economia infatti è una disciplina molto strana che si occupa molto di più di quanti profitti o soldi spende un miliardario (perché questo fa alzare notevolmente il PIL), rispetto a quante ingiustizie e iniquità redistributive esistono nel mondo. Essendo una materia fatta ad uso e consumo di chi i soldi già ce li ha, è chiaro che i suoi maggiori esperti e cultori mondiali non fanno altro che sfornare studi su studi, papers su papers, libri su libri per irrobustire le ragioni e le istanze di chi gli ha consentito di diventare celebri. E purtroppo, qualche tempo fa, anche io ho partecipato all’orgia di successo dei due campioni della menzogna di Harvard, più per curiosità che per reale interesse, comprando il loro best seller “Questa volta è diverso. Otto secoli di follia finanziaria”, rimanendo sconcertato dopo aver letto le prime pagine: con la tipica perentorietà di chi declama l’ovvio, i due economisti mettevano sullo stesso piano debito pubblico, debito privato e debito estero, facendo velatamente intendere che la crisi di un paese potesse nascere indifferentemente dall’aumento dell’una o dell’altra tipologia di debito. Cosa ovviamente falsa, ma tanto cara a chi li aveva convinti a suon di lauti compensi a scrivere quelle cavolate. Ma perché le persone ricche odiano così tanto il debito pubblico?

martedì 29 gennaio 2013

IL GIAPPONE STRAVOLGE I DOGMI SUL DEBITO PUBBLICO E L’INDIPENDENZA DELLA BANCA CENTRALE


Aveva cominciato l’Argentina a cambiare lo statuto della Banca Centrale per subordinare l’autorità di politica monetaria al governo e al parlamento democratico. Ma l’Argentina è un paese ancora troppo fragile, devastato da anni di neoliberismo e corruzione selvaggia, soggetta all’ostruzionismo della comunità finanziaria internazionale, con una moneta non completamente convertibile sui mercati valutari e sotto il monitoraggio stretto del FMI sui dati dell’inflazione e della crescita economica. L’Argentina non è un caso di studio affidabile, insomma, secondo i professionisti della menzogna e della mistificazione. Il Canada, invece, che da sempre ha una Banca Centrale pubblica al servizio del governo non fa testo perché non abbiamo controprove su cosa sarebbe successo in caso di “autonomia e indipendenza” e il Canada è un paese ricco di “materie prime”. Ora però ci si mette pure il Giappone a stravolgere i dogmi medievali degli stregoni del debito pubblico, dell’inflazione e dell’autonomia e indipendenza della banca centrale. E il Giappone è un paese sviluppato, grande esportatore, privo di materie prime, con una moneta forte e ampiamente accettata sui mercati valutari. Quindi? Cosa diranno adesso gli squinternati sostenitori del fallimentare progetto europeista che si basa proprio su quei folli dogmi? 


Chissà, mentre noi ci arrotoliamo all’interno di una delirante campagna elettorale piena di vuoti propositi senza senso e lontana anni luce dai problemi reali e dalle grandi questioni di civiltà, in altri paesi del mondo sta cominciando una “rivoluzione copernicana” che potrebbe cambiare per sempre i rapporti di forza fra i governi democratici e la politica monetaria, la finanza, lo strapotere bancario. Riporto di seguito un monumentale articolo del blog Orizzonte48, in cui l’autore, Luciano Barra Caracciolo, fa una mirabile e straordinaria sintesi di tutte le maggiori teorie macroeconomiche (classica, keynesiana, neo-classica, monetarista etc), alla luce di ciò che sta avvenendo oggi in Giappone. Consiglio davvero a tutti gli appassionati di questi argomenti (prima o dopo, lo dovremo diventare un pò tutti per venire fuori dal torpore e dalla barbarie culturale che ci sta stritolando) di leggere e di riflettere sui numerosi spunti forniti dall’articolo e soprattutto, visto il silenzio assoluto dei canali mainstream, di cominciare a guardare in piena “autonomia e indipendenza” (d’informazione però…) ad est, perché è proprio da lì che sorge il Sol Levante...di una nuova era, speriamo!       

domenica 23 dicembre 2012

EURO E COSTITUZIONE: PER UNA NUOVA VISIONE DELL’ECONOMIA COME SCIENZA SOCIALE

Ci avviciniamo alla fine dell’anno (la fine del mondo a quanto pare è stata scongiurata) ed è arrivato il momento di fare i bilanci. Il 2012 è stato un anno pesante da molti punti di vista: sociale, economico, politico, culturale. L’anno di governo concesso ai tecnici è stato caratterizzato da un inaridimento culturale che ha pochi precedenti nella storia della nostra Repubblica: questo infausto periodo verrà infatti ricordato come l’anno dello spread, ovvero l’anno in cui la grande finanza internazionale per tramite del suo portavoce Mario Monti ha fatto il suo ingresso trionfale sulla scena politica italiana per ribadire il suo ormai trentennale primato rispetto a tutti gli altri valori che dovrebbero caratterizzare la vita di questa Repubblica. La coesione sociale innanzitutto, la solidarietà civile e il lavoro, che mai come in quest’anno è stato massacrato, umiliato e relegato al ruolo di rincalzo di interessi privati e spesso stranieri: la disoccupazione deve essere tollerata per tranquillizzare i mercati sulla nostra intenzione a tenere bassi i salari, la flessibilità deve essere aumentata e la contrattazione sindacale ridotta ai minimi termini per invogliare i mercati ad investire in Italia, i licenziamenti devono essere più facili per attirare i capitali dall’estero e il nostro patrimonio aziendale, pubblico e umano deve essere svenduto agli investitori stranieri per consentire a loro di fare profitti e a noi di diventare pura merce di scambio. E difatti mai come in quest’anno gli investitori e gli speculatori esteri hanno esultato per l’operato di un nostro governo. Ed è ovvio che da tutte le testate giornalistiche e sedi istituzionali estere si siano levati cori di giubilo prima e appelli accorati adesso affinché Monti e la sua banda di mercenari continuino nella loro "rigorosa e sobriaopera di spoliazione dell’Italia.

Tuttavia l’evento che più mi ha colpito in questi ultimi giorni è un altro. E’ singolare infatti che proprio alla conclusione di questo anno terribile per l’Italia uno dei giullari del regime infame che da tempo ci tiene sotto scacco, Roberto Benigni, sia stato chiamato in causa per magnificare i valori contenuti nella nostra Costituzione; cercando quasi di nascondere e occultare goffamente con la forza delle suggestioni e dello slancio emotivo le modalità criminali in cui la nostra pregevolissima Carta Universale dei Diritti Umani è stata ormai vilipesa e ridotta a pura carta straccia dagli eurocrati suoi committenti. Ma di cosa si è trattato? Di una burla? Di una beffarda provocazione? Di un palese raggiro? Si sa che i giullari lavorano al servizio dei regnanti di turno (in questo caso il committente principale è stato re Giorgio Napolitano), ma c’è sempre un limite alla decenza. Vi sarete sicuramente accorti che tutto il mellifluo panegirico del giullare di corte pagato a peso d’oro ruotava intorno ad un imbarazzante controsenso induttivo: il fondamento della nostra Costituzione è il lavoro, la gabbia dell’eurozona in cui ci siamo incastrati non permette di attuare politiche economiche a difesa e tutela del lavoro, quindi la nostra Costituzione non ha più un fondamento, non serve più a niente, tranne che ad essere sbeffeggiata ed esposta al pubblico ludibrio dal primo deficiente che viene pagato per farlo. Ma c’è un altro particolare che rende raccapricciante l’intera messa in scena.

martedì 30 ottobre 2012

LA MONETA DI STATO PRIVA DI DEBITO E LA RIFORMA DEL SISTEMA BANCARIO MODERNO


Se non ora quando? Questo slogan che tanto successo ha avuto qui in Italia, dovrebbe essere esportato a livello mondiale per mobilitare la gente intorno ad una questione centrale all’interno del dibattito internazionale, più culturale o politica che economica, che coinvolge la vita di tutti noi: la Moneta. L’argomento è spinoso e complesso, ma non di rado i modi per attaccarlo e addomesticarlo sono di una semplicità disarmante e soprattutto accessibili a tutti: tecnici, economisti, ingegneri, operai, casalinghe, anziani e…bambini. Anzi, molto spesso sono proprio i bambini in virtù della loro innocenza e apertura mentale ad avere gli strumenti giusti per districare la matassa, mentre per una volta noi adulti dovremmo stare zitti in disparte ad ascoltare, osservare ed imparare. Sulla moneta in particolare sono sicuro che ne vedremmo delle belle, perché se ci pensate bene i bambini, ancora prima delle banche, degli stati, della finanza internazionale, delle teorie economiche dei premi Nobel sono i primi ad inventarsi sistemi monetari inattaccabili, con i loro bigliettini di carta colorata, che si passano di mano in mano in cambio di oggetti, giocattoli, giri in bici, ciottoli levigati. Se osservate bene come giocano, vi accorgerete che i bambini non solo stabiliscono subito degli accordi per accettare esclusivamente una tipologia di biglietti e non altri, ma sono così attenti e rigorosi da creare soltanto la quantità di biglietti strettamente necessaria e sufficiente al corretto funzionamento dei loro giochi. Non un biglietto in più e non uno in meno. I bambini quindi conoscono a meraviglia il rudimentale concetto di misura, legato principalmente all’equilibrio fra i mezzi monetari e i beni scambiati, che tanta confusione e panico crea negli adulti. Una saggezza istintiva, ancestrale che dovrebbe farci riflettere.


Detto questo, riprendo il lungo cammino di scardinamento di alcuni miti e leggende popolari intorno alla moneta, visto che dai riscontri avuti dai lettori ho ricavato la necessità di fare ulteriori chiarimenti che potrebbero aiutarci a compiere insieme un altro passo avanti in questo fondamentale percorso a ritroso di conoscenza: dalle sicurezze della maturità dobbiamo andare indietro, giù, giù, fino agli anni della spensierata e ingenua infanzia. Magari questa premessa vi sembrerà un po’ strana, bizzarra, ma più andrete avanti nella lettura e più capirete che di tecnico, economico, finanziario qui non c’è nulla, tranne pochi immediati concetti di contabilità, mentre tutto il resto sono valutazioni logiche o linguistiche alla portata di tutti. Ovviamente cercherò di semplificare al massimo alcuni passaggi, ognuno dei quali meriterebbe un capitolo a parte, ma con lo scopo specifico di dare priorità per adesso al discorso generale. La struttura di fondo dei ragionamenti è basata principalmente dai contributi forniti a riguardo dal movimento culturale ed economico inglese Positive Money, che insieme al gruppo americano della Modern Money Theory MMT, è riuscito secondo me a spiegare e sviscerare molto bene le dinamiche di funzionamento del sistema monetario moderno, avanzando anche le migliori proposte di riforma. Ma c’è anche una grande novità: a questa banda di professori di economia sovversivi ed eretici, si è unito di recente nientemeno che lo stesso Fondo Monetario Internazionale, ovvero l’organismo che sovraintende la politica monetaria mondiale, considerato molto spesso, non a torto, lo strenuo difensore delle logiche predatorie della cosiddetta finanza speculativa.

mercoledì 5 settembre 2012

LA SPESA PUBBLICA A DEFICIT FA GIRARE L’ECONOMIA, L’AUSTERITA’ CONDUCE ALL’ANARCHIA


Il dibattito intorno alla correttezza del PIL (Prodotto Interno Lordo) come misuratore della ricchezza di un paese comincia a farsi davvero interessante. Da una parte ci sono i sostenitori della “decrescita felice”, i quali credono che con una costante riduzione del PIL staremmo tutti meglio e dall’altra c’è la classe dirigente attuale, formata da tecnocrati della finanza, politicanti, sindacalisti, giornalisti di regime che continuano tutti i giorni a ripetere la solita solfa della “crescita” a tutti i costi, perché solo così potremo garantire una maggiore occupazione e soprattutto rimborsare i debiti contratti in passato con banche e società finanziarie, che alla fine della fiera sono i veri burattinai finali di questo teatrino di commedianti. Ovviamente, come spesso avviene in questi casi, la verità sta sempre in mezzo e chi si pone agli estremi del dibattito rischia di cadere in uno di quei contorti avvitamenti della logica che finisce poi per gettare discredito sulla parte sana e condivisibile della sua rivendicazione. 

Innanzitutto perché il PIL è un numero e in quanto tale non può essere buono o cattivo a prescindere: il giudizio di merito sul PIL dipende dal percorso e dalle modalità utilizzate per ottenere quel numero e non dal numero in se stesso. In secondo luogo perché il PIL è un elemento della contabilità nazionale che computa a consuntivo ciò che è avvenuto in un certo paese in un determinato periodo di tempo, limitandosi a quantificare l’esistente senza dare alcuna indicazione su ciò che può o dovrebbe essere fatto in futuro. Malgrado tutti i tentativi di riportare la questione sul campo etico, politico, umano, psicologico, il PIL è e rimarrà un numero neutro, che misura l’effetto dell’azione umana e non può essere in alcun modo incluso fra le cause che spingono l’azione umana a fare determinate scelte o a percorrere particolari direzioni invece che altre.

sabato 25 agosto 2012

RITORNO ALLA LIRA: LA BILANCIA COMMERCIALE ITALIANA E I VANTAGGI DELLA SVALUTAZIONE


Mentre continua imperterrita e sempre uguale se stessa la telenovela strappalacrime dell’eurozona, animata soprattutto dalla fuga “tecnicamente possibile” della Grecia e dalle successive smentite ipocrite e false condite da romanzesche necessità di rimanere tutti insieme appassionatamente perché “uniti siamo più forti”, qualcosa si muove nell’economia reale che dovrebbe farci riflettere sui motivi per cui oggi come oggi l’uscita dall’euro dell'Italia e il ritorno alla nostra moneta nazionale, la lira, sarebbe per il nostro paese la scelta economicamente più conveniente. Anticipiamo subito che quella che segue è una trattazione tecnica, fredda, asettica dove vengono sfrondati tutti quegli elementi irrazionali e inconsci basati sulle paure per il futuro, l’incertezza e la precarietà che tanta importanza poi hanno sulla gestione pratica dell’economia. Per intenderci, eliminate le visioni catastrofiste che non hanno alcun fondamento scientifico, che dipingono l’Italia della lira travolta da uragani di svalutazione e tempeste di inflazione, e le discussioni da bar del tipo “io con l’euro in tasca mi sento più sicuro” o “con la nostra liretta non possiamo combattere contro i cinesi”, cerchiamo di capire insieme i motivi per cui un politico italiano onesto intellettualmente (ma anche penalmente) e che abbia a cuore la sorte del suo paese dovrebbe recarsi oggi stesso (ma poteva farlo anche ieri) a Bruxelles a dire: “OK, è stato bello. Ci avete provato a distruggere il popolo e l’economia italiana e ci abbiamo provato a darvi una mano a distruggerli, ma questi italiani sono cocciuti e resistono. Quindi noi ci ritiriamo dalla guerra dei trent’anni (e più, visto che è iniziata nel lontano 1979, con l’ingresso dell’Italia nello SME) e ritorniamo a fare politica economica attiva (e non passiva: il classico pigiamento dei bottoni in parlamento perché “ce lo chiede Europa!”) nel nostro Bel Paese. Buona fortuna a tutti e amici come prima”.


Questa considerazione iniziale prende spunto principalmente dall’andamento di una variabile economica che è fondamentale per il benessere e la sostenibilità a medio e lungo termine di un sistema paese: la bilancia commerciale. Che cos’è la bilancia commerciale? La bilancia commerciale è un elemento della contabilità nazionale che misura e registra il flusso di importazioni ed esportazioni di beni e servizi di un certo paese da e verso l’estero. Quando il saldo della bilancia commerciale è positivo significa che il paese sta esportando beni e servizi più di quanto ne importa e che nel paese stanno entrando più capitali di quanti ne escono (con i quali poi si possono pagare successive importazioni, rimborsare i debiti contratti in passato con l’estero, acquistare titoli o fornire prestiti ai residenti stranieri). La bilancia commerciale però è solo una parte del flusso finanziario totale che attraversa in entrata e in uscita il paese, perché bisogna mettere in conto anche le rendite da capitale (gli interessi sugli investimenti finanziari incrociati fra il paese in questione e il resto del mondo) e i redditi da lavoro (i profitti delle partecipazioni in società per azioni nazionali o delle aziende straniere portati all’estero e le rimesse che gli emigranti inviano nei loro paesi d’origine).

lunedì 20 agosto 2012

RIASSUNTO DELLE PUNTATE PRECEDENTI: QUANDO L’ITALIA SI DECIDERA’ AD USCIRE DALL’EURO?


L’afa continua ad imperversare sulla nostra penisola e secondo le più accreditate previsioni meteo durerà fino a fine agosto. Fa caldo, molto caldo, e i tecnocrati e politicanti europei, fra cui il nostro presidente del consiglio Mario Monti, hanno approfittato di questo lungo periodo di pax olimpica per godersi delle immeritate vacanze: dopo 4 anni precisi dall’inizio della crisi finanziaria in Europa queste macchiette che si atteggiano a statisti non sono riusciti a risolvere nemmeno uno dei punti più spinosi della questione e non sono stati capaci di mettere un argine all’ondata di recessione economica che ha travolto il vecchio continente. Un vero record di incompetenza e inettitudine. Se non fosse stato per la presenza della banca centrale BCE, che ogni volta ha rimandato con le sue discutibili  operazioni di politica monetaria il momento del tracollo, l’eurozona sarebbe già stata un triste ricordo da archiviare in fretta nell’immensa collezione dei colossali fallimenti della storia umana. Nata con il pretesto di unire e pacificare i popoli, l’eurozona è riuscita nel difficile intento di risvegliare gli attriti e le tensioni sopite che circolavano sottotraccia fra i paesi membri di questa sconclusionata ammucchiata di faccendieri, affaristi e lobbisti. Anche questo, a suo modo, è un record ineguagliabile.


Ad ogni modo, data la scarsa rilevanza dei fatti accaduti in questi ultimi giorni, approfitto anche io del periodo di tregua per fare il punto della situazione e abbozzare un riassunto delle puntate precedenti, che possa aiutare chi si avvicina per la prima volta a questo lungo interminabile racconto del misfatto e chi invece si è perso qualche pezzo durante il tragitto. Di questi tempi il volume degli scambi in borsa è talmente basso che qualunque dato su spread, indici e tassi di cambio non ha alcuna significatività, ma serve solo alla propaganda di regime per accendere facili entusiasmi fra i lettori e gli ascoltatori più distratti. Quindi nella nostra analisi ci riferiremo soprattutto a dati e serie storiche, trascurando del tutto la situazione congiunturale (per intenderci, che lo spread in questi ultimi giorni sia sceso sotto i 420 punti base per me non significa assolutamente nulla, mentre mi interessa molto di più l’andamento dello spread in questi ultimi mesi). Dato che alcuni lettori mi hanno legittimamente accusato di essere confuso e ambiguo nelle mie descrizioni, mi sembrava opportuno fare un po’ di chiarezza sulle premesse dei miei discorsi per dissipare le ombre che qualcuno ancora si ostina a vedere nelle conclusioni. Iniziamo.


martedì 31 luglio 2012

SCONTRO GERMANIA-EUROZONA: SETTIMANA DECISIVA PER SALVARE L’EURO, SARA' VERO?


Questa settimana sarà decisiva per salvare l’euro e per il futuro dell’intera eurozona. Quante volte avete sentito ripetere questa frase? Dall’inizio della crisi finanziaria, nel lontano 2008, e per quasi quattro anni di fila, penso decine, forse centinaia di volte. Quando non si vuole risolvere un problema, perché non si può o non si conosce concretamente la soluzione, l’unica alternativa è quella di temporeggiare e procrastinare il momento della decisione definitiva: i tecnocrati europei, insieme ai politici fantoccio che di volta in volta si sono alternati al governo dei paesi, sono diventati ormai dei maestri nell’arte di creare aspettative che possano tenere costantemente in tensione i mercati e gonfiare un po’ le borse di tutta Europa. Con ogni probabilità senza questi stratagemmi puramente mediatici, la situazione dell’eurozona sarebbe già sprofondata ad un livello ancora più infimo di adesso e l’asticella di pericolo, quella che segna il confine fra la frantumazione e la sopravvivenza dell’unione monetaria più sbagliata di tutti i tempi, sarebbe stata raggiunta e superata da un pezzo.


Tuttavia, anche se non si tratterà affatto della settimana decisiva per la sorte dell’euro, bisogna ammettere che in questi giorni l’agenda dei tecnocrati e politicanti europei è davvero fitta di impegni e di incontri. L’evento sicuramente più importante e più atteso è la riunione del consiglio direttivo della BCE di giovedì prossimo 2 agosto, quando il governatore Mario Draghi spiegherà al mondo degli investitori finanziari quali straordinarie e magnifiche misure non convenzionali intende utilizzare questa volta per tenere a galla l’euro: presumibilmente comunicherà l’inizio di un nuovo programma SMP (Securities Market Programme) di acquisto di titoli di stato sul mercato secondario, che riesca a calmare l’inarrestabile corsa al rialzo degli spreads, soprattutto quelli italiani e spagnoli. Oppure indicherà le modalità con cui la BCE intende operare come intermediario del fondo salvastati EFSF prima e del MES dopo, esperimento questo che consente alla banca centrale un maggior spazio di intervento, dato che potrà intervenire nell’acquisto dei titoli sia sul mercato secondario che primario. Visto che le effettive perdite per le casse dello stato si decidono durante il collocamento dei titoli nelle aste primarie mentre sul mercato secondario si condiziona più che altro la solidità dei bilanci delle banche che sono stracolme di titoli, è chiaro che la seconda tipologia di intervento della BCE sarà più incisiva e provvidenziale, soprattutto per le nostre tasche. Peccato però (c’è sempre un però quando si tratta di difendere i risparmi dei comuni cittadini) che i soldi per finanziare i fondi salvastati li sborsiamo noi cittadini europei, quindi le nostre tasche saranno massacrate ugualmente e si verrebbe a creare uno strano corto circuito in cui noi stessi paghiamo in anticipo per comprare dei titoli che saremo obbligati a pagare una seconda volta alla scadenza per rimborsare noi stessi.

venerdì 27 luglio 2012

USCITA DALL’EURO, I PIANI SONO GIA’ PRONTI E I BANCHIERI COMINCIANO AD AVERE PAURA


Partiamo subito da un concetto: la speculazione finanziaria vive di parole non di fatti. Ieri il governatore della BCE Mario Draghi intervenendo a Londra al Global Investment Conference ha ribadito che “l’euro è irreversibile e la BCE è pronta a fare di tutto per salvare la moneta unica. Non è possibile immaginare che un paese esca dall’eurozona.” E poi ha aggiunto che  “negli ultimi sei mesi l’area euro ha mostrato dei progressi straordinari. L’eurozona è più forte di quanto non le venga riconosciuto”. Pochi minuti dopo lo spread fra i titoli di stato italiani e i bund tedeschi comincia a scendere rapidamente al di sotto dei 500 punti base. Gli speculatori non vanno in vacanza e prefigurando un breve periodo di apprezzamento dei titoli hanno ricominciato a comprare, attendendo di vendere di nuovo quando lo spread riprenderà puntualmente a salire. Perché che lo spread ricomincerà a crescere dopo qualche giorno o al massimo settimana di euforia, pompata dall’effetto annuncio, ormai è abbastanza prevedibile. Esattamente al contrario di quello che va farneticando Monti e tutta la sua schiera di cortigiani, mentre il precedente rialzo lento e progressivo dello spread indicava una razionale allocazione delle risorse da parte degli investitori istituzionali e internazionali per sfuggire alla trappola mortale dell’euro, una discesa così repentina è sintomo invece di un intervento massiccio della speculazione, che vive appunto di fiammate e folate improvvise di entusiasmo. Pura e semplice speculazione, nient'altro. A meno che i banchieri di Francoforte non abbiano davvero intenzione di fare seguire i fatti alle parole: per esempio riprendendo a comprare titoli di stato europei sul mercato secondario, dopo avere bruscamente interrotto il programma temporaneo di acquisto SMP (Securities Markets Programme) a febbraio scorso.


Oppure altra ipotesi, molto più plausibile, la BCE comincerà ad anticipare i soldi (creati dal nulla, ricordiamolo sempre) per comprare titoli di stato non per suo conto ma come intermediario del Meccanismo Europeo di Stabilità, in attesa che la Corte Costituzionale tedesca di Karlsruhe si pronunci il prossimo 12 settembre sulla modifica dell’articolo 136 del Trattato di Funzionamento dell’Unione Europea (quello che rende legittimi i meccanismi finanziari di salvataggio di altri paesi in caso di grave crisi economica) e quindi indirettamente anche sul MES. E’ evidente che i banchieri comincino ad avere seriamente paura per la frantumazione del loro giocattolo preferito e stiano cercando di raggiungere un compromesso per prendere ancora tempo ed evitare l’esplosione immediata dell’eurozona. I banchieri tedeschi, Bundesbank in testa, non lasceranno mai che la BCE diventi una normale banca centrale, la quale come risaputo e avviene in qualsiasi altra nazione normale del mondo può acquistare illimitatamente titoli di stato tramite operazioni di mercato aperto, sostenendo quindi i deficit pubblici dei governi e allentando gli attacchi speculativi, che cercano di fare profitti facili puntando sull’estrema volatilità (sia verso l’alto che verso il basso) degli spread e dei rendimenti. Mentre gli stessi banchieri tedeschi sono molto più favorevoli al MES (che è una loro invenzione, anche se ingannevolmente Mario Monti si è attribuito la paternità di questa ennesima truffa, cambiandogli nome e chiamandola “scudo antispread”) e il motivo è abbastanza semplice: non pagano loro, ma i cittadini europei tramite le rispettive quote di partecipazione al MES e soprattutto trattandosi di bruciare soldi già circolanti, non viene immessa nuova liquidità sui mercati e la Germania è al riparo dallo spauracchio inflazione.   
      

martedì 24 luglio 2012

LA GUERRA CONTRO IL PROGETTO EURO DEI BANCHIERI E’ COMINCIATA, SERVONO RINFORZI


La guerra fra la finanza e la democrazia è cominciata, o meglio non è mai finita. Avevamo già detto che per tanti motivi questa sarebbe stata una lunga estate calda e il clima ormai si è surriscaldato abbastanza per farci credere che prima della fine dell’estate qualcosa in Europa potrebbe cambiare drasticamente e definitivamente. Quello che prima si prefigurava come un agguato silenzioso, subdolo, inesorabile, lento della finanza per l’espropriazione della ricchezza accumulata dalla popolazione e del patrimonio pubblico dello stato (in gergo tecnico questo processo si chiama estrazione di valore, ma il significato non cambia), ormai è sfociato in un conflitto aperto, palese, dichiarato. A differenza degli italiani che ancora bene o male riescono a vivacchiare con i vecchi risparmi, gli spagnoli sono ormai esasperati per la politica di austerità, tasse, tagli alla spesa pubblica con cui i mercenari al governo (Mariano Rajoy, primo ministro, Luis de Guindos, ministro delle finanze, Cristobal Montoro, ministro del bilancio) supportati dai banchieri di tutta Europa e di mezzo mondo stanno cercando di frodarli e derubarli. Per fortuna si tratta di una guerra che provoca pochi spargimenti di sangue, a parte i feriti che si contano a centinaia nelle manifestazioni di piazza che infuocano la Spagna, ma gli esiti finali sono gli stessi di un conflitto armato: la controparte vincente o che si reputa tale, la finanza, vuole adesso estorcere con forza o con l’inganno il bottino agli sconfitti, gli stati democratici e i cittadini.


Ormai non è più il caso di parlare con mezze parole o concetti ambigui, ma bisogna indicare le cose con il loro nome: la guerra può essere tattica, campale, strategica, ma sempre guerra è e in una guerra ci sono sempre due fazioni contrapposte, che cercano di prevalere sull’avversario e imporre le proprie ragioni e condizioni. Cosa credete che siano tutte quelle riunioni e vertici europei in cui vengono concordati all’unanimità patti di stabilità, Fiscal Compact, Meccanismi Europei di Strozzinaggio? Trattati intergovernativi e sovranazionali tramite cui i vincitori cercano di dettare le clausole della resa agli sconfitti. E’ inutile girarci intorno, la finanza ha vinto (o meglio, crede di avere vinto) perché ha lavorato bene ai fianchi la politica e le istituzioni pubbliche da almeno trent’anni per mettere a punto questo suo piano di espropriazione della ricchezza a danno della maggioranza della popolazione e i cittadini hanno perso perché non hanno capito e in certi casi hanno fatto finta di non capire che tutte le manovre politiche di questi ultimi anni, di centrodestra, centrosinistra, centrocentro, sindacati, corporazioni industriali, lobbies finanziarie, erano votate al disegno europeista per portare avanti il solito piano dei banchieri: annullare gli effetti redistributivi della ricchezza che sono alla base di uno stato democratico e riprendere le vecchie sane abitudini della monarchia, della dittatura e degli stati assoluti e totalitari, in cui la ricchezza viene concentrata in poche mani, sempre le stesse. Solo per il dispiegamento di mezzi, la capacità di corruzione di un’intera classe dirigente, mediatica e accademica, le bizzarre teorie economiche inventate di sana pianta, i think tank, le fondazioni, i centri culturali, le organizzazioni corporative sparse in tutto il territorio, bisognerebbe dare atto ai vincitori che la loro abilità di organizzare le truppe è impressionante e meriterebbe un premio finale. Ma c’è un però.  


mercoledì 6 giugno 2012

MODERN MONEY THEORY MMT: DOTTRINA MISTICA DELLA MONETA O RIVOLUZIONE CULTURALE?


Prima di continuare lo studio e l’approfondimento della teoria economica americana della Modern Money Theory MMT attraverso le lezioni del professore Randall Wray, mi sembrava opportuno aprire una piccola parantesi e fare alcune precisazioni sui motivi che mi spingono a studiare e ad interessarmi a questa nuova corrente di pensiero, che in verità tanto nuova non è, quantomeno nelle sue tematiche strettamente scientifiche ed accademiche. Tralasciando però per il momento i dettagli tecnici, bisogna riconoscere che nelle sue intenzioni dichiarate il movimento MMT, pur nella grossolana versione strillata o spacciata come facile propaganda di acchiappo, racchiude in sintesi molte delle principali rivendicazioni e istanze sociali che hanno da sempre guidato il processo di emancipazione della civiltà umana dalla barbarie economicista dell’oscurantismo, della repressione e dell’oppressione brutale dell’uomo sull’uomo: l’equità, l’uguaglianza dei diritti e dei doveri, la libertà individuale, la dignità dei lavoratori, l’assistenza ai più disagiati, la solidarietà, lo sviluppo sostenibile.


Basterebbe solo questo breve elenco di principi sacrosanti e universali per giustificare l’interesse verso qualsiasi scuola di pensiero che si propone di rendere concrete ed attuabili tali riforme. Con tutto il dovuto rispetto e avendo chiara le diverse condizioni storiche di partenza, la Repubblica di Platone non presentava lo stesso grado di apertura e partecipazione collettiva alla vita pubblica, politica ed economica di una comunità. Eppure Platone viene spesso osannato come una vetta del pensiero democratico e liberale, un vero maestro del buon governo, mentre chiunque si propone oggi di fare di più e meglio viene subito tacciato di essere un ciarlatano, un visionario, un allocco facilmente suggestionabile e manipolabile. Amara constatazione che nessuno è profeta in patria e la gloria è purtroppo nel migliore dei casi una conquista postuma per tutti gli uomini di buona volontà.

mercoledì 23 maggio 2012

LA CRISI DELL’EUROZONA, I NUMERI DI MONTI E L’INSOSTENIBILE INSTABILITA’ DEI MERCATI FINANZIARI


Fa piacere trovare anche fra le fila del partito più di regime e allineato con le politiche neoliberiste del governo Monti, il PD di Bersani con tutta la sua ciurma di pseudo-economisti dell’ultima ora, persone che prendono decisamente le distanze dalla follia derivante dal brusco ridimensionamento dell’intervento statale in economia e dalla brutale cancellazione dei diritti democratici e del patto sociale fra stato e cittadini che direttamente ne consegue. Si tratta del giornalista, politico ed economista Piergiorgio Gawronski, nipote del più famoso Jas, che già nel 2007 aveva osato sfidare alle primarie del PD nientedimeno che il gerarca assoluto del partito Pierluigi Bersani e dopo una breve esperienza come consulente economico della presidenza del consiglio, è tornato all’insegnamento e alla scrittura.


Per carità, si tratta sempre di una persona dell’alta nomenclatura che da sempre vive nella sua comoda posizione di privilegiato, fatta di corsie preferenziali e sollecite segnalazioni, ma quantomeno fa parte di una ristretta élite illuminata e non di quella debordante torma di fulminati, che spesso siamo costretti a subire. C’è élite ed élite insomma e non tutti i ricchi sono per natura stupidi, corrotti e usurpatori, anzi, anche se purtroppo come accade già nell’economia (moneta cattiva caccia quella buona), pure nella società vale spesso la spietata legge di Gresham. In più di un’occasione Piergiorgio Gawronski ha infatti dichiarato pubblicamente di essere in aperto contrasto con la linea rigorista e bigotta del partito, e oggi continua inascoltato a sostenere che per uscire dalla crisi in corso l’unica strategia certa, sicura, vincente da applicare sono le politiche espansive di tipo keynesiano di stimolo della domanda aggregata. Si vede che un barlume di intelligenza ancora naviga solitario anche dentro quella marea di stupidità, menzogne, contraddizioni e reticenze che è oggi il PD.


lunedì 7 maggio 2012

STEFANO FASSINA, LO PSEUDO ECONOMISTA DEL PD E IL FUNERALE DELLA SINISTRA ITALIANA


La data precisa del decesso nessuno la conosce. C’è chi dice che la sinistra in Italia sia morta nel 1980, quando dopo 35 giorni di proteste contro i licenziamenti imposti dalla Fiat, gli operai si ritrovarono soli senza l’appoggio dei sindacati e del partito politico di riferimento che a quel tempo era il PCI di Berlinguer, Cossutta e Bertinotti. C’è chi dice che la sinistra sia capitolata qualche anno dopo, nel 1989, con la caduta del muro di Berlino e la fine dell’ideologia comunista. Fatto sta, che la sinistra italiana, nella sua forma progressista e parlamentare rappresentata oggi dal PD, sia morta da un pezzo e da qualche anno a questa parte si celebra un lungo, interminabile funerale.

Durante la lenta agonia che ha trasformato il vecchio partito del PCI prima in PDS, poi in DS fino all’attuale PD, abbiamo assistito ad una metamorfosi totale delle linee guida del partito, con un’unica certezza: quantomeno i gerarchi e i colonnelli del partito hanno avuto la decenza di togliere la parola “sinistra” dal nome del partito, per essere abbastanza chiari e diretti con i propri elettori, i quali però essendo spesso dei nostalgici del passato vivono ancora nell’illusione che da qualche parte a Botteghe Oscure esista un forziere dove viene custodita gelosamente questa parola tanto cara. Si tratta di un sogno, di un’illusione appunto, perché nel PD di oggi di “sinistra”, di “riformismo” o di “progressismo” non c’è proprio nulla.

giovedì 3 maggio 2012

I PREMI NOBEL PER L’ECONOMIA CONTRO LA SANTA INQUISIZIONE DEL PAREGGIO DI BILANCIO


Mettiamola così. L’economia non è mai stata una scienza esatta, perché le sue conclusioni e le sue presunte verità assolute sono sempre relative al periodo storico, al luogo geografico, alle abitudini lavorative e di consumo, alle tradizioni produttive del contesto preso in considerazione. Per semplificare tutte le numerose variabili che insistono in un particolare processo economico, gli studiosi della materia fin dalle origini hanno dovuto ricorrere all’utilizzo di modelli descrittivi. Per ogni particolare fenomeno economico possono essere costruiti infiniti modelli e nonostante la precisione di alcuni di questi modelli, nessuno può essere considerato il migliore in assoluto per il semplice motivo che non può essere replicato.


Basta spostarsi di qualche chilometro o posticipare di qualche giorno il termine dell’analisi e molti dei parametri utilizzati nel nostro modello possono essere già cambiati, inficiando i risultati del nostro iniziale esperimento. Come è noto invece le scienze esatte non soffrono di questa estrema debolezza di fondo, perché alcune leggi e principi matematici, fisici, chimici, biologici hanno validità universale e non cambiano spostandoci nello spazio e nel tempo, consentendo ciò che in economia non potrà mai essere garantito: la ripetibilità dell’esperimento. Due più due fa quattro sia in Groenlandia che in Antartide, sia oggi che domani, fra un anno, fra un secolo. Lo stesso non può dirsi per qualsiasi operazione o regola economica.

lunedì 23 aprile 2012

INFLAZIONE, NO GRAZIE: GLI ERRORI DELLA TEORIA QUANTITATIVA DELLA MONETA DI FRIEDMAN


Nel precedente articolo parlando di inflazione abbiamo cominciato a vedere come alcuni luoghi comuni sull’indicatore dell’aumento dei prezzi al consumo siano completamente infondati. In particolare il legame fra la crescita dell’offerta di moneta e l’aumento dell’inflazione, che deriva dalla famigerata “teoria quantitativa della moneta” elaborata dall’economista americano e vate “fulminato” del neoliberismo Milton Friedman, non ha alcun fondamento logico e scientifico. Nell’articolo di oggi vedremo infatti come grazie a semplici deduzioni e ragionamenti si riesca a smontare pezzo per pezzo tutta l’impalcatura caracollante della teoria di Friedman.

Prima di iniziare l’analisi della teoria principale del monetarismo vediamo subito un altro esempio concreto che dimostra come l’inflazione sia un fenomeno molto più complesso e articolato di quello che vorrebbero farci credere certi economisti. Come sappiamo il Giappone è una nazione che ha un debito pubblico enorme, che di recente ha sforato il 220% del PIL nazionale. Ciò significa che il governo giapponese, tramite il supporto della banca centrale Bank of Japan, ha collocato negli ultimi anni una notevole quantità di titoli di stato e ampliato i margini di spesa pubblica rispetto alle entrate fiscali, allungando la liquidità presente sul mercato interno. Eppure dopo parecchi anni di deflazione, l’inflazione ha avuto un tasso di crescita molto basso nell’ultimo periodo, aggirandosi intorno ad un misero 0,3%. Come mai? Secondo le strampalate elucubrazioni mentali dei neoliberisti, il Giappone non dovrebbe essere sotterrato sotto una valanga di iperinflazione?

venerdì 20 aprile 2012

L’INFLAZIONE NON DIPENDE DALL’OFFERTA DI MONETA, CROLLA UNO DEI FALSI PILASTRI DELL’EURO


Dopo avere visto nei precedenti articoli quanto immotivata e insensata sia la paura per l’aumento del debito pubblico, soprattutto in uno stato sovrano (Stati Uniti, Gran Bretagna, Svezia, Giappone, Argentina e tutto il resto del mondo tranne l’eurozona)  che ha ancora una banca centrale capace di rimborsare tutti i debiti denominati in valuta nazionale tramite il semplice clic su un computer, oggi vediamo un altro dei grandi miti e delle leggende che stanno da anni attanagliando nel panico milioni di persone: l’inflazione. In particolare iI mito popolare, la caccia alle streghe scatenata dai soliti apprendisti stregoni che stanno a capo dei governi e degli organismi internazionali prevede che “stampare” o creare dal nulla più soldi provochi automaticamente inflazione.  

Negli Stati Uniti sono stati molto accessi i dibattiti intorno alle operazioni di espansione monetaria Quantitative Easing 1 e 2 della Federal Reserve e al finanziamento diretto da parte della banca centrale del disavanzo pubblico del governo federale, che secondo le teorie di molti economisti prezzolati e incompetenti avrebbero condotto i prezzi alle stelle. Niente di tutto ciò è accaduto, l’inflazione negli Stati Uniti negli ultimi anni è rimasta pressoché costante, perchè l'unico problema riguardo a questi miti, a queste paure irrazionali con cui si cerca di spaventare la gente, molto simili per certi aspetti alle fobie per le streghe o alle creature demoniache del Medioevo, è che non è vero niente. Vediamo perché.  

lunedì 16 aprile 2012

MENTRE NEL 2012 AUMENTANO I SUICIDI PER LA CRISI ECONOMICA, NAPOLITANO ATTACCA GLI EVASORI FISCALI


Devo essere sincero. Non ho mai dato troppo peso alle parole del presidente della repubblica italiana Giorgio Napolitano, perché ritengo superfluo il suo ruolo istituzionale e non provo molta stima per l’uomo politico in questione. Se dovessi essere ancora più sincero e meno diplomatico, sono sicuro che potrei beccarmi una bella denuncia per vilipendio e “lesa maestà” nei confronti della più alta carica dello stato. Ci siamo capiti, insomma. Tuttavia le parole, piene di livido rancore e di rabbia, pronunciate da Napolitano venerdì 13 aprile al convegno degli stati generali del volontariato della Protezione Civile mi hanno molto colpito: L'evasione fiscale e l'abusivismo edilizio sono logiche irresponsabili, comportamenti devianti, per quanto diffusi, che non meritano di essere associati al concetto e alla parola di Italia”. 

Ora, condividendo in pieno la denuncia contro l’abusivismo edilizio, pratica davvero indegna e meschina coperta e legittimata per decenni dalla stessa classe dirigente e politica italiana, di cui il presidente Napolitano fa parte dal lontano 1953, sull’evasione fiscale invece ci andrei molto più cauto. Soprattutto in un periodo di crisi economica come quella attuale, in cui l’evasione fiscale rappresenta spesso una valvola di sfogo e un modo per tenere in piedi la propria attività o per mandare avanti la famiglia. Forse il presidente Napolitano non lo sa, ma in tutti i paesi normali e democratici del mondo, i governanti responsabili cercano di allentare i cordoni degli obblighi fiscali durante i periodi di crisi per stringerli nelle fasi di espansione economica. Ma siccome l’Italia non è più un paese normale e democratico, a partire almeno dal 1992 anno di ingresso nell’Unione Europea, non stupisce che qui ormai si faccia tutto il contrario rispetto alla norma comune del buon governo.