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mercoledì 4 dicembre 2013

RIVALUTAZIONE DELLE QUOTE DI BANCA D’ITALIA: LA PIU’ GRANDE TRUFFA DEL SECOLO

Ad un certo punto bisogna chiamare le cose con il loro nome: sarò pure un “populista” (e confermo di esserlo con grande orgoglio ed immenso disprezzo per chi cerca di denigrare coloro che fanno attività politica a favore dei “popoli” e non ad esclusivo beneficio di ristrette “èlite oligarchiche”), “arruffapopoli”, “masaniello dei poveri”, ma quello che sta avvenendo oggi in Italia non può essere definito diversamente da “crimine contro la nazione”, “alto tradimento”, “saccheggio”, “vandalismo istituzionale ed istituzionalizzato”. Ho sempre guardato con sospetto quei movimenti detti “signoraggisti” che vedono esclusivamente nella proprietà del denaro l’unico strumento per ridare dignità ai popoli, perché credo fortemente che non sia tanto la proprietà del denaro la vera discriminante fra una democrazia compiuta e una dittatura di fatto, quanto l’utilizzo che viene fatto del denaro e della politica monetaria in genere. Una banca centrale può essere pure privata, ma se poi le sue scelte di politica monetaria vengono subordinate alle direttive che arrivano dal governo democraticamente eletto e indirizzate al benessere dell’intero paese, a me può stare pure bene che qualche “grasso banchiere privato” si ingozzi con le “briciole del signoraggio”. Ma qui in Italia abbiamo abbondantemente sorpassato ogni limite di decenza, dando persino adito alle inutili rivendicazioni dei “signoraggisti”.

venerdì 24 maggio 2013

PROVE DI DIALOGO CON IL MOVIMENTO 5 STELLE: CONVEGNO SU MONETA, POLITICA ED ECONOMIA

Finalmente, grazie al lavoro incessante del coordinatore di Reimpresa Sicilia Salvo Fanara e di Elisa Brancato, siamo riusciti ad organizzare un incontro con i ragazzi del Movimento 5 Stelle sui temi che più ci stanno a cuore: politica monetaria e sue ripercussioni sulla vita sociale ed economica di un paese democratico. Il convegno si terrà a Messina ed è fissato per le ore 20.30 di mercoledì 29 maggio (la locandina è qui accanto), e sarà un’occasione spero non unica e nemmeno rara per capire se la base del Movimento 5 Stelle è davvero intenzionata ad indagare più profondamente e seriamente sulle cause della crisi e sulle sue possibili soluzioni. Gli argomenti da trattare sono davvero tanti, ma chi ha seguito fin qui il dibattito politico-economico-finanziario che si sta facendo su questo e su altri blog, comprenderà facilmente che sono tutti intrecciati fra di loro: significato della moneta oggi, debito e spesa pubblica, tasse ed evasione fiscale, pareggio di bilancio e situazione dell’Italia, Fiscal Compact, Mes. Non si parlerà espressamente dei costi e dei benefici di un’eventuale uscita dell’Italia dalla zona euro, ma avendo un minimo di consapevolezza in più su ciò che sta accadendo oggi in Europa ognuno potrà farsi una sua personale opinione.


Sono molto fiducioso sulla buona riuscita dell’incontro e in una crescita progressiva di coscienza collettiva che parta dal basso, dalla base del Movimento 5 Stelle, perché spesso i segnali che arrivano dal vertice Grillo-Casaleggio sono davvero sconfortanti: il comico-anfitrione continua infatti a premere l’acceleratore sul problema del debito pubblico, sulla necessità di continuare a tagliare i costi dello Stato, sulle trame di palazzo e la corruzione della casta, ignorando quasi del tutto che i veri problemi dell’Italia sono di carattere internazionale, legati agli accordi europei capestro che ci impongono un regime di austerità per almeno altri venti anni, correlati all’impossibilità di fare politiche economiche espansive e di agire sui tassi di cambio per recuperare competitività, sigillati a doppia mandata con le cessioni di sovranità e il depotenziamento continuo della nostra Carta Costituzionale. Ed è appunto la nostra ammirata e santificata (almeno a parole) Costituzione Democratica il fulcro su cui si dovrebbero fare ruotare tutte le nostre attuali e future rivendicazioni: un tempo il patto sociale tra i cittadini era basato sul diritto al lavoro, sui principi di dignità e decoro della persona, sui valori di uguaglianza e solidarietà sociale, e oggi invece è ridotto a puro e fastidioso ostacolo burocratico che impedisce ai nostri politici mercenari e asserviti di procedere spediti nelle famigerate “riforme strutturali” ultraliberiste dettate dall’Europa. Ultima ciliegina della torta in questo senso: di ritorno dal Consiglio Europeo di Bruxelles, il nostro primo ministro pro tempore Enrico Letta a quanto pare ha portato a casa un “grande successo” sul tema dell’occupazione giovanile. Ma è davvero così? Il suo successo corrisponde veramente ad una nostra vittoria?


giovedì 9 maggio 2013

SIAMO SULL’ORLO DI UNA CRISI DI NERVI O BANCARIA? L’AFFARE MONTEPASCHI DI SIENA


Parlo da ingegnere che per un certo periodo della sua vita ha lavorato all’interno dei reparti di produzione. Quando un sistema industriale produce troppi pezzi difettosi significa che è arrivato il momento di fare un massiccio intervento di manutenzione straordinaria per ritrovare i possibili guasti dei macchinari e dei processi produttivi adottati. Le cause di simili anomalie possono essere molteplici e tutte interconnesse fra di loro, ma è indubbio che se le carte registrano per un periodo prolungato di tempo un’alterazione dei normali livelli di difettosità il sistema è fuori controllo e ha bisogno di una seria messa a punta. Ora, capisco che il paragone fra un sistema industriale e una società civile nel suo complesso possa essere un po’ azzardato, ma se provate ad astrarvi un po’ con l’immaginazione noterete che le analogie e le similitudini sono davvero tante: chi ci governa considera le persone come tanti pezzi meccanici o macchine o numeri, ed è talmente incompetente ed incapace da non capire che il sistema di governo che ci ha imposto dall’alto è ormai abbondantemente fuori controllo. Si tratta di una società allo sbando senza più punti di riferimenti, ideali, speranze, aspettative, capacità di vedersi come una collettività di creature in evoluzione e in continuo miglioramento. La violenza, la disperazione, il delirio, l’odio che si percepiscono nell’aria sono i difetti principali della nostra società. E la circostanza più bizzarra è che coloro che si ritengono gli architetti e gli ingegneri di questo sistema europeo di oppressione non sono minimamente in grado di comprendere che il vaso ormai è colmo e straborda da ogni lato, perché per loro i guasti sono una parte integrante del progetto iniziale: i pezzi difettosi vanno soltanto eliminati, zittiti, esclusi dalla catena di montaggio e non capiti, ascoltati, "riparati".    


Quando accadono fatti tragici come quello della sparatoria davanti Palazzo Chigi, bisognerebbe drizzare subito le orecchie ed iniziare a riflettere più attentamente su ogni cosa. Quello che ho visto io, attraverso le immagini televisive, sono state le sagome di tre sventurati, vittime allo stesso modo di una situazione che sfugge ormai al nostro controllo: due di loro, i carabinieri, erano stramazzati al suolo e grondavano di sangue, sangue vero, l’altro aveva invece il sangue agli occhi e fumava di rabbia per i motivi che conosciamo bene. Non appena ad un uomo cominci a togliere prima il lavoro, poi la tranquillità familiare, la dignità, infine la speranza per il futuro, quell’uomo è in verità una mina vagante pronta ad esplodere in ogni momento. L’attimo esatto della deflagrazione dipende soltanto da una delicata questione di equilibrio personale, autocontrollo, saldezza di nervi. C’è chi sa contenere la sua rabbia per tutta la vita e chi invece riesce con il tempo a trasformarla in altro, ma c’è anche chi non conosce altro mezzo per esternare la sua rabbia, la sua solitudine, il suo isolamento che la violenza. Tranne in rari casi di evasione spirituale, un uomo non sceglie mai volontariamente di rimanere da solo, ma viene lentamente abbandonato da tutto e da tutti finché non si rende conto di essere solo e disperato. E qual è esattamente il confine fra un uomo solo e un uomo abbandonato?

venerdì 29 marzo 2013

CRISI DI INSOLVENZA E DI LIQUIDITA’: COME E PERCHE’ FALLISCONO LE BANCHE


Il recente caso di Cipro ha riacceso l’interesse intorno al mondo bancario e ai suoi complicati meccanismi interni. In particolare, suscita sempre qualche perplessità e apprensione fra la gente il modo e la rapidità in cui le banche falliscono, dato che nel nostro immaginario le banche vengono identificate come giganteschi mostri “infallibili (dai piedi d’argilla aggiungo io, visto il modo in cui è organizzato oggi il sistema monetario nel suo complesso), capaci di divorare e ingoiare tutto il resto, compresa la cosiddetta “economia reale”. Siccome Cipro è l’ultimo caso di un paese piccolo, con un’economia ridotta e poco sviluppata ad essere stato messo in ginocchio da un settore bancario sovradimensionato (preceduto in ordine di tempo da Islanda e Irlanda), mi sembrava opportuno approfondire un po’ l’argomento, facendo degli esempi molto chiari e delle simulazioni semplificate. Il materiale divulgativo utilizzato può essere reperito in lingua originale sul sito Positive Money e in un articolo pubblicato su Economonitor.     

In generale possiamo anticipare che esistono due principali casistiche di crisi bancaria, le quali partendo da diverse premesse possono ugualmente portare una banca al fallimento: la crisi di insolvenza e la crisi di liquidità. L’insolvenza, nella sua accezione più comunemente utilizzata, può essere definita come l'incapacità di rimborsare i propri debiti. Questo di solito accade appunto per due motivi differenti. In primo luogo (crisi di insolvenza), per qualche ragione legata all’andamento dei “mercati” la banca può ritrovarsi a dovere ai suoi creditori più di ciò che possiede o gli è dovuto dai suoi debitori. Nella terminologia contabile, questo significa che le proprie attività  valgono meno delle passività. In secondo luogo (crisi di liquidità), una banca può diventare insolvente se non riesce più a pagare i propri debiti a scadenza, anche se sulla carta le proprie attività valgono più delle passività. Questo fenomeno è noto come insolvenza da flusso di cassa negativo o mancanza di liquidità.

mercoledì 27 marzo 2013

IL MODELLO CIPRO: UN CASO STUDIO CHE PUO’ ESSERE REPLICATO IN FUTURO


Sono quasi certo che il modello Cipro farà scuola. Fra qualche tempo sui manuali più autorevoli di economia e finanza saranno dedicati interi capitoli sul modo molto inusuale e sbrigativo con cui i ministri delle finanze dell’eurozona hanno risolto la crisi bancaria dell’isola cipriota, stravolgendo in pratica tutto ciò che prima sapevamo e davamo per scontato sulla gestione dei flussi finanziari. L’accordo trovato in extremis domenica notte, salutato con entusiasmo da tutti i mezzi della propaganda come il salvataggio di Cipro, presenta notevoli punti oscuri che avranno sicuramente pesanti ripercussioni in futuro sulla tenuta dell’intera area euro. Innanzitutto perché non si tratta assolutamente di un accordo, ma di un diktat, di un ricatto o meglio, usando la terminologia edulcorata dei tecnocrati europei: un memorandum d’intesa (MoU, Memorandum of Understanding). Il parlamento di Cipro stava infatti lavorando ad una sua proposta di ristrutturazione interna del sistema bancario, che è stata bruscamente ignorata per fare posto alle imposizioni dei tecnocrati. Un eventuale rifiuto del MoU (che in ogni caso deve essere ancora ratificato dal parlamento cipriota) avrebbe comportato il default di Cipro e la successiva uscita dall’eurozona, dato che il governatore della BCE Mario Draghi aveva minacciato di interrompere l’erogazione di liquidità alle banche cipriote prevista dal programma di emergenza ELA (Emergency Liquidity Assistance)


Il MoU come sappiamo è uno strumento obbligatorio e coercitivo associato a tutti gli aiuti forniti dal Meccanismo Europeo di Stabilità: per avere qualsiasi forma di sostegno finanziario, sia al settore pubblico che al settore bancario, il governo del paese in questione deve accettare una serie di condizionalità che possono cambiare da paese a paese, e in base al prestigio e all’importanza strategica della sua economia. A giugno scorso, per esempio, la Spagna ha ottenuto un piano di aiuti da €100 miliardi per ricapitalizzare buona parte delle sue banche fallite, senza controfirmare alcun memorandum d'intesa o garantire ulteriori riforme strutturali. Ma la Spagna non è Cipro e il suo peso specifico all’interno dei palazzi che contano non è di certo paragonabile a quello della piccola isola mediterranea: questo modo di agire sarà sicuramente vincente per la creazione di quello spirito europeo dei popoli (il Sogno!) con cui ci riempiono tanto la testa i tromboni della demagogia europeista. Per un abitante di Cipro sapere che lui è un cittadino europeo di serie B rispetto ad uno spagnolo sarà certamente gratificante, motivo di orgoglio e di vicinanza nei confronti degli altri popoli del continente più disastrato del mondo. In quanto poi a condizionalità imposte da Bruxelles, noi italiani siamo invece i più furbi, perché i nostri precedenti governi (Berlusconi e Monti) le hanno già accettate (ricordate la lettera della BCE dell’agosto del 2011? Non può quella missiva strettamente riservata considerarsi l’antesignana di tutti i successivi MoU?), senza ricevere in cambio alcun sostegno finanziario. Sarebbe troppo umiliante per noi italiani essere accomunati a greci o ciprioti o irlandesi. Altro atteggiamento questo per sentirsi più vicini e solidali nella stessa sorte.

martedì 19 marzo 2013

I BULLDOZER DI CIPRO STANNO FACENDO TREMARE I CASTELLI DI CARTA DEI TIRANNI EUROIDIOTI


Qualcuno di voi ha per caso un misuratore del panico? Qual è lo strumento che ci può dare un’indicazione affidabile del livello di paura che assale gli esseri umani? Esiste un tale strumento? Ebbene sì, o almeno così pare, dato che gli scellerati tecnocrati e politici euristi pensano di possedere la capacità di controllare le paure umane e in base a questa certezza credono di avere sempre la situazione in pugno. Nei loro atteggiamenti, nella postura, nei sorrisi falsi con cui si rivolgono alle telecamere, gli euristi sono certi di impressionare la gente facendogli credere che loro sono i governanti più saggi, competenti, preparati che questo continente abbia mai avuto. Certo un bravo esperto di fisiognomica guardandoli bene in faccia, i vari Van Rompuy, Barroso, Draghi, Rehn, potrebbe avere qualche dubbio. Se poi si da una rapida lettura ai loro curricula professionali cominciano ad arrivare i primi brividi di paura. Ma senza fare troppe dietrologie, il fatto che dal 2008 ad oggi questi politicanti e tecnocrati di terzo o quarto livello si arrabattino per arginare una crisi finanziaria che altri paesi (ci riferiamo soprattutto a Stati Uniti e Giappone), nel bene e nel male, sono riusciti a tamponare, non depone di certo a loro favore. Ma il peggio della loro cialtroneria, a quanto sembra dalle notizie che provengono da Cipro, deve ancora arrivare. Purtroppo per noi.


Nella notte fra venerdì e sabato scorso infatti i ministri delle finanze dell’eurozona si sono accordati per un piano di aiuti di €10 miliardi da concedere al governo di Cipro per salvare le sue banche ormai sull’orlo del fallimento. In realtà, il governo di Cipro insediato di recente aveva chiesto inizialmente un programma di salvataggio da €17 miliardi, cosa che avrebbe creato qualche malumore soprattutto in Germania tra gli euroscettici che si sono ormai saldamente organizzati in un partito (Alternative fur Deutschland) in vista delle prossime elezioni di settembre. E così su pressione del ministro delle finanze tedesco Schauble si è deciso di limitare il finanziamento del fondo MES a €10 miliardi, con l’appoggio del FMI che ancora deve stabilire quale quota versare (si parla di €1 miliardo circa). Il resto dei soldi necessari a ricapitalizzare le banche fallite verranno invece rastrellati internamente, prelevandoli direttamente dai depositi dei clienti delle banche. Una decisione molto discutibile e inopportuna che oltre a scatenare la rabbia dei cittadini ciprioti, che si sono presentati con i bulldozer davanti l’ingresso delle banche chiuse per ferie, avrà sicuramente delle gravi ripercussioni a livello internazionale. Per la prima volta in Europa ad un bail-out esterno nei confronti di un paese in difficoltà è stato affiancato un bail-in interno fornito dagli stessi abitanti. Ma in Europa ormai ci siamo abituati ad assistere a tante prime volte e non è escluso che la prossima volta gli esattori del Nuovo Sacro Europeo Impero non entreranno con i militari direttamente nelle nostre case per portare via mobili e argenteria.

martedì 29 gennaio 2013

IL GIAPPONE STRAVOLGE I DOGMI SUL DEBITO PUBBLICO E L’INDIPENDENZA DELLA BANCA CENTRALE


Aveva cominciato l’Argentina a cambiare lo statuto della Banca Centrale per subordinare l’autorità di politica monetaria al governo e al parlamento democratico. Ma l’Argentina è un paese ancora troppo fragile, devastato da anni di neoliberismo e corruzione selvaggia, soggetta all’ostruzionismo della comunità finanziaria internazionale, con una moneta non completamente convertibile sui mercati valutari e sotto il monitoraggio stretto del FMI sui dati dell’inflazione e della crescita economica. L’Argentina non è un caso di studio affidabile, insomma, secondo i professionisti della menzogna e della mistificazione. Il Canada, invece, che da sempre ha una Banca Centrale pubblica al servizio del governo non fa testo perché non abbiamo controprove su cosa sarebbe successo in caso di “autonomia e indipendenza” e il Canada è un paese ricco di “materie prime”. Ora però ci si mette pure il Giappone a stravolgere i dogmi medievali degli stregoni del debito pubblico, dell’inflazione e dell’autonomia e indipendenza della banca centrale. E il Giappone è un paese sviluppato, grande esportatore, privo di materie prime, con una moneta forte e ampiamente accettata sui mercati valutari. Quindi? Cosa diranno adesso gli squinternati sostenitori del fallimentare progetto europeista che si basa proprio su quei folli dogmi? 


Chissà, mentre noi ci arrotoliamo all’interno di una delirante campagna elettorale piena di vuoti propositi senza senso e lontana anni luce dai problemi reali e dalle grandi questioni di civiltà, in altri paesi del mondo sta cominciando una “rivoluzione copernicana” che potrebbe cambiare per sempre i rapporti di forza fra i governi democratici e la politica monetaria, la finanza, lo strapotere bancario. Riporto di seguito un monumentale articolo del blog Orizzonte48, in cui l’autore, Luciano Barra Caracciolo, fa una mirabile e straordinaria sintesi di tutte le maggiori teorie macroeconomiche (classica, keynesiana, neo-classica, monetarista etc), alla luce di ciò che sta avvenendo oggi in Giappone. Consiglio davvero a tutti gli appassionati di questi argomenti (prima o dopo, lo dovremo diventare un pò tutti per venire fuori dal torpore e dalla barbarie culturale che ci sta stritolando) di leggere e di riflettere sui numerosi spunti forniti dall’articolo e soprattutto, visto il silenzio assoluto dei canali mainstream, di cominciare a guardare in piena “autonomia e indipendenza” (d’informazione però…) ad est, perché è proprio da lì che sorge il Sol Levante...di una nuova era, speriamo!       

venerdì 14 dicembre 2012

PIANO DI CHICAGO RIVISITATO, PARTE DUE: BREVE STORIA DELLA MONETA DALLE ORIGINI AD OGGI


Nella seconda parte del documento Piano di Chicago Rivisitato, gli autori procedono ad una breve ma molto significativa storia della moneta, per mettere in evidenza soprattutto un concetto: fin dalla nascita delle prime società antiche, la moneta e la sua gestione è sempre stato uno strumento saldamente nelle mani delle autorità che detenevano il governo di quella stessa società, determinandone le linee guide di sviluppo economico, politico e civile. La visione invece prettamente liberista di una moneta-merce che nasce in ambito privato, come mezzo di scambio accettato convenzionalmente dai mercanti per agevolare gli scambi commerciali, è sempre stata una parentesi abbastanza limitata e circoscritta, un’eccezione all’interno della più comune moneta di stato imposta per legge dalle autorità. Una conclusione non nuova, dato che come sostengono per esempio gli economisti della Modern Money Theory, fra cui lo stesso Randall Wray, da Keynes in poi la certezza che la moneta sia un affare di stato si perde nella notte dei tempi. La leggenda invece che fa iniziare la nascita della moneta dall’utilizzo delle conchiglie per arrivare dopo uno spontaneo processo di selezione naturale fino al più affidabile e resistente oro, che doveva migliorare in termini di spazio, di tempo, di scambi possibili le ben note limitazioni del baratto fra due soli individui, è appunto poco più di questo: una favola, una leggenda, che non trova riscontro in nessuno dei documenti antichi studiati dagli storici e antropologi più accreditati.


Ma c’è un altro elemento che emerge chiaramente da questa interessante disamina storica, riguardante il ruolo stesso dell’economia all’interno di una società: la moneta, così come qualsiasi altro strumento usato dai governanti per semplificare, normare, regolare la vita economica di una certa comunità, ha in primo luogo uno scopo sociale, politico, giuridico e solo in un secondo momento quello contabile, di mero misuratore della ricchezza finanziaria posseduta dai cittadini. La moneta non è un semplice mezzo di accumulazione della ricchezza, ma uno strumento utile per consentire ai governanti una corretta redistribuzione e valorizzazione di quelle che sono i reali fattori su cui si fonda una società che intende rigenerarsi e perpetuarsi nel futuro: il lavoro, l’operosità, l’ingegno, la creatività di tutti i suoi cittadini, da quelli che con fatica si dedicavano alle attività manuali nelle campagne fino a quelli che intessevano le trame politiche, organizzative, finanziarie all’interno delle città. Una società che in nome della legittimazione dei crediti e dei debiti tra le controparti distrugge le prerogative reali e i beni prodotti da un’intera economia non può andare molto lontano. E non a caso i governanti più accorti e illuminati del passato non ci pensavano due volte a cancellare periodicamente tutto l’ammasso dei debiti e dei crediti accumulati, per consentire agli agenti economici di riprendere a produrre regolarmente e alla società tutta di liberarsi da un giogo altrimenti ferale. La moneta quindi è un concetto eminentemente politico e chi controlla l’emissione della moneta si attribuisce anche il potere politico di indirizzare e governare un'intera comunità. Dicono che la storia insegna, sarà vero? 

giovedì 6 dicembre 2012

PIANO DI CHICAGO RIVISITATO, PARTE UNO: LA NETTA SEPARAZIONE FRA MONETA E CREDITO


Il Piano di Chicago Rivisitato è a mio avviso, e secondo molti altri più autorevoli analisti, uno dei documenti economici e finanziari più importanti pubblicati nell’ultimo periodo. Un vero caso mondiale, che sta diventando un testo di riferimento per gli studiosi della materia e un’opera divulgativa di culto per tutti gli appassionati. Non vi nascondo che anche io ho letto il documento con molto interesse e stupore, non tanto per i contenuti che nella maggior parte dei casi mi erano già noti (si veda a tal proposito l’ampia trattazione già pubblicata sul movimento economico e culturale Positive Money) ma per il tempismo e le circostanze che ne hanno decretato il successo. Il documento è stato scritto da due economisti americani che lavorano come consulenti per il Fondo Monetario Internazionale FMI: Jaromir Benes e Michael Kumhof. Il committente di questa opera è stato appunto il FMI, che a scanso di equivoci, in calce al documento ha riportato (come spesso accade con i suoi working papers) le testuali parole: “Questo documento non deve essere inteso come rappresentativo del punto di vista del FMI. Le opinioni espresse in questo documento sono quelle degli autori e non rappresentano necessariamente quelli del FMI o della politica del FMI. I documenti descrivono in genere le ricerche in corso degli autori e vengono pubblicati per suscitare commenti e ulteriori dibattiti”.


E il dibattito in effetti si è acceso abbastanza rapidamente e vivacemente in tutto il mondo. Perché il Piano di Chicago è rivoluzionario da molti punti di vista e se applicato alla lettera ribalterebbe alla radice gli equilibri e i rapporti di forza esistenti fra lo strapotere incondizionato del sistema finanziario ormai fuori controllo e le risicate rivendicazioni politiche, economiche e sociali degli antichi stati democratici soggiogati, schiacciati, ridimensionati a ruoli e compiti sempre più marginali. Ora chi conosce anche sommariamente la linea politica di difesa ad oltranza dei grandi interessi privati e di tutela dei potentati finanziari seguita da sempre dal FMI, a tutto svantaggio del benessere dei popoli e delle democrazie, potrebbe nutrire non pochi sospetti sulla fondatezza e credibilità di questo repentino cambio di marcia. Perché oggi il FMI dovrebbe farsi garante di cambiamenti epocali di paradigma che fino a ieri ha sempre apertamente o subdolamente osteggiato? Quali reali interessi ha il FMI a diffondere nuove teorie sul riassetto dell’attuale sistema finanziario, quando i suoi maggiori azionisti, Stati Uniti e Gran Bretagna in testa, sono contrari a qualsiasi minima variazione di programma? Quale fregatura si nasconde dietro questo improvviso atteggiamento innovativo del FMI? Senza alcuna pretesa di essere esaustivo o conclusivo, vi offro la mia personale opinione in proposito, aprendomi già al confronto e alle smentite.

lunedì 3 dicembre 2012

USCITA DALL’EURO E RITORNO ALLA LIRA: COSA ACCADE AI TASSI DI INTERESSE E AI MUTUI?


L’economia è una disciplina della scienza sociale molto complessa e articolata, questo lo abbiamo ribadito più volte. Più ti addentri nei suoi meandri e più ti accorgi che è piena di snodi, maglie, matasse, connessioni, correlazioni spesso difficili da districare e dipanare con chiarezza ed efficacia. Per questo motivo, per affrontare meglio l’analisi, gli economisti lavorano quasi sempre utilizzando dei modelli che consentono di semplificare i comportamenti individuali e accorpare le grandezze aggregate (consumi, investimenti, spesa, offerta, domanda, inflazione etc). I modelli hanno la stessa importanza e funzione delle carte geografiche per un esploratore, perché servono ad indicare una rotta, un percorso: maggiore è la scala del modello, il grado di dettaglio e maggiore sarà la visione complessiva di tutte le strade percorribili. Ogni economista inoltre enfatizza nel modello la caratteristica che vuole di più evidenziare, così come i cartografi fanno mappe politiche, geografiche, morfologiche, toponomastiche, stradari, a seconda di quelli che sono gli usi richiesti dai fruitori. Tuttavia, quando gli economisti cercano di costruire modelli basandosi su modelli precedenti e non direttamente sulla realtà avviene il fenomeno di distorsione, di corto circuito e di inarrestabile alterazione dei risultati ottenuti che ben conosciamo: finisce la fase di utile e interessante descrizione dei processi reali e inizia quella della modellizzazione del modello, della mistificazione.


Le mappe economiche basate su modellizzazioni successive portano quasi sempre fuori strada, sia perché partono spesso da premesse iniziali sbagliate, sia perché le direzioni, diramazioni, destinazioni di arrivo hanno davvero pochi riscontri con ciò che accade intanto nella realtà o si evince dai dati sperimentali. In un precedente articolo, abbiamo visto per esempio come la correlazione che molti esploratori sprovveduti (definiti come dei veri e propri automi che ripetono meccanicamente sempre gli stessi concetti senza mai prendersi la briga di ragionare prima di parlare) fanno fra svalutazione e inflazione è nella maggior parte dei casi infondata e trova davvero pochi agganci con i dati sperimentali della realtà. Senza dubbio possiamo dire che entrambe queste grandezze influiscono a definire il “prezzo” o il valore di una certa moneta, ma partendo da presupposti diversi: l’inflazione misura il valore interno della moneta tramite il potere di acquisto, la svalutazione (o rivalutazione) serve invece a quantificare il valore esterno della moneta tramite il tasso di cambio (esiste poi una terza variabile, il tasso di interesse, che identifica il valore intertemporale di una moneta). Basterebbe già riflettere a fondo su queste definizioni per capire che fra svalutazione e inflazione c’è in mezzo un oceano di elementi, fattori, variabili, caratteristiche produttive di un certo sistema paese che impediscono la postulata e quanto mai assurda relazione diretta di causa effetto fra svalutazione e inflazione. Ma per capire meglio quanto già detto e dimostrato, ricorriamo ad un semplice esempio.

venerdì 16 novembre 2012

IL MOVIMENTO DEMOCRATICO ANTI-EUROPEISTA CONTRO LA VIOLENTA DITTATURA DEI TECNOCRATI

Scrivo di getto, d’impulso, dopo avere visto e rivisto le immagini degli scontri e delle violenze che hanno insanguinato l’Europa durante le manifestazioni di protesta e gli scioperi di mercoledì scorso, 14 novembre. In questo sito potrete trovare un buon archivio fotografico per capire quello che è successo. Si tratta nella maggior parte dei casi di ragazzi, giovani studenti, adolescenti manganellati a sangue dalla polizia per il solo fatto di aver voluto manifestare la rabbia e l’inquietudine per il loro futuro negato e vilipeso. Dall’Italia, alla Spagna, alla Francia, alla Germania, alla Grecia, a Malta, tanti ragazzi, lavoratori, comuni cittadini sono scesi in piazza per dire no alla dittatura europeista e tecnocratica che sta massacrando le democrazie e i popoli del vecchio continente. Ufficialmente la propaganda di regime ripete fino allo sfinimento che le manifestazioni sono state soltanto contro le politiche di austerità, facendo intendere che basterebbe alleggerire un po’ la morsa del rigore fiscale è tutto in Europa potrebbe riprendere a pacificarsi e a prosperare. Non è così. L’Austerità è un principio fondante con cui i tecnocrati hanno progettato questo mostro giuridico-economico-istituzionale chiamato eurozona. L’euro come moneta è nato per essere austero, scarso, sottratto dalle mani legittime del popolo sovrano per essere consegnato agli artigli feroci dei banchieri rapaci. Questo è l’euro, mentre tutto il resto, gli Stati Uniti d’Europa, la moneta unica come strumento di pacificazione dei popoli, la fratellanza universale, sono solo menzogne inventate ad arte dalla propaganda per infinocchiare i fessi.


Non so quanti ragazzi manganellati per strada avessero chiaro questo concetto: per liberarsi dall’angoscia che li opprime non serviva andare in piazza per gridare tutta la loro rabbia. Non serviva sfilare con gli striscioni e intonare slogan contro la polizia o il governo ladro. I loro aguzzini non sono i poliziotti, poveri cristi anch’essi che hanno confuso lo stipendio e la sicurezza economica con l’unico valore che abbia significato in questa vita: la dignità. I loro nemici non sono neppure quegli indegni e inqualificabili politicanti rinchiusi e barricati nei palazzi, schiavi pure loro di una regola divina bancaria o dogma finanziario di cui non hanno più alcun controllo o podestà. Per liberarsi dal boia che sta martorizzando il loro futuro, i ragazzi dovevano soltanto aprire il loro portafoglio e bruciare tutte le banconote in euro che custodivano gelosamente, perché sono proprio quelle banconote lo strumento di tortura con cui li stanno lentamente annientando. Uno Sato democratico di diritto non può essere subordinato e umiliato da una vile moneta, non è mai stato così nella storia e mai lo sarà. Tramite l’euro e lo svilimento dell’impalcatura giuridica dello Stato democratico di diritto, i tecnocrati stanno tagliando i ponti con il passato e il futuro, per isolarci tutti in questa gabbia. Tramite l’euro e le politiche di austerità, i banchieri ci stanno soffocando fino a togliere il fiato, il respiro, la capacità stessa di pensare e guardare con fiducia ai giorni luminosi che ancora hanno da venire. La tecnocrazia europeista sta giocando con il fuoco e lo sa, lo aveva previsto. La finanza e il mercantilismo che i tecnocrati rappresentano stanno massacrando e offendendo il più alto valore che l’umanità ha mai avuto nella sua storia: la gioventù. La speranza. La fiducia nel futuro. La capacità di contribuire, partecipare, lavorare attivamente per migliorare la propria condizione personale e il benessere dell'intera società.

mercoledì 14 novembre 2012

LA PROCURA DI TRANI, IL DEBITO PUBBLICO E LA NAZIONALIZZAZIONE DELLE BANCHE


Parto subito fornendo il mio totale appoggio ad un’iniziativa promossa dal sito NoCensura: inviare un’e-mail all’indirizzo tribunale.trani@giustizia.it per far sentire il nostro sostegno, ringraziamento, la nostra vicinanza alla Procura di Trani, che lunedì scorso 12 novembre ha rinviato a giudizio ben 7 importanti responsabili delle agenzie di rating americane Standard&Poor’s e Fitch. Servirà a poco, forse a niente, ma secondo me è sempre utile in un periodo così turbolento e confuso dichiarare apertamente da che parte stare e mandare un segno di riconoscenza a chi si presume stia lottando con grande impegno e determinazione dalla nostra stessa parte, riuscendo pure a passare dal piano astratto delle parole a quello concreto dei fatti: tutti noi ci proponiamo a parole di riformare il mondo della finanza, eliminare il conflitto di interesse fra enti controllori e controllati, arrestare il processo in corso di finanziarizzazione spinta dell’economia, regolamentare l’intero settore, svelare i complotti e i retroscena che si nascondono nell’intreccio micidiale fra politica e affari, ma poi alla prova dei fatti siamo ancora incapaci di promuovere a livello istituzionale una singola azione di riforma. I magistrati di Trani, nel silenzio e nell’indifferenza più assoluta, sono invece riusciti a mandare un segnale forte al potente mondo finanziario, con tanto di carte bollate. E devo dire che conforta parecchio sapere che esiste ancora qualcuno in Italia capace di schierarsi con la parte debole, i cittadini, i consumatori, il popolo italiano contro chi in forza del suo enorme prestigio internazionale agisce spesso in modo truffaldino e in violazione della legge per frodarli.


Come recitava il titolo di un film americano di qualche anno fa, tutti noi dovremmo avere una personale “guida per riconoscere i nostri santi” e a mio parere i magistrati della Procura di Trani meriterebbero un posto d’onore nella lista, perchè sono dei segugi eccezionali e instancabili che da anni indagano sui crimini palesi o occulti commessi dal settore finanziario e bancario, dall’anatocismo all’usura, alle truffe dei prodotti derivati, all’aggiotaggio, fino all’attuale denuncia delle società di rating per manipolazione del mercato. Secondo l'accusa, coordinata dal pubblico ministero Michele Ruggiero, le agenzie di rating avrebbero con una serie di annunci abusato di informazioni riservate e violato più volte le regole del mercato finanziario rivelando in anticipo l'imminente intenzione di declassare il rating dell'Italia, cosa questa che ha dato avvio alla svendita in massa di titoli del debito pubblico italiano da parte dei grandi operatori del settore e procurato gravi perdite per i piccoli risparmiatori. Le prime dichiarazioni di Ruggiero sono abbastanza esplicite in questo senso: “Le agenzie di rating hanno tentato di destabilizzare l’immagine, il prestigio e il merito creditizio dell’Italia sui mercati finanziari, alterando il valore delle obbligazioni italiane a causa dei continui deprezzamenti”. Tutti sanno che le società di rating lavorano al servizio delle banche, vengono finanziate dagli istituti che dovrebbero giudicare, basano i loro giudizi sulle informazioni fornite dalla banche e forniscono addirittura consulenza alle stesse banche sui metodi migliori per ottenere un buon rating, ma sono sempre pochi quelli che hanno il coraggio di denunciare apertamente questo gigantesco conflitto di interesse strutturale. Entrando nel merito della questione, cerchiamo però adesso di capire meglio su quali circostanze si basa la Procura di Trani per formulare la sua accusa.

martedì 30 ottobre 2012

LA MONETA DI STATO PRIVA DI DEBITO E LA RIFORMA DEL SISTEMA BANCARIO MODERNO


Se non ora quando? Questo slogan che tanto successo ha avuto qui in Italia, dovrebbe essere esportato a livello mondiale per mobilitare la gente intorno ad una questione centrale all’interno del dibattito internazionale, più culturale o politica che economica, che coinvolge la vita di tutti noi: la Moneta. L’argomento è spinoso e complesso, ma non di rado i modi per attaccarlo e addomesticarlo sono di una semplicità disarmante e soprattutto accessibili a tutti: tecnici, economisti, ingegneri, operai, casalinghe, anziani e…bambini. Anzi, molto spesso sono proprio i bambini in virtù della loro innocenza e apertura mentale ad avere gli strumenti giusti per districare la matassa, mentre per una volta noi adulti dovremmo stare zitti in disparte ad ascoltare, osservare ed imparare. Sulla moneta in particolare sono sicuro che ne vedremmo delle belle, perché se ci pensate bene i bambini, ancora prima delle banche, degli stati, della finanza internazionale, delle teorie economiche dei premi Nobel sono i primi ad inventarsi sistemi monetari inattaccabili, con i loro bigliettini di carta colorata, che si passano di mano in mano in cambio di oggetti, giocattoli, giri in bici, ciottoli levigati. Se osservate bene come giocano, vi accorgerete che i bambini non solo stabiliscono subito degli accordi per accettare esclusivamente una tipologia di biglietti e non altri, ma sono così attenti e rigorosi da creare soltanto la quantità di biglietti strettamente necessaria e sufficiente al corretto funzionamento dei loro giochi. Non un biglietto in più e non uno in meno. I bambini quindi conoscono a meraviglia il rudimentale concetto di misura, legato principalmente all’equilibrio fra i mezzi monetari e i beni scambiati, che tanta confusione e panico crea negli adulti. Una saggezza istintiva, ancestrale che dovrebbe farci riflettere.


Detto questo, riprendo il lungo cammino di scardinamento di alcuni miti e leggende popolari intorno alla moneta, visto che dai riscontri avuti dai lettori ho ricavato la necessità di fare ulteriori chiarimenti che potrebbero aiutarci a compiere insieme un altro passo avanti in questo fondamentale percorso a ritroso di conoscenza: dalle sicurezze della maturità dobbiamo andare indietro, giù, giù, fino agli anni della spensierata e ingenua infanzia. Magari questa premessa vi sembrerà un po’ strana, bizzarra, ma più andrete avanti nella lettura e più capirete che di tecnico, economico, finanziario qui non c’è nulla, tranne pochi immediati concetti di contabilità, mentre tutto il resto sono valutazioni logiche o linguistiche alla portata di tutti. Ovviamente cercherò di semplificare al massimo alcuni passaggi, ognuno dei quali meriterebbe un capitolo a parte, ma con lo scopo specifico di dare priorità per adesso al discorso generale. La struttura di fondo dei ragionamenti è basata principalmente dai contributi forniti a riguardo dal movimento culturale ed economico inglese Positive Money, che insieme al gruppo americano della Modern Money Theory MMT, è riuscito secondo me a spiegare e sviscerare molto bene le dinamiche di funzionamento del sistema monetario moderno, avanzando anche le migliori proposte di riforma. Ma c’è anche una grande novità: a questa banda di professori di economia sovversivi ed eretici, si è unito di recente nientemeno che lo stesso Fondo Monetario Internazionale, ovvero l’organismo che sovraintende la politica monetaria mondiale, considerato molto spesso, non a torto, lo strenuo difensore delle logiche predatorie della cosiddetta finanza speculativa.

lunedì 22 ottobre 2012

FINE DELL’EURO ATTO TERZO: LA QUIETE PRIMA DELLA TEMPESTA, ORA TOCCA ALL’ITALIA


Che cosa è un’opera buffa? L’opera buffa è un genere teatrale che si diffuse prima in Italia e poi nel resto d’Europa a partire dal XVIII secolo, avendo come scopo principale quello di presentare storie semplici, commedie, personaggi di estrazione popolare, problemi più quotidiani e comuni in cui si poteva riconoscere la maggioranza del pubblico pagante e non solo i nobili e i monarchi. Come ho già detto altre volte l’Unione Europea, e l’eurozona in particolare, è diventata da tempo, da quando tutti i nodi sono venuti al pettine, un grande immenso palcoscenico a cielo aperto in cui a cadenza pressoché giornaliera si recita a soggetto. Un circo itinerante che da Bruxelles, Berlino, Francoforte, Parigi, Madrid, Roma, arriva fino ad Atene per poi ricominciare il giro, con gli attori più esilaranti e comici che impresario poteva mai sperare di ingaggiare: abbiamo Merkel la cattivona, Hollande l’ipocrita, Monti il viscido, Rajoy il furbo, Samaras il codardo, Draghi il subdolo. Se non fosse per i risvolti drammatici di tutta la faccenda, che coinvolge direttamente noi spettatori paganti sia in termini economici che umani, ci sarebbe di che sbellicarsi dalle risate ad ogni ora, ad ogni dichiarazione dei buffoni all’opera. Anche la morte di un uomo greco di 66 anni, deceduto durante le sommosse ad Atene e gli scontri con la polizia dei giorni scorsi, diventa subito un fatto grottesco ed inverosimile: le persone muoiono quasi sempre di infarto, perché essendo anziane e cagionevoli vengono travolte e spaventate da una folla di giovani inferociti e incappucciati. Mentre la circostanza che queste persone possano essere state spintonate, percosse, manganellate dalla polizia prima di cadere esanimi sul campo, non viene mai presa in considerazione. No, questo non è previsto dal copione.


Nel primo atto dell’interminabile commedia europea avevamo descritto lo scricchiolio del ramo sul quale è seduta la Germania, che i suoi governanti si stanno impegnando a segare con una solerzia che ha dell’incredibile e del paradossale: ogni imposizione di austerità e rigore fiscale in più nei paesi della periferia, significa una proporzionale quantità di merci che la Germania non esporta più in quei paesi, affossando di fatto la sua stessa economia. Tuttavia siccome i tedeschi non capiscono questa semplice relazione contabile e nella prossima primavera ci saranno le elezioni, la cancelliera Merkel per tenersi buono l’elettorato deve mostrare buon viso a cattivo gioco, facendo la voce grossa al Bundestag contro i paesi spendaccioni e poi cercando accordi sottobanco con gli altri buffoni suoi pari per limitare i danni e tenere in piedi baracca e burattini. Nel secondo atto invece avevamo assistito alla miserevole disfatta della Spagna, che dopo Irlanda, Portogallo, Grecia era puntualmente caduta come un birillo, mostrando al mondo intero in tutta la sua grandezza il fallimento del suo sistema bancario e l’insostenibile leggerezza dei conti pubblici, che un tempo erano tra i più virtuosi della terra e oggi sono stati sventrati appunto per fornire salvataggi di emergenza alle banche. Nel terzo atto che raccontiamo oggi la trama è molto più semplice e dozzinale, perché si articola tutta intorno ad un motto di spirito abbastanza noto ai mercanti: “Prima vedere cammello, poi pagare moneta!”. Con un colpo di scena finale ad effetto, in cui si scoprirà chi e cosa è il “cammello” in questione.  

giovedì 18 ottobre 2012

BANCA CENTRALE E COMMERCIALE: CREAZIONE, TRASFERIMENTO E DISTRUZIONE DI MONETA


Riprendiamo il nostro percorso di approfondimento del sistema monetario moderno attraverso le semplici descrizioni illustrate fornite dal movimento culturale ed economico inglese Positive Money. La crisi finanziaria attuale come abbiamo detto spesso non è solamente una delle tante crisi congiunturali di sovrapproduzione (più di prestiti e strumenti finanziari che di beni reali) o calo della domanda, ma una crisi sistemica che coinvolge dall’interno la struttura stessa del sistema bancario internazionale e il suo modo di operare e gestire le fasi di creazione, trasferimento e distruzione della moneta. Capire come funziona il sistema finanziario e trovare eventualmente delle soluzioni attuabili diventa fondamentale per evitare che si rimandi ancora, attraverso le massicce iniezioni di liquidità, il momento della verità: non è difficile infatti prevedere che la prossima crisi che si sta già preparando sarà ancora più grave di quella attuale, essendo superiori le masse monetarie in gioco. Quest’ultima crisi quindi, molto più delle precedenti, a causa della sua portata e della sua profondità, coinvolge il modo stesso di considerare la moneta dopo la fine degli Accordi di Bretton Woods del 1971, ponendo delle domande ormai ineludibili: che cos’è esattamente la moneta? E’ un bene negoziabile al pari di tutti gli altri? E’ un mezzo di pagamento per favorire gli scambi e i commerci? E’ una semplice unità di conto che serve a misurare i debiti e i crediti contratti tra le controparti?



In effetti nel sistema monetario moderno, il denaro assume contemporaneamente le tre accezioni prima esposte ed è dalla confusione che ne deriva, dalla preferenza per l’una o l’altra forma della moneta, che affonda la causa principale della crisi attuale, perché se la moneta è un bene infinitamente negoziabile e liquido, diventa conveniente per alcuni tesaurizzarlo a scopi precauzionali, sottraendo nel contempo ad altri i mezzi di pagamento necessari al corretto funzionamento dei mercati commerciali e soprattutto rimandando al prossimo futuro, con continui rilanci di nuova liquidità, il momento della chiusura dei conti tra debitori e creditori. Tuttavia prima di entrare direttamente nelle infinite contraddizioni del sistema monetario moderno, è opportuno avere ben chiaro attraverso semplici esempi come funziona esattamente tale sistema, in modo da sapere chi crea, come si alimentano, dove si annidano i paradossi di cui abbiamo parlato. Malgrado le complicazioni tecniche che vengono continuamente tirate in ballo, il sistema in verità è molto semplice e non servono particolari conoscenze di contabilità per capire gli schemi che verranno utilizzati.


mercoledì 10 ottobre 2012

LA BANCA CENTRALE PUBBLICA DELL’ARGENTINA E’ UN FARO PER LA DEMOCRAZIA NEL MONDO


Quando l’equipaggio di una nave si trova in mare aperto, nel mezzo di una tempesta, e di una Tempesta Perfetta per giunta, l’unica cosa che vorrebbe disperatamente scorgere all’orizzonte è la luce di un faro. La salvezza, la terraferma. In Argentina, all’estremità sud del paese, poco più a est della Terra del Fuoco, si trova una piccola isola, quasi uno scoglio in verità, dove c’è un antico faro dal nome evocativo: il Faro della Fine del Mondo. Poco più in là c’è l’Antartide, con le sue immense distese di ghiaccio, voltandosi indietro si intravedono invece le sconfinate e rigogliose praterie argentine. E in mezzo il Faro. Un luogo magnifico ai confini del mondo, che non a caso lo scrittore francese di romanzi d’avventura Jules Verne, l’autore di “Ventimila leghe sotto i mari”, ha utilizzato per ambientare uno dei suoi libri meno conosciuti: “Il faro in capo al mondo”. In effetti a partire dal 1991, il faro argentino ha perso il primato di essere quello più a sud del mondo, perché né è stato costruito uno a Capo Horn in Cile, ma rimane sicuramente il monumento più antico e famoso, che oggi più che mai rappresenta un vero spartiacque simbolico di civiltà. Una speranza per tutti i naviganti che transitano da quelle parti e sono sommersi e travolti dalle onde della Tempesta Perfetta globale, senza sapere ancora come venirne fuori e quali strumenti utilizzare per domarla.


In perfetta analogia, l’Argentina guidata dalla presidentessa Cristina Kirchner, così come il Venezuela di Chavez, l’Ecuador di Correa, la Bolivia di Evo Morales, è diventato un faro, una speranza per quei popoli del mondo, dall’Europa alla Cina passando per gli Stati Uniti, che oggi aspirano a ripristinare un regime democratico al servizio dei cittadini e dei diritti umani, dopo essere stati soppressi e repressi dall’occupazione quasi militare dei tecnocrati, dei faccendieri, dei politicanti, degli elefantiaci apparati dirigisti che lavorano alacremente  soltanto per tutelare gli interessi delle lobbies finanziarie, dei comitati d’affari, delle corporazioni multinazionali. Un abisso di distanza in termini di cammino evolutivo della civiltà, che è ancora più accentuato dal fatto che la censura della propaganda di regime dilagante in Europa impedisce a noi cittadini di sapere cosa stia accadendo esattamente in Sudamerica, visto che gli organi di informazione su ordine preciso dei loro potenti committenti hanno completamente tagliato fuori dai circuiti della stampa e della televisione le notizie provenienti da quei paesi. Senza andare troppo per il sottile, il continente sudamericano è stato letteralmente cancellato dalle carte geografiche del mondo, perché i cittadini lobotomizzati e teleguidati d’Europa e degli Stati Uniti non devono sapere nulla dei cambiamenti che stanno avvenendo laggiù. I drastici mutamenti di paradigma rispetto al dogmatismo medievale dell’Occidente, con il loro cattivo esempio, potrebbero infatti spezzare di colpo la catena psicologica su cui si fonda gran parte dell’egemonia totalitarista che ci governa: TINA, There Is No Alternative, non c’è nessuna alternativa alla tecnocrazia neoliberista, si fa come dicono loro e basta. E invece, al pari di ogni altra questione che coinvolge la vita umana, l’alternativa c’è, eccome se c’è. E si chiama Argentina.

domenica 7 ottobre 2012

LA SPENDING REVIEW E IL SALVATAGGIO DI STATO DELLA BANCA MONTE PASCHI DI SIENA


Ci vado giù pesante: la Spending Review è la più grande truffa mai ordita ai danni dei cittadini italiani da parte del governo dei banchieri guidato da Mario Monti. E purtroppo non è la prima e non sarà l'ultima. L’argomento in verità è stato trattato e dibattuto più volte, ma siccome in Italia esiste da sempre la tendenza di occuparsi della pagliuzza dimenticandosi della trave, fare un bel ripasso di certo non guasta. Il decreto legge “Disposizioni urgenti per la revisione della spesa pubblica con invarianza dei servizi ai cittadini” approvato in gran fretta dal parlamento il 7 agosto scorso doveva contenere una serie di norme indirizzate ad una maggiore razionalizzazione della spesa e soprattutto introdurre tagli per limitare gli sprechi della politica. Eppure pochi giorni fa il governo Monti è stato costretto a varare un altro decreto legge d’urgenza per una revisione più accorta delle spese folli e degli sperperi della casta. Delle due l’una: o il primo decreto era insufficiente o il secondo è ridondante. E riformulando meglio la domanda, dovremmo chiederci: cosa conteneva davvero di così urgente il primo decreto della Spending Review? Visto che per raggiungere l’obiettivo inizialmente dichiarato è stato necessario emanare un secondo decreto legge?


Andiamo con ordine. Gli sprechi, gli sperperi e la corruzione della politica sono un danno assoluto per la democrazia a cui bisogna porre sempre rimedio con tempestività e determinazione, utilizzando qualsiasi strumento legislativo e avvalendosi del supporto delle istituzioni pubbliche preposte al controllo e alle indagini, in particolare Corte dei Conti, Agenzia delle Entrate, Guardia di Finanza e Magistratura. Questa attività di prevenzione e repressione deve essere svolta in qualsiasi momento, sia in periodo di crisi che di crescita economica, perché il mancato contrasto crea squilibri intollerabili e odiosi sia nell’uno che nell’altro caso. I tagli lineari della spesa pubblica sono invece una scemenza, perché aumentano gli squilibri in fase di crescita e amplificano gli effetti recessivi pro-ciclici, originati principalmente dal calo dei consumi e degli investimenti, nel periodo di contrazione. Fatta questa premessa, vediamo a grandi linee le misure contenute nel primo decreto della Spending Review, per capire quale reale incidenza aveva sulla lotta agli sprechi, a qualsiasi livello:

mercoledì 3 ottobre 2012

NO MONTI DAY DEL 27 OTTOBRE A ROMA, LA MANIFESTAZIONE CHE RISCATTA GLI ITALIANI


L’Italia s’è desta. Finalmente gli italiani, così come gli spagnoli e i greci, hanno deciso di scendere in piazza per manifestare il loro dissenso (in certi casi vera e propria "rabbia costruttiva") contro i governi dei tecnici inviati da Bruxelles, Francoforte e Wall Street. Gli emissari dei poteri forti che stanno dissanguando gli stati, al solo scopo di tenere in piedi la moneta più stupida del mondo e mantenere intatte le posizioni di privilegio dei grandi gruppi finanziari e della minoranza benestante della popolazione che vive di rendita e non di lavoro. Sabato 27 ottobre a Roma ci sarà una grande manifestazione dallo slogan più che mai azzeccato e pertinente, a cui ognuno potrà dare la propria connotazione: No Monti Day. Non vogliamo più Mario Monti e la sua cricca di cialtroni, che hanno peggiorato e non poco le condizioni finanziarie, politiche ed economiche dell’Italia. Non vogliamo più la finanza e i "mercati" come unici enti dirigisti e monopolisti della politica economia di un paese democratico, riportando l'accento sui diritti dei cittadini e le dinamiche del bene comune. Non vogliamo più i presunti tecnici mai eletti democraticamente che di tecnica economica capiscono poco o nulla e difendono in modo più che mai evidente e palese interessi plutocratici e privatistici diversi da quelli collettivi.


Queste ultime affermazioni vanno ovviamente motivate, ma non lo farò tanto con le mie parole che possono essere troppo faziose e di parte, quanto con quelle di un vero tecnico che lavora ogni giorno sui dati e sui fatti: il presidente della Corte dei Conti Luigi Giampaolino. Il funzionario pubblico ha già fatto sapere ieri agli incompetenti pivelli al governo ammantati dall’aura fumosa del tecnicismo che la loro gestione è stata un disastro e forse farebbero meglio a ritornare nelle aule dell’università a studiare un po’ di tecnica economica. L’occasione è ufficiale e non ufficiosa, ci troviamo all’audizione di fronte alle Commissioni Bilancio riunite di Camera e Senato per commentare il Documento di Economia e Finanza (DEF), presentato dal governo. Cominciamo con la prima stoccata. La somministrazione di dosi crescenti di austerità e rigore al singolo Paese, in assenza di una rete protettiva di coordinamento e di solidarietà, e soprattutto se incentrata sull'aumento del prelievo fiscale, si rivela, alla prova dei fatti, una terapia molto costosa e in parte inefficace. E che, neppure, offre certezze circa il definitivo allentamento delle tensioni finanziarie. Tradotto in sintesi: aumentare le tasse in periodo di recessione è una scelta folle che non serve nemmeno a rassicurare i “mercati” e abbassare lo spread, visto che fra l’altro non esiste in Europa alcuno strumento compensativo che consenta al singolo stato di redistribuire per altra via i soldi sottratti con le tasse. Continuiamo.