Ad un certo punto bisogna
chiamare le cose con il loro nome: sarò pure un “populista” (e confermo di
esserlo con grande orgoglio ed immenso disprezzo per chi cerca di denigrare
coloro che fanno attività politica a favore dei “popoli” e non ad esclusivo beneficio di ristrette “èlite oligarchiche”), “arruffapopoli”, “masaniello dei poveri”, ma quello che sta avvenendo oggi in Italia
non può essere definito diversamente da “crimine contro la nazione”, “alto
tradimento”, “saccheggio”, “vandalismo istituzionale ed
istituzionalizzato”. Ho sempre guardato con sospetto quei movimenti
detti “signoraggisti” che vedono
esclusivamente nella proprietà del denaro l’unico strumento per ridare dignità
ai popoli, perché credo fortemente che non sia tanto la proprietà del denaro la
vera discriminante fra una democrazia
compiuta e una dittatura di fatto,
quanto l’utilizzo che viene fatto del denaro e della politica monetaria in
genere. Una banca centrale può essere pure privata, ma se poi le sue scelte di
politica monetaria vengono subordinate
alle direttive che arrivano dal governo democraticamente eletto e indirizzate al benessere dell’intero paese,
a me può stare pure bene che qualche “grasso
banchiere privato” si ingozzi con le “briciole
del signoraggio”. Ma qui in Italia abbiamo abbondantemente sorpassato ogni
limite di decenza, dando persino adito alle inutili rivendicazioni dei “signoraggisti”.
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mercoledì 4 dicembre 2013
RIVALUTAZIONE DELLE QUOTE DI BANCA D’ITALIA: LA PIU’ GRANDE TRUFFA DEL SECOLO
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venerdì 24 maggio 2013
PROVE DI DIALOGO CON IL MOVIMENTO 5 STELLE: CONVEGNO SU MONETA, POLITICA ED ECONOMIA
Finalmente, grazie al lavoro
incessante del coordinatore di Reimpresa Sicilia Salvo Fanara e di Elisa Brancato, siamo riusciti ad
organizzare un incontro con i ragazzi del Movimento 5 Stelle sui temi che più
ci stanno a cuore: politica monetaria
e sue ripercussioni sulla vita sociale ed economica di un paese democratico. Il
convegno si terrà a Messina ed è fissato per le ore 20.30 di mercoledì 29 maggio (la locandina è qui accanto), e sarà un’occasione spero
non unica e nemmeno rara per capire se la base del Movimento 5 Stelle è davvero intenzionata ad indagare più
profondamente e seriamente sulle cause della crisi e sulle sue possibili
soluzioni. Gli argomenti da trattare sono davvero tanti, ma chi ha seguito fin
qui il dibattito politico-economico-finanziario che si sta facendo su questo e
su altri blog, comprenderà facilmente che sono tutti intrecciati fra di loro:
significato della moneta oggi, debito e spesa pubblica, tasse ed evasione
fiscale, pareggio di bilancio e situazione dell’Italia, Fiscal Compact, Mes.
Non si parlerà espressamente dei costi e dei benefici di un’eventuale uscita
dell’Italia dalla zona euro, ma avendo un minimo di consapevolezza in più su
ciò che sta accadendo oggi in Europa ognuno potrà farsi una sua personale
opinione.
Sono molto fiducioso sulla
buona riuscita dell’incontro e in una crescita progressiva di coscienza
collettiva che parta dal basso, dalla base del Movimento 5 Stelle, perché spesso
i segnali che arrivano dal vertice
Grillo-Casaleggio sono davvero sconfortanti: il comico-anfitrione continua
infatti a premere l’acceleratore sul problema del debito pubblico, sulla
necessità di continuare a tagliare i costi dello Stato, sulle trame di palazzo
e la corruzione della casta, ignorando quasi del tutto che i veri problemi
dell’Italia sono di carattere internazionale, legati agli accordi europei
capestro che ci impongono un regime di
austerità per almeno altri venti anni, correlati all’impossibilità di fare
politiche economiche espansive e di agire sui tassi di cambio per recuperare
competitività, sigillati a doppia mandata con le cessioni di sovranità e il
depotenziamento continuo della nostra Carta Costituzionale. Ed è appunto la
nostra ammirata e santificata (almeno a parole) Costituzione Democratica il fulcro su cui si dovrebbero fare ruotare tutte le
nostre attuali e future rivendicazioni: un tempo il patto sociale tra i cittadini era basato sul diritto al lavoro, sui principi di dignità e decoro della persona, sui valori di uguaglianza e solidarietà sociale, e oggi invece è
ridotto a puro e fastidioso ostacolo
burocratico che impedisce ai nostri politici
mercenari e asserviti di procedere spediti nelle famigerate “riforme
strutturali” ultraliberiste dettate dall’Europa. Ultima ciliegina della
torta in questo senso: di ritorno dal Consiglio
Europeo di Bruxelles, il nostro primo ministro pro tempore Enrico Letta
a quanto pare ha portato a casa un “grande successo” sul tema dell’occupazione giovanile. Ma è davvero così?
Il suo successo corrisponde veramente ad una nostra vittoria?
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giovedì 9 maggio 2013
SIAMO SULL’ORLO DI UNA CRISI DI NERVI O BANCARIA? L’AFFARE MONTEPASCHI DI SIENA
Parlo da ingegnere che per
un certo periodo della sua vita ha lavorato all’interno dei reparti di
produzione. Quando un sistema industriale produce troppi pezzi difettosi
significa che è arrivato il momento di fare un massiccio intervento di manutenzione straordinaria per ritrovare i possibili
guasti dei macchinari e dei processi produttivi adottati. Le cause di simili
anomalie possono essere molteplici e tutte interconnesse fra di loro, ma è
indubbio che se le carte registrano per un periodo prolungato di tempo un’alterazione dei
normali livelli di difettosità il
sistema è fuori controllo e ha bisogno di una seria messa a punta. Ora, capisco che il paragone fra un sistema
industriale e una società civile nel suo complesso possa essere un po’ azzardato, ma se provate
ad astrarvi un po’ con l’immaginazione noterete che le analogie e le similitudini
sono davvero tante: chi ci governa considera le persone come tanti pezzi meccanici o macchine o numeri,
ed è talmente incompetente ed incapace da non capire che il sistema di governo che ci ha imposto dall’alto
è ormai abbondantemente fuori controllo. Si tratta di una società allo sbando
senza più punti di riferimenti, ideali, speranze, aspettative, capacità di
vedersi come una collettività di creature in evoluzione e in continuo
miglioramento. La violenza, la disperazione, il delirio, l’odio che si
percepiscono nell’aria sono i difetti principali della nostra società. E la
circostanza più bizzarra è che coloro che si ritengono gli architetti e gli
ingegneri di questo sistema europeo di
oppressione non sono minimamente in grado di comprendere che il vaso ormai
è colmo e straborda da ogni lato, perché per loro i guasti sono una parte
integrante del progetto iniziale: i
pezzi difettosi vanno soltanto eliminati, zittiti, esclusi dalla catena di
montaggio e non capiti, ascoltati, "riparati".
Quando accadono fatti tragici
come quello della sparatoria davanti
Palazzo Chigi, bisognerebbe drizzare subito le orecchie ed iniziare a
riflettere più attentamente su ogni cosa. Quello che ho visto io, attraverso le
immagini televisive, sono state le sagome di tre sventurati, vittime allo stesso modo di una
situazione che sfugge ormai al nostro controllo: due di loro, i carabinieri,
erano stramazzati al suolo e grondavano di sangue, sangue vero, l’altro aveva
invece il sangue agli occhi e fumava di rabbia per i motivi che conosciamo
bene. Non appena ad un uomo cominci a togliere prima il lavoro, poi la
tranquillità familiare, la dignità, infine la speranza per il futuro, quell’uomo è in verità una mina vagante pronta ad
esplodere in ogni momento. L’attimo esatto della deflagrazione dipende
soltanto da una delicata questione di equilibrio personale, autocontrollo,
saldezza di nervi. C’è chi sa contenere la sua rabbia per tutta la vita e chi
invece riesce con il tempo a trasformarla in altro, ma c’è anche chi non
conosce altro mezzo per esternare la sua rabbia, la sua solitudine, il suo
isolamento che la violenza. Tranne in rari casi di evasione spirituale, un uomo
non sceglie mai volontariamente di rimanere da solo, ma viene lentamente
abbandonato da tutto e da tutti finché non si rende conto di essere solo e
disperato. E qual è esattamente il
confine fra un uomo solo e un uomo abbandonato?
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venerdì 29 marzo 2013
CRISI DI INSOLVENZA E DI LIQUIDITA’: COME E PERCHE’ FALLISCONO LE BANCHE
Il recente
caso di Cipro ha riacceso
l’interesse intorno al mondo bancario e ai suoi complicati meccanismi interni.
In particolare, suscita sempre qualche perplessità e apprensione fra la gente
il modo e la rapidità in cui le banche
falliscono, dato che nel nostro immaginario le banche vengono identificate
come giganteschi mostri “infallibili” (dai piedi d’argilla
aggiungo io, visto il modo in cui è organizzato oggi il sistema monetario nel
suo complesso), capaci di divorare e ingoiare tutto il resto, compresa la
cosiddetta “economia reale”. Siccome Cipro è l’ultimo caso di un paese
piccolo, con un’economia ridotta e poco sviluppata ad essere stato messo in
ginocchio da un settore bancario
sovradimensionato (preceduto in ordine di tempo da Islanda e Irlanda), mi
sembrava opportuno approfondire un po’ l’argomento, facendo degli esempi molto chiari
e delle simulazioni semplificate. Il materiale divulgativo utilizzato può
essere reperito in lingua originale sul sito Positive Money e in un articolo pubblicato su Economonitor.
In generale
possiamo anticipare che esistono due principali casistiche di crisi bancaria,
le quali partendo da diverse premesse possono ugualmente portare una banca al
fallimento: la crisi di insolvenza e la crisi di liquidità. L’insolvenza,
nella sua accezione più comunemente utilizzata, può essere definita come l'incapacità di rimborsare i propri debiti.
Questo di solito accade appunto per due motivi differenti. In primo luogo (crisi di insolvenza), per qualche
ragione legata all’andamento dei “mercati”
la banca può ritrovarsi a dovere ai
suoi creditori più di ciò che possiede o gli è dovuto dai suoi debitori. Nella terminologia
contabile, questo significa che le
proprie attività valgono meno delle passività. In secondo
luogo (crisi di liquidità), una banca
può diventare insolvente se non riesce più a pagare i propri debiti a scadenza,
anche se sulla carta le proprie attività valgono più delle passività. Questo
fenomeno è noto come insolvenza da flusso di cassa negativo o mancanza di
liquidità.
mercoledì 27 marzo 2013
IL MODELLO CIPRO: UN CASO STUDIO CHE PUO’ ESSERE REPLICATO IN FUTURO
Sono quasi certo che il modello Cipro farà scuola. Fra qualche
tempo sui manuali più autorevoli di economia e finanza saranno dedicati interi
capitoli sul modo molto inusuale e sbrigativo con cui i ministri delle finanze
dell’eurozona hanno risolto la crisi
bancaria dell’isola cipriota, stravolgendo in pratica tutto ciò che prima
sapevamo e davamo per scontato sulla gestione dei flussi finanziari. L’accordo
trovato in extremis domenica notte,
salutato con entusiasmo da tutti i mezzi della propaganda come il salvataggio di Cipro, presenta notevoli
punti oscuri che avranno sicuramente pesanti ripercussioni in futuro sulla
tenuta dell’intera area euro. Innanzitutto perché non si tratta assolutamente
di un accordo, ma di un diktat, di un ricatto o meglio,
usando la terminologia edulcorata dei tecnocrati europei: un memorandum d’intesa (MoU, Memorandum of Understanding). Il parlamento di Cipro stava infatti
lavorando ad una sua proposta di ristrutturazione interna del sistema bancario,
che è stata bruscamente ignorata per fare posto alle imposizioni dei tecnocrati.
Un eventuale rifiuto del MoU (che in ogni caso deve essere ancora ratificato
dal parlamento cipriota) avrebbe comportato il default di Cipro e la successiva
uscita dall’eurozona, dato che il
governatore della BCE Mario Draghi aveva
minacciato di interrompere l’erogazione di liquidità alle banche cipriote
prevista dal programma di emergenza ELA
(Emergency Liquidity Assistance)
Il MoU come sappiamo è uno strumento obbligatorio e coercitivo
associato a tutti gli aiuti forniti dal Meccanismo Europeo di Stabilità: per avere qualsiasi forma di sostegno finanziario,
sia al settore pubblico che al settore bancario, il governo del paese in
questione deve accettare una serie di
condizionalità che possono cambiare da paese a paese, e in base al
prestigio e all’importanza strategica della sua economia. A giugno scorso, per
esempio, la Spagna ha ottenuto un
piano di aiuti da €100 miliardi per ricapitalizzare buona parte delle sue
banche fallite, senza controfirmare alcun memorandum d'intesa o garantire
ulteriori riforme strutturali. Ma la Spagna non è Cipro e il suo peso specifico
all’interno dei palazzi che contano non è di certo paragonabile a quello della
piccola isola mediterranea: questo modo di agire sarà sicuramente vincente per
la creazione di quello spirito europeo
dei popoli (il Sogno!) con cui ci riempiono tanto la testa i tromboni della demagogia
europeista. Per un abitante di Cipro sapere che lui è un cittadino europeo di serie B rispetto ad uno spagnolo sarà
certamente gratificante, motivo di orgoglio e di vicinanza nei confronti degli
altri popoli del continente più disastrato del mondo. In quanto poi a
condizionalità imposte da Bruxelles, noi
italiani siamo invece i più furbi, perché i nostri precedenti governi (Berlusconi e Monti) le hanno già accettate (ricordate la lettera della BCE dell’agosto del 2011? Non può quella missiva strettamente riservata
considerarsi l’antesignana di tutti i successivi MoU?), senza ricevere in cambio
alcun sostegno finanziario. Sarebbe troppo umiliante per noi italiani essere
accomunati a greci o ciprioti o irlandesi. Altro atteggiamento questo per
sentirsi più vicini e solidali nella stessa sorte.
martedì 19 marzo 2013
I BULLDOZER DI CIPRO STANNO FACENDO TREMARE I CASTELLI DI CARTA DEI TIRANNI EUROIDIOTI
Qualcuno
di voi ha per caso un misuratore del panico? Qual è lo strumento
che ci può dare un’indicazione affidabile del livello di paura che assale gli
esseri umani? Esiste un tale strumento? Ebbene sì, o almeno così pare, dato che
gli scellerati tecnocrati e politici
euristi pensano di possedere la capacità di controllare le paure umane e in
base a questa certezza credono di avere sempre la situazione in pugno. Nei loro
atteggiamenti, nella postura, nei sorrisi falsi con cui si rivolgono alle
telecamere, gli euristi sono certi di impressionare la gente facendogli credere
che loro sono i governanti più saggi, competenti, preparati che questo
continente abbia mai avuto. Certo un bravo esperto di fisiognomica guardandoli
bene in faccia, i vari Van Rompuy, Barroso, Draghi, Rehn, potrebbe
avere qualche dubbio. Se poi si da una rapida lettura ai loro curricula
professionali cominciano ad arrivare i primi brividi di paura. Ma senza fare troppe dietrologie, il fatto che
dal 2008 ad oggi questi politicanti e tecnocrati di terzo o quarto livello si
arrabattino per arginare una crisi finanziaria che altri paesi (ci riferiamo
soprattutto a Stati Uniti e Giappone), nel bene e nel male, sono
riusciti a tamponare, non depone di certo a loro favore. Ma il peggio della
loro cialtroneria, a quanto sembra dalle notizie che provengono da Cipro, deve ancora arrivare. Purtroppo
per noi.
Nella notte fra venerdì e
sabato scorso infatti i ministri delle finanze dell’eurozona si sono accordati
per un piano di aiuti di €10 miliardi
da concedere al governo di Cipro per salvare le sue banche ormai sull’orlo del
fallimento. In realtà, il governo di Cipro insediato di recente aveva chiesto
inizialmente un programma di salvataggio da €17 miliardi, cosa che avrebbe
creato qualche malumore soprattutto in Germania tra gli euroscettici che si
sono ormai saldamente organizzati in un partito (Alternative fur Deutschland)
in vista delle prossime elezioni di settembre. E così su pressione del ministro delle finanze tedesco Schauble
si è deciso di limitare il finanziamento del fondo MES a €10 miliardi, con l’appoggio del FMI che ancora deve
stabilire quale quota versare (si parla di €1 miliardo circa). Il resto dei
soldi necessari a ricapitalizzare le banche fallite verranno invece rastrellati
internamente, prelevandoli direttamente
dai depositi dei clienti delle banche. Una decisione molto discutibile e
inopportuna che oltre a scatenare la
rabbia dei cittadini ciprioti, che si sono presentati con i bulldozer davanti l’ingresso delle
banche chiuse per ferie, avrà sicuramente delle gravi ripercussioni a livello internazionale. Per la prima volta in
Europa ad un bail-out esterno nei confronti di un paese in difficoltà è
stato affiancato un bail-in interno fornito dagli stessi abitanti. Ma in Europa
ormai ci siamo abituati ad assistere a tante prime volte e non è escluso che la
prossima volta gli esattori del Nuovo Sacro Europeo Impero non entreranno con i militari direttamente nelle nostre case per portare via mobili e argenteria.
martedì 29 gennaio 2013
IL GIAPPONE STRAVOLGE I DOGMI SUL DEBITO PUBBLICO E L’INDIPENDENZA DELLA BANCA CENTRALE
Aveva
cominciato l’Argentina a cambiare lo
statuto della Banca Centrale per
subordinare l’autorità di politica monetaria al governo e al parlamento
democratico. Ma l’Argentina è un paese ancora troppo fragile, devastato da anni
di neoliberismo e corruzione selvaggia, soggetta all’ostruzionismo della comunità
finanziaria internazionale, con una moneta non completamente convertibile sui
mercati valutari e sotto il monitoraggio stretto del FMI sui dati dell’inflazione
e della crescita economica. L’Argentina non è un caso di studio affidabile,
insomma, secondo i professionisti della menzogna e della mistificazione. Il Canada, invece, che da sempre ha una Banca Centrale pubblica al
servizio del governo non fa testo perché non abbiamo controprove su cosa
sarebbe successo in caso di “autonomia e indipendenza” e il
Canada è un paese ricco di “materie prime”.
Ora però ci si mette pure il Giappone
a stravolgere i dogmi medievali
degli stregoni del debito pubblico, dell’inflazione e dell’autonomia e indipendenza
della banca centrale. E il Giappone è un paese sviluppato, grande esportatore,
privo di materie prime, con una moneta forte e ampiamente accettata sui mercati
valutari. Quindi? Cosa diranno
adesso gli squinternati sostenitori del fallimentare progetto europeista che si
basa proprio su quei folli dogmi?
Chissà, mentre noi ci arrotoliamo all’interno di una delirante campagna elettorale piena di vuoti propositi senza senso e lontana anni luce dai problemi reali e dalle grandi questioni di civiltà, in altri paesi del mondo sta cominciando una “rivoluzione copernicana” che potrebbe cambiare per sempre i rapporti di forza fra i governi democratici e la politica monetaria, la finanza, lo strapotere bancario. Riporto di seguito un monumentale articolo del blog Orizzonte48, in cui l’autore, Luciano Barra Caracciolo, fa una mirabile e straordinaria sintesi di tutte le maggiori teorie macroeconomiche (classica, keynesiana, neo-classica, monetarista etc), alla luce di ciò che sta avvenendo oggi in Giappone. Consiglio davvero a tutti gli appassionati di questi argomenti (prima o dopo, lo dovremo diventare un pò tutti per venire fuori dal torpore e dalla barbarie culturale che ci sta stritolando) di leggere e di riflettere sui numerosi spunti forniti dall’articolo e soprattutto, visto il silenzio assoluto dei canali mainstream, di cominciare a guardare in piena “autonomia e indipendenza” (d’informazione però…) ad est, perché è proprio da lì che sorge il Sol Levante...di una nuova era, speriamo!
Chissà, mentre noi ci arrotoliamo all’interno di una delirante campagna elettorale piena di vuoti propositi senza senso e lontana anni luce dai problemi reali e dalle grandi questioni di civiltà, in altri paesi del mondo sta cominciando una “rivoluzione copernicana” che potrebbe cambiare per sempre i rapporti di forza fra i governi democratici e la politica monetaria, la finanza, lo strapotere bancario. Riporto di seguito un monumentale articolo del blog Orizzonte48, in cui l’autore, Luciano Barra Caracciolo, fa una mirabile e straordinaria sintesi di tutte le maggiori teorie macroeconomiche (classica, keynesiana, neo-classica, monetarista etc), alla luce di ciò che sta avvenendo oggi in Giappone. Consiglio davvero a tutti gli appassionati di questi argomenti (prima o dopo, lo dovremo diventare un pò tutti per venire fuori dal torpore e dalla barbarie culturale che ci sta stritolando) di leggere e di riflettere sui numerosi spunti forniti dall’articolo e soprattutto, visto il silenzio assoluto dei canali mainstream, di cominciare a guardare in piena “autonomia e indipendenza” (d’informazione però…) ad est, perché è proprio da lì che sorge il Sol Levante...di una nuova era, speriamo!
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venerdì 14 dicembre 2012
PIANO DI CHICAGO RIVISITATO, PARTE DUE: BREVE STORIA DELLA MONETA DALLE ORIGINI AD OGGI
Nella
seconda parte del documento Piano di Chicago Rivisitato, gli autori procedono ad una breve ma molto
significativa storia della moneta,
per mettere in evidenza soprattutto un concetto: fin dalla nascita delle prime
società antiche, la moneta e la sua gestione è sempre stato uno strumento saldamente nelle mani delle
autorità che detenevano il governo di quella stessa società, determinandone
le linee guide di sviluppo economico, politico e civile. La visione invece
prettamente liberista di una moneta-merce
che nasce in ambito privato, come mezzo di scambio accettato convenzionalmente
dai mercanti per agevolare gli scambi commerciali, è sempre stata una parentesi
abbastanza limitata e circoscritta, un’eccezione all’interno della più comune
moneta di stato imposta per legge dalle autorità. Una conclusione non nuova,
dato che come sostengono per esempio gli economisti della Modern Money Theory, fra cui lo stesso Randall Wray, da Keynes
in poi la certezza che la moneta sia un affare di stato si perde nella notte
dei tempi. La leggenda invece che fa
iniziare la nascita della moneta dall’utilizzo delle conchiglie per arrivare
dopo uno spontaneo processo di selezione
naturale fino al più affidabile e resistente oro, che doveva migliorare in
termini di spazio, di tempo, di scambi possibili le ben note limitazioni del
baratto fra due soli individui, è appunto poco più di questo: una favola, una
leggenda, che non trova riscontro in nessuno dei documenti antichi studiati
dagli storici e antropologi più accreditati.
Ma c’è un
altro elemento che emerge chiaramente da questa interessante disamina storica,
riguardante il ruolo stesso
dell’economia all’interno di una società: la moneta, così come qualsiasi
altro strumento usato dai governanti per semplificare, normare, regolare la
vita economica di una certa comunità, ha in primo luogo uno scopo sociale, politico, giuridico e
solo in un secondo momento quello contabile, di mero misuratore della ricchezza
finanziaria posseduta dai cittadini. La moneta non è un semplice mezzo di
accumulazione della ricchezza, ma uno strumento utile per consentire ai
governanti una corretta redistribuzione
e valorizzazione di quelle che sono i reali fattori su cui si fonda una
società che intende rigenerarsi e perpetuarsi nel futuro: il lavoro, l’operosità, l’ingegno,
la creatività di tutti i suoi
cittadini, da quelli che con fatica si dedicavano alle attività manuali nelle
campagne fino a quelli che intessevano le trame politiche, organizzative,
finanziarie all’interno delle città. Una società che in nome della legittimazione dei crediti e dei debiti tra
le controparti distrugge le prerogative reali e i beni prodotti da
un’intera economia non può andare molto lontano. E non a caso i governanti più
accorti e illuminati del passato non ci pensavano due volte a cancellare periodicamente tutto l’ammasso
dei debiti e dei crediti accumulati, per consentire agli agenti economici
di riprendere a produrre regolarmente e alla società tutta di liberarsi da un
giogo altrimenti ferale. La moneta
quindi è un concetto eminentemente politico e chi controlla l’emissione
della moneta si attribuisce anche il potere politico di indirizzare e governare un'intera comunità. Dicono che la storia
insegna, sarà vero?
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giovedì 6 dicembre 2012
PIANO DI CHICAGO RIVISITATO, PARTE UNO: LA NETTA SEPARAZIONE FRA MONETA E CREDITO
Il Piano di Chicago Rivisitato è a mio avviso, e secondo molti altri più autorevoli
analisti, uno dei documenti economici e finanziari più importanti pubblicati
nell’ultimo periodo. Un vero caso
mondiale, che sta diventando un testo di riferimento per gli studiosi della
materia e un’opera divulgativa di culto per tutti gli appassionati. Non vi
nascondo che anche io ho letto il documento con molto interesse e stupore, non
tanto per i contenuti che nella maggior parte dei casi mi erano già noti (si
veda a tal proposito l’ampia trattazione già pubblicata sul movimento economico
e culturale Positive Money) ma per
il tempismo e le circostanze che ne hanno decretato il successo. Il documento è
stato scritto da due economisti americani che lavorano come consulenti per il Fondo Monetario Internazionale FMI: Jaromir Benes e Michael Kumhof. Il committente di questa opera è stato appunto il
FMI, che a scanso di equivoci, in calce al documento ha riportato (come spesso
accade con i suoi working papers) le
testuali parole: “Questo documento non
deve essere inteso come rappresentativo del punto di vista del FMI. Le opinioni
espresse in questo documento sono quelle degli autori e non rappresentano
necessariamente quelli del FMI o della politica del FMI. I documenti descrivono
in genere le ricerche in corso degli autori e vengono pubblicati per suscitare
commenti e ulteriori dibattiti”.
E il dibattito in effetti si è acceso abbastanza
rapidamente e vivacemente in tutto il mondo. Perché il Piano di Chicago è rivoluzionario da molti punti di vista e se
applicato alla lettera ribalterebbe alla radice gli equilibri e i rapporti di forza esistenti fra lo strapotere incondizionato del sistema
finanziario ormai fuori controllo e le risicate rivendicazioni politiche,
economiche e sociali degli antichi stati
democratici soggiogati, schiacciati, ridimensionati a ruoli e compiti sempre
più marginali. Ora chi conosce anche sommariamente la linea politica di
difesa ad oltranza dei grandi interessi privati e di tutela dei potentati
finanziari seguita da sempre dal FMI, a tutto svantaggio del benessere dei
popoli e delle democrazie, potrebbe nutrire non pochi sospetti sulla fondatezza
e credibilità di questo repentino cambio di marcia. Perché oggi il FMI dovrebbe
farsi garante di cambiamenti epocali di paradigma che fino a ieri ha sempre
apertamente o subdolamente osteggiato? Quali reali interessi ha il FMI a
diffondere nuove teorie sul riassetto dell’attuale sistema finanziario, quando
i suoi maggiori azionisti, Stati Uniti e Gran Bretagna in testa, sono contrari
a qualsiasi minima variazione di programma? Quale fregatura si nasconde dietro questo improvviso atteggiamento
innovativo del FMI? Senza alcuna pretesa di essere esaustivo o conclusivo, vi
offro la mia personale opinione in proposito, aprendomi già al confronto e alle
smentite.
lunedì 3 dicembre 2012
USCITA DALL’EURO E RITORNO ALLA LIRA: COSA ACCADE AI TASSI DI INTERESSE E AI MUTUI?
L’economia è una disciplina della scienza sociale molto
complessa e articolata, questo lo abbiamo ribadito più volte. Più ti addentri
nei suoi meandri e più ti accorgi che è piena di snodi, maglie, matasse, connessioni, correlazioni spesso difficili
da districare e dipanare con chiarezza ed efficacia. Per questo motivo, per
affrontare meglio l’analisi, gli economisti lavorano quasi sempre utilizzando
dei modelli che consentono di
semplificare i comportamenti individuali e accorpare le grandezze aggregate
(consumi, investimenti, spesa, offerta, domanda, inflazione etc). I modelli
hanno la stessa importanza e funzione delle carte geografiche per un esploratore, perché servono ad indicare
una rotta, un percorso: maggiore è la scala del modello, il grado di dettaglio
e maggiore sarà la visione complessiva di tutte le strade percorribili. Ogni
economista inoltre enfatizza nel modello la caratteristica che vuole di più
evidenziare, così come i cartografi fanno mappe politiche, geografiche,
morfologiche, toponomastiche, stradari, a seconda di quelli che sono gli usi richiesti
dai fruitori. Tuttavia, quando gli economisti cercano di costruire modelli
basandosi su modelli precedenti e non direttamente sulla realtà avviene il
fenomeno di distorsione, di corto circuito e di inarrestabile alterazione dei
risultati ottenuti che ben conosciamo: finisce la fase di utile e interessante descrizione dei processi reali e inizia quella della modellizzazione del modello, della mistificazione.
Le mappe economiche basate su
modellizzazioni successive portano quasi sempre fuori strada, sia perché
partono spesso da premesse iniziali sbagliate, sia perché le direzioni, diramazioni,
destinazioni di arrivo hanno davvero pochi
riscontri con ciò che accade intanto nella realtà o si evince dai dati sperimentali. In un precedente articolo, abbiamo visto per
esempio come la correlazione che molti esploratori sprovveduti (definiti come
dei veri e propri automi che ripetono
meccanicamente sempre gli stessi concetti senza mai prendersi la briga di
ragionare prima di parlare) fanno fra svalutazione
e inflazione è nella maggior parte
dei casi infondata e trova davvero pochi agganci con i dati sperimentali della
realtà. Senza dubbio possiamo dire che entrambe queste grandezze influiscono a
definire il “prezzo” o il valore di una certa moneta, ma partendo da
presupposti diversi: l’inflazione misura
il valore interno della moneta tramite il potere di acquisto, la svalutazione
(o rivalutazione) serve invece a quantificare il valore esterno della moneta
tramite il tasso di cambio (esiste
poi una terza variabile, il tasso di
interesse, che identifica il valore
intertemporale di una moneta). Basterebbe già riflettere a fondo su queste
definizioni per capire che fra svalutazione e inflazione c’è in mezzo un oceano
di elementi, fattori, variabili,
caratteristiche produttive di un certo sistema paese che impediscono la
postulata e quanto mai assurda relazione diretta di causa effetto fra
svalutazione e inflazione. Ma per capire meglio quanto già detto e dimostrato,
ricorriamo ad un semplice esempio.
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venerdì 16 novembre 2012
IL MOVIMENTO DEMOCRATICO ANTI-EUROPEISTA CONTRO LA VIOLENTA DITTATURA DEI TECNOCRATI
Scrivo
di getto, d’impulso, dopo avere visto e rivisto le immagini degli scontri
e delle violenze che hanno insanguinato l’Europa durante le manifestazioni
di protesta e gli scioperi di mercoledì scorso, 14
novembre. In questo sito potrete trovare un buon archivio
fotografico per capire quello che è successo. Si tratta nella maggior parte dei
casi di ragazzi, giovani studenti, adolescenti manganellati a sangue
dalla polizia per il solo fatto di aver voluto manifestare la rabbia e l’inquietudine
per il loro futuro negato e vilipeso. Dall’Italia, alla Spagna, alla
Francia, alla Germania, alla Grecia, a Malta, tanti ragazzi, lavoratori, comuni
cittadini sono scesi in piazza per dire no alla dittatura europeista e tecnocratica che sta massacrando le democrazie e i popoli del vecchio
continente. Ufficialmente la propaganda di regime ripete fino allo sfinimento che
le manifestazioni sono state soltanto contro le politiche di austerità,
facendo intendere che basterebbe alleggerire un po’ la morsa del rigore fiscale
è tutto in Europa potrebbe riprendere a pacificarsi e a prosperare. Non è così.
L’Austerità è un principio fondante con cui i tecnocrati hanno
progettato questo mostro giuridico-economico-istituzionale chiamato eurozona.
L’euro come moneta è nato per essere austero, scarso, sottratto dalle mani
legittime del popolo sovrano per essere consegnato agli artigli feroci dei
banchieri rapaci. Questo è l’euro, mentre tutto il resto, gli Stati Uniti d’Europa, la moneta unica come strumento di pacificazione dei popoli, la
fratellanza universale, sono solo menzogne inventate ad arte dalla propaganda per
infinocchiare i fessi.
Non
so quanti ragazzi manganellati per strada avessero chiaro questo concetto: per
liberarsi dall’angoscia che li opprime non serviva andare in piazza per gridare
tutta la loro rabbia. Non serviva sfilare con gli striscioni e intonare slogan
contro la polizia o il governo ladro. I loro aguzzini non sono i poliziotti,
poveri cristi anch’essi che hanno confuso lo stipendio e la sicurezza economica
con l’unico valore che abbia significato in questa vita: la dignità. I
loro nemici non sono neppure quegli indegni e inqualificabili politicanti
rinchiusi e barricati nei palazzi, schiavi pure loro di una regola divina bancaria
o dogma finanziario di cui non hanno più alcun controllo o podestà. Per
liberarsi dal boia che sta martorizzando il loro futuro, i ragazzi dovevano soltanto
aprire il loro portafoglio e bruciare tutte le banconote in euro che
custodivano gelosamente, perché sono proprio quelle banconote lo strumento di
tortura con cui li stanno lentamente annientando. Uno Sato democratico di
diritto non può essere subordinato e umiliato da una vile moneta, non è mai
stato così nella storia e mai lo sarà. Tramite l’euro e lo svilimento dell’impalcatura
giuridica dello Stato democratico di diritto, i tecnocrati stanno tagliando i
ponti con il passato e il futuro, per isolarci tutti in questa gabbia. Tramite
l’euro e le politiche di austerità, i banchieri ci stanno soffocando fino a
togliere il fiato, il respiro, la capacità stessa di pensare e guardare con
fiducia ai giorni luminosi che ancora hanno da venire. La tecnocrazia
europeista sta giocando con il fuoco e lo sa, lo aveva previsto. La finanza
e il mercantilismo che i tecnocrati rappresentano stanno massacrando e
offendendo il più alto valore che l’umanità ha mai avuto nella sua storia: la gioventù.
La speranza. La fiducia nel futuro. La capacità di contribuire, partecipare, lavorare attivamente per migliorare la propria condizione personale e il benessere dell'intera società.
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mercoledì 14 novembre 2012
LA PROCURA DI TRANI, IL DEBITO PUBBLICO E LA NAZIONALIZZAZIONE DELLE BANCHE
Parto subito fornendo il
mio totale appoggio ad un’iniziativa promossa dal sito NoCensura: inviare un’e-mail all’indirizzo tribunale.trani@giustizia.it per far sentire il
nostro sostegno, ringraziamento, la nostra vicinanza alla Procura di Trani, che lunedì scorso 12 novembre ha rinviato a
giudizio ben 7 importanti responsabili delle agenzie di rating americane Standard&Poor’s
e Fitch. Servirà a poco, forse a
niente, ma secondo me è sempre utile in un periodo così turbolento e confuso dichiarare
apertamente da che parte stare e mandare un segno di riconoscenza a chi si presume
stia lottando con grande impegno e determinazione dalla nostra stessa parte,
riuscendo pure a passare dal piano
astratto delle parole a quello concreto dei fatti: tutti noi ci proponiamo
a parole di riformare il mondo della finanza,
eliminare il conflitto di interesse
fra enti controllori e controllati, arrestare il processo in corso di finanziarizzazione spinta dell’economia,
regolamentare l’intero settore,
svelare i complotti e i retroscena che si nascondono
nell’intreccio micidiale fra politica e affari, ma poi alla prova dei fatti
siamo ancora incapaci di promuovere a livello istituzionale una singola azione
di riforma. I magistrati di Trani, nel silenzio e nell’indifferenza più
assoluta, sono invece riusciti a mandare un segnale forte al potente mondo
finanziario, con tanto di carte bollate. E devo dire che conforta parecchio sapere
che esiste ancora qualcuno in Italia capace di schierarsi con la parte debole, i cittadini, i consumatori,
il popolo italiano contro chi in forza del suo enorme prestigio
internazionale agisce spesso in modo truffaldino e in violazione della legge
per frodarli.
Come recitava il titolo di
un film americano di qualche anno fa, tutti noi dovremmo avere una personale “guida
per riconoscere i nostri santi” e a mio parere i magistrati della Procura
di Trani meriterebbero un posto d’onore nella lista, perchè sono dei segugi
eccezionali e instancabili che da anni indagano sui crimini palesi o occulti
commessi dal settore finanziario e bancario, dall’anatocismo all’usura, alle truffe dei prodotti derivati, all’aggiotaggio,
fino all’attuale denuncia delle società di rating per manipolazione del mercato. Secondo l'accusa, coordinata
dal pubblico ministero Michele Ruggiero,
le agenzie di rating avrebbero con una serie di annunci abusato di informazioni
riservate e violato più volte le regole del mercato finanziario rivelando in
anticipo l'imminente intenzione di declassare il rating dell'Italia, cosa
questa che ha dato avvio alla svendita
in massa di titoli del debito pubblico italiano da parte dei grandi operatori
del settore e procurato gravi perdite per i piccoli risparmiatori. Le prime
dichiarazioni di Ruggiero sono abbastanza esplicite in questo senso: “Le agenzie di rating hanno tentato di
destabilizzare l’immagine, il prestigio e il merito creditizio dell’Italia sui
mercati finanziari, alterando il valore delle obbligazioni italiane a causa dei
continui deprezzamenti”. Tutti sanno che le società di rating lavorano al servizio delle banche, vengono finanziate dagli istituti che dovrebbero giudicare, basano i loro giudizi sulle informazioni fornite dalla banche e forniscono addirittura consulenza alle stesse banche sui metodi migliori per ottenere un buon rating, ma sono sempre pochi quelli che hanno il coraggio di denunciare apertamente questo gigantesco conflitto di interesse strutturale. Entrando nel merito della questione, cerchiamo però adesso di capire meglio su quali circostanze si basa la Procura di Trani per formulare
la sua accusa.
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martedì 30 ottobre 2012
LA MONETA DI STATO PRIVA DI DEBITO E LA RIFORMA DEL SISTEMA BANCARIO MODERNO
Se non ora quando? Questo
slogan che tanto successo ha avuto qui in Italia, dovrebbe essere esportato a
livello mondiale per mobilitare la gente intorno ad una questione centrale
all’interno del dibattito internazionale, più culturale o politica che economica,
che coinvolge la vita di tutti noi: la Moneta.
L’argomento è spinoso e complesso, ma non di rado i modi per attaccarlo e
addomesticarlo sono di una semplicità disarmante e soprattutto accessibili a
tutti: tecnici, economisti, ingegneri, operai, casalinghe, anziani e…bambini. Anzi, molto spesso sono
proprio i bambini in virtù della loro innocenza e apertura mentale ad avere gli strumenti giusti per districare la matassa, mentre per una volta noi adulti
dovremmo stare zitti in disparte ad ascoltare, osservare ed imparare. Sulla
moneta in particolare sono sicuro che ne vedremmo delle belle, perché se ci
pensate bene i bambini, ancora prima delle banche, degli stati, della finanza
internazionale, delle teorie economiche dei premi Nobel sono i primi ad inventarsi sistemi monetari inattaccabili, con i loro bigliettini di carta
colorata, che si passano di mano in mano in cambio di oggetti, giocattoli, giri
in bici, ciottoli levigati. Se osservate bene come giocano, vi accorgerete che
i bambini non solo stabiliscono subito degli accordi per accettare esclusivamente una tipologia di biglietti e non
altri, ma sono così attenti e rigorosi da creare soltanto la quantità di biglietti strettamente
necessaria e sufficiente al corretto funzionamento dei loro giochi. Non un
biglietto in più e non uno in meno. I bambini quindi conoscono a meraviglia il
rudimentale concetto di misura,
legato principalmente all’equilibrio fra i mezzi monetari e i beni scambiati, che
tanta confusione e panico crea negli adulti. Una saggezza istintiva, ancestrale
che dovrebbe farci riflettere.
Detto
questo, riprendo il lungo cammino di scardinamento di alcuni miti e leggende popolari intorno alla
moneta, visto che dai riscontri avuti dai lettori ho ricavato la necessità
di fare ulteriori chiarimenti che potrebbero aiutarci a compiere insieme un
altro passo avanti in questo fondamentale percorso a ritroso di conoscenza:
dalle sicurezze della maturità dobbiamo andare indietro, giù, giù, fino agli
anni della spensierata e ingenua infanzia. Magari questa premessa vi sembrerà
un po’ strana, bizzarra, ma più andrete avanti nella lettura e più capirete che
di tecnico, economico, finanziario qui non c’è nulla, tranne pochi immediati concetti di contabilità,
mentre tutto il resto sono valutazioni logiche o linguistiche alla portata di
tutti. Ovviamente cercherò di semplificare al massimo alcuni passaggi, ognuno
dei quali meriterebbe un capitolo a parte, ma con lo scopo specifico di dare
priorità per adesso al discorso generale.
La struttura di fondo dei ragionamenti è basata principalmente dai contributi
forniti a riguardo dal movimento culturale ed economico inglese Positive Money, che insieme al gruppo
americano della Modern Money Theory MMT,
è riuscito secondo me a spiegare e sviscerare molto bene le dinamiche di
funzionamento del sistema monetario
moderno, avanzando anche le migliori proposte di riforma. Ma c’è anche una
grande novità: a questa banda di professori
di economia sovversivi ed eretici, si è unito di recente nientemeno che lo
stesso Fondo Monetario Internazionale,
ovvero l’organismo che sovraintende la politica monetaria mondiale, considerato
molto spesso, non a torto, lo strenuo difensore delle logiche predatorie della
cosiddetta finanza speculativa.
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lunedì 22 ottobre 2012
FINE DELL’EURO ATTO TERZO: LA QUIETE PRIMA DELLA TEMPESTA, ORA TOCCA ALL’ITALIA
Che cosa è un’opera buffa? L’opera buffa è un
genere teatrale che si diffuse prima in Italia e poi nel resto d’Europa a
partire dal XVIII secolo, avendo come scopo principale quello di presentare
storie semplici, commedie, personaggi di estrazione popolare, problemi più
quotidiani e comuni in cui si poteva riconoscere la maggioranza del pubblico
pagante e non solo i nobili e i monarchi. Come ho già detto altre volte l’Unione Europea, e l’eurozona in particolare, è diventata
da tempo, da quando tutti i nodi sono venuti al pettine, un grande immenso palcoscenico a cielo aperto
in cui a cadenza pressoché giornaliera si recita a soggetto. Un circo itinerante che da Bruxelles,
Berlino, Francoforte, Parigi, Madrid, Roma, arriva fino ad Atene per poi
ricominciare il giro, con gli attori più
esilaranti e comici che impresario poteva mai sperare di ingaggiare: abbiamo
Merkel la cattivona, Hollande l’ipocrita, Monti il viscido, Rajoy il furbo, Samaras il
codardo, Draghi il subdolo. Se non
fosse per i risvolti drammatici di
tutta la faccenda, che coinvolge direttamente noi spettatori paganti sia in termini economici che umani, ci sarebbe
di che sbellicarsi dalle risate ad ogni ora, ad ogni dichiarazione dei buffoni all’opera. Anche la morte di un uomo greco di 66 anni,
deceduto durante le sommosse ad Atene e gli scontri con la polizia dei giorni
scorsi, diventa subito un fatto
grottesco ed inverosimile: le persone muoiono quasi sempre di infarto,
perché essendo anziane e cagionevoli vengono travolte e spaventate da una folla
di giovani inferociti e incappucciati. Mentre la circostanza che queste persone
possano essere state spintonate, percosse, manganellate dalla polizia prima di cadere esanimi sul campo, non
viene mai presa in considerazione. No, questo
non è previsto dal copione.
Nel primo atto dell’interminabile commedia europea avevamo descritto lo
scricchiolio del ramo sul quale è seduta la Germania, che i suoi governanti si stanno impegnando a segare con
una solerzia che ha dell’incredibile e del paradossale: ogni imposizione di austerità e rigore fiscale
in più nei paesi della periferia, significa una proporzionale quantità di merci
che la Germania non esporta più in quei paesi, affossando di fatto la sua
stessa economia. Tuttavia siccome i tedeschi non capiscono questa semplice relazione contabile e nella
prossima primavera ci saranno le elezioni,
la cancelliera Merkel per tenersi buono l’elettorato deve mostrare buon viso a cattivo gioco, facendo la voce grossa al Bundestag contro i paesi
spendaccioni e poi cercando accordi sottobanco con gli altri buffoni suoi pari per limitare i danni
e tenere in piedi baracca e burattini. Nel secondo atto invece avevamo assistito alla miserevole disfatta della Spagna, che dopo Irlanda, Portogallo, Grecia era puntualmente caduta come un
birillo, mostrando al mondo intero in tutta la sua grandezza il fallimento del suo sistema bancario e
l’insostenibile leggerezza dei conti
pubblici, che un tempo erano tra i più virtuosi della terra e oggi sono
stati sventrati appunto per fornire salvataggi
di emergenza alle banche. Nel terzo
atto che raccontiamo oggi la trama è molto più semplice e dozzinale, perché
si articola tutta intorno ad un motto di spirito abbastanza noto ai mercanti: “Prima vedere cammello, poi pagare moneta!”.
Con un colpo di scena finale ad effetto,
in cui si scoprirà chi e cosa è il “cammello” in questione.
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giovedì 18 ottobre 2012
BANCA CENTRALE E COMMERCIALE: CREAZIONE, TRASFERIMENTO E DISTRUZIONE DI MONETA
Riprendiamo il nostro percorso di approfondimento del sistema monetario moderno attraverso le semplici descrizioni illustrate fornite dal movimento culturale ed economico inglese Positive Money. La crisi finanziaria attuale come abbiamo detto spesso non è solamente una delle tante crisi congiunturali di sovrapproduzione (più di prestiti e strumenti finanziari che di beni reali) o calo della domanda, ma una crisi sistemica che coinvolge dall’interno la struttura stessa del sistema bancario internazionale e il suo modo di operare e gestire le fasi di creazione, trasferimento e distruzione della moneta. Capire come funziona il sistema finanziario e trovare eventualmente delle soluzioni attuabili diventa fondamentale per evitare che si rimandi ancora, attraverso le massicce iniezioni di liquidità, il momento della verità: non è difficile infatti prevedere che la prossima crisi che si sta già preparando sarà ancora più grave di quella attuale, essendo superiori le masse monetarie in gioco. Quest’ultima crisi quindi, molto più delle precedenti, a causa della sua portata e della sua profondità, coinvolge il modo stesso di considerare la moneta dopo la fine degli Accordi di Bretton Woods del 1971, ponendo delle domande ormai ineludibili: che cos’è esattamente la moneta? E’ un bene negoziabile al pari di tutti gli altri? E’ un mezzo di pagamento per favorire gli scambi e i commerci? E’ una semplice unità di conto che serve a misurare i debiti e i crediti contratti tra le controparti?
In effetti nel sistema monetario moderno, il denaro assume contemporaneamente le tre accezioni prima esposte ed è dalla confusione che ne deriva, dalla preferenza per l’una o l’altra forma della moneta, che affonda la causa principale della crisi attuale, perché se la moneta è un bene infinitamente negoziabile e liquido, diventa conveniente per alcuni tesaurizzarlo a scopi precauzionali, sottraendo nel contempo ad altri i mezzi di pagamento necessari al corretto funzionamento dei mercati commerciali e soprattutto rimandando al prossimo futuro, con continui rilanci di nuova liquidità, il momento della chiusura dei conti tra debitori e creditori. Tuttavia prima di entrare direttamente nelle infinite contraddizioni del sistema monetario moderno, è opportuno avere ben chiaro attraverso semplici esempi come funziona esattamente tale sistema, in modo da sapere chi crea, come si alimentano, dove si annidano i paradossi di cui abbiamo parlato. Malgrado le complicazioni tecniche che vengono continuamente tirate in ballo, il sistema in verità è molto semplice e non servono particolari conoscenze di contabilità per capire gli schemi che verranno utilizzati.
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mercoledì 10 ottobre 2012
LA BANCA CENTRALE PUBBLICA DELL’ARGENTINA E’ UN FARO PER LA DEMOCRAZIA NEL MONDO
Quando l’equipaggio di una
nave si trova in mare aperto, nel mezzo di una tempesta, e di una Tempesta
Perfetta per giunta, l’unica cosa che vorrebbe disperatamente scorgere
all’orizzonte è la luce di un faro.
La salvezza, la terraferma. In Argentina,
all’estremità sud del paese, poco più a est della Terra del Fuoco, si trova una
piccola isola, quasi uno scoglio in verità, dove c’è un antico faro dal nome
evocativo: il Faro della Fine del Mondo.
Poco più in là c’è l’Antartide, con le sue immense distese di ghiaccio,
voltandosi indietro si intravedono invece le sconfinate e rigogliose praterie
argentine. E in mezzo il Faro. Un luogo magnifico ai confini del mondo, che non
a caso lo scrittore francese di romanzi d’avventura Jules Verne, l’autore di “Ventimila
leghe sotto i mari”, ha utilizzato per ambientare uno dei suoi libri meno
conosciuti: “Il faro in capo al mondo”. In effetti a partire dal 1991, il
faro argentino ha perso il primato di essere quello più a sud del mondo, perché né è stato
costruito uno a Capo Horn in Cile, ma rimane sicuramente il monumento più antico e
famoso, che oggi più che mai rappresenta un vero spartiacque simbolico di civiltà. Una speranza per tutti i
naviganti che transitano da quelle parti e sono sommersi e travolti dalle onde
della Tempesta Perfetta globale, senza sapere ancora come venirne fuori e quali strumenti utilizzare per domarla.
In perfetta analogia,
l’Argentina guidata dalla presidentessa Cristina
Kirchner, così come il Venezuela di Chavez, l’Ecuador di Correa, la Bolivia
di Evo Morales, è diventato un faro, una speranza per quei popoli del mondo,
dall’Europa alla Cina passando per gli Stati Uniti, che oggi aspirano a
ripristinare un regime democratico al
servizio dei cittadini e dei diritti umani, dopo essere stati soppressi e
repressi dall’occupazione quasi militare dei tecnocrati, dei faccendieri, dei
politicanti, degli elefantiaci apparati dirigisti che lavorano alacremente soltanto per tutelare gli interessi delle lobbies finanziarie, dei comitati
d’affari, delle corporazioni multinazionali. Un abisso di distanza in termini
di cammino evolutivo della civiltà, che è ancora più accentuato dal fatto che
la censura della propaganda di regime dilagante
in Europa impedisce a noi cittadini di sapere cosa stia accadendo esattamente
in Sudamerica, visto che gli organi di informazione su ordine preciso dei loro
potenti committenti hanno completamente tagliato fuori dai circuiti della
stampa e della televisione le notizie provenienti da quei paesi. Senza andare
troppo per il sottile, il continente
sudamericano è stato letteralmente cancellato dalle carte geografiche del mondo,
perché i cittadini lobotomizzati e teleguidati d’Europa e degli Stati Uniti non
devono sapere nulla dei cambiamenti che stanno avvenendo laggiù. I drastici mutamenti di paradigma rispetto al
dogmatismo medievale dell’Occidente, con il loro cattivo esempio, potrebbero infatti
spezzare di colpo la catena psicologica
su cui si fonda gran parte dell’egemonia totalitarista che ci governa: TINA, There Is No Alternative, non c’è nessuna
alternativa alla tecnocrazia neoliberista, si fa come dicono loro e basta. E
invece, al pari di ogni altra questione che coinvolge la vita umana, l’alternativa c’è, eccome se c’è. E si
chiama Argentina.
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domenica 7 ottobre 2012
LA SPENDING REVIEW E IL SALVATAGGIO DI STATO DELLA BANCA MONTE PASCHI DI SIENA
Ci vado giù pesante: la Spending
Review è la più grande truffa
mai ordita ai danni dei cittadini italiani da parte del governo dei banchieri guidato da Mario Monti. E purtroppo non è la prima e non sarà l'ultima. L’argomento in verità è stato trattato e dibattuto più
volte, ma siccome in Italia esiste da sempre la tendenza di occuparsi della pagliuzza
dimenticandosi della trave, fare un bel ripasso di certo non guasta. Il decreto
legge “Disposizioni urgenti per la revisione della spesa pubblica con invarianza dei servizi ai cittadini” approvato in gran fretta dal
parlamento il 7 agosto scorso doveva contenere una serie di norme indirizzate
ad una maggiore razionalizzazione della
spesa e soprattutto introdurre tagli per limitare gli sprechi della
politica. Eppure pochi giorni fa il governo Monti è stato costretto a varare un
altro decreto legge d’urgenza per una revisione più accorta delle spese folli e
degli sperperi della casta. Delle due l’una: o il primo decreto era
insufficiente o il secondo è ridondante. E riformulando meglio la domanda,
dovremmo chiederci: cosa conteneva davvero di così urgente il primo decreto
della Spending Review? Visto che per
raggiungere l’obiettivo inizialmente dichiarato è stato necessario emanare un
secondo decreto legge?
Andiamo con ordine. Gli sprechi, gli sperperi e la corruzione
della politica sono un danno assoluto per la democrazia a cui bisogna porre
sempre rimedio con tempestività e determinazione, utilizzando qualsiasi strumento
legislativo e avvalendosi del supporto delle istituzioni pubbliche preposte al
controllo e alle indagini, in particolare Corte dei Conti, Agenzia delle
Entrate, Guardia di Finanza e Magistratura. Questa attività di prevenzione e repressione deve essere svolta in
qualsiasi momento, sia in periodo di crisi che di crescita economica, perché il
mancato contrasto crea squilibri intollerabili e odiosi sia nell’uno che
nell’altro caso. I tagli lineari della spesa pubblica sono invece una scemenza, perché aumentano gli squilibri in
fase di crescita e amplificano gli effetti recessivi pro-ciclici, originati
principalmente dal calo dei consumi e degli investimenti, nel periodo di
contrazione. Fatta questa premessa, vediamo a grandi linee le misure
contenute nel primo decreto della Spending Review, per capire quale reale incidenza aveva sulla lotta agli sprechi, a
qualsiasi livello:
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mercoledì 3 ottobre 2012
NO MONTI DAY DEL 27 OTTOBRE A ROMA, LA MANIFESTAZIONE CHE RISCATTA GLI ITALIANI
L’Italia s’è
desta. Finalmente gli italiani, così come gli spagnoli e i greci, hanno deciso
di scendere in piazza per manifestare il loro dissenso (in certi casi vera e propria "rabbia costruttiva") contro i governi dei
tecnici inviati da Bruxelles, Francoforte e Wall Street. Gli emissari dei poteri forti che stanno
dissanguando gli stati, al solo scopo di tenere in piedi la moneta più stupida del mondo e mantenere intatte le posizioni di
privilegio dei grandi gruppi finanziari e della minoranza benestante della
popolazione che vive di rendita e non di lavoro. Sabato 27 ottobre a Roma ci sarà una grande manifestazione dallo slogan più che mai azzeccato e pertinente, a cui ognuno potrà dare
la propria connotazione: No Monti Day.
Non vogliamo più Mario Monti e la sua cricca di cialtroni, che hanno peggiorato
e non poco le condizioni finanziarie, politiche ed economiche dell’Italia. Non vogliamo più la finanza e i "mercati" come unici enti dirigisti e monopolisti della politica economia di un paese democratico, riportando l'accento sui diritti dei cittadini e le dinamiche del bene comune. Non
vogliamo più i presunti tecnici mai
eletti democraticamente che di tecnica economica capiscono poco o nulla e difendono in modo più che mai evidente e palese interessi plutocratici e privatistici diversi da quelli collettivi.
Queste ultime affermazioni vanno ovviamente motivate, ma non lo farò tanto con le mie parole che
possono essere troppo faziose e di parte, quanto con quelle di un vero tecnico
che lavora ogni giorno sui dati e sui fatti: il presidente della Corte dei
Conti Luigi Giampaolino. Il
funzionario pubblico ha già fatto sapere ieri agli incompetenti pivelli al governo ammantati dall’aura fumosa del
tecnicismo che la loro gestione è stata un disastro e forse farebbero
meglio a ritornare nelle aule dell’università a studiare un po’ di tecnica economica.
L’occasione è ufficiale e non ufficiosa, ci troviamo all’audizione di fronte
alle Commissioni Bilancio riunite di Camera e Senato per commentare il Documento di Economia e Finanza (DEF),
presentato dal governo. Cominciamo con la prima stoccata. “La somministrazione di dosi crescenti di austerità e rigore al singolo Paese, in assenza
di una rete protettiva di coordinamento
e di solidarietà, e soprattutto se incentrata sull'aumento del prelievo fiscale, si rivela, alla prova dei fatti, una terapia molto costosa e in parte inefficace.
E che, neppure, offre certezze circa il definitivo allentamento delle tensioni
finanziarie”. Tradotto
in sintesi: aumentare le tasse in periodo di recessione è una scelta folle che
non serve nemmeno a rassicurare i “mercati”
e abbassare lo spread, visto che fra
l’altro non esiste in Europa alcuno strumento compensativo che consenta al singolo stato di
redistribuire per altra via i soldi sottratti con le tasse. Continuiamo.
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