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venerdì 25 ottobre 2013

ACCORDO DI LIBERO SCAMBIO USA-UE: UN’ALTRA MAZZATA PER LA NOSTRA ECONOMIA

A grande richiesta, oggi inauguro una nuova linea editoriale di questo blog, basata su articoli più brevi e notizie più circoscritte. Ciò non significa che non cercheremo di volta in volta di tirare le conclusioni e fare una sintesi degli argomenti trattati, ma questo avverrà come quando si costruisce un grande mosaico partendo da piccole tessere sparpagliate e disperse. Ogni tessera deve essere collocata al posto e al momento giusto per avere una visione d’insieme sempre più obiettiva e chiara di ciò che sta accadendo intorno a noi. E cominciamo subito con la più stretta attualità: l’accordo di libero scambio in corso d’opera fra Stati Uniti e Unione Europea, il quale è stato di recente messo in discussione sia dai francesi che dai tedeschi a causa della “rumorosa” e più che mai “tempestiva” diffusione dello scandalo Datagate. Inspiegabilmente, i servizi di spionaggio francesi e tedeschi si accorgono solo oggi che l’intelligence americana, attraverso il programma NSA (National Security Agency), controllava da anni ogni foglia che si muoveva in Europa. Come mai? E’ una pura coincidenza che questa indignazione unanime dei paesi europei sia arrivata proprio a conclusione degli accordi di libero scambio, oppure c’è dell’altro?

venerdì 19 aprile 2013

LE MENZOGNE DI REINHART E ROGOFF: IL DEBITO PUBBLICO NON E’ LA CAUSA DELLA RECESSIONE




In questi giorni sta montando un ampio dibattito a livello mondiale (del tutto ignorato in Italia, ma questa non è una novità, visto che noi abbiamo ben altre faccende a cui pensare, come votare nientedimeno che Romano Prodi, la Thatcher nostrana versione mortadella ruspante, al Quirinale: quando si dice il nuovo che avanza!) sugli errori commessi dai celebri economisti di Harvard Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff nel calcolo della correlazione fra alto debito pubblico e bassa crescita economica. Secondo la tesi e i dati ricavati dai due studiosi, quando il debito pubblico supera la soglia critica del 90% del PIL assistiamo ad una progressiva stagnazione o addirittura ad una recessione dell’economia. Il paper incriminato risale al 2010, “Growth in a Time of Debt”, ma solo oggi tre sconosciuti economisti dell’Università del Massachusetts, Thomas Herndon, Michael Ash e Robert Pollin, sono riusciti con un altro paper, dal titolo “Does High Public Debt consistently stifle Economic Growth? A critique of Reinhart and Rogoff”, a smascherare tutti gli errori di calcolo, alcuni dei quali davvero grossolani, compiuti dai due ben più noti e accreditati economisti. La vicenda ha del paradossale, perché soprattutto negli Stati Uniti il lavoro di Reinhart e Rogoff era stato fino ad oggi un punto di riferimento per tutti i sostenitori dell’austerità e del taglio dei deficit pubblici, imputando solo a questi ultimi la causa principale della bassa crescita economica. Ora per i cosiddetti “falchi del debito pubblico” rimangono solo due strade: o ritrattare tutto quanto permettendo al governo di attuare le necessarie manovre anticicliche di aumento dei deficit pubblici per far ripartire la crescita (cosa molto improbabile), oppure assoldare un altro gruppo di noti economisti per manipolare altri dati e confermare la loro tesi insensata.


Questa è l’economia, bellezza! Chi ha i soldi dice cosa è vero e cosa è falso, chi non ne ha non solo non ha diritto di parlare ma non può nemmeno entrare nelle statistiche e nei sondaggi, perché da che mondo è mondo solo chi spende fa economia, mentre chi non ha niente da spendere fa la fame. L’economia infatti è una disciplina molto strana che si occupa molto di più di quanti profitti o soldi spende un miliardario (perché questo fa alzare notevolmente il PIL), rispetto a quante ingiustizie e iniquità redistributive esistono nel mondo. Essendo una materia fatta ad uso e consumo di chi i soldi già ce li ha, è chiaro che i suoi maggiori esperti e cultori mondiali non fanno altro che sfornare studi su studi, papers su papers, libri su libri per irrobustire le ragioni e le istanze di chi gli ha consentito di diventare celebri. E purtroppo, qualche tempo fa, anche io ho partecipato all’orgia di successo dei due campioni della menzogna di Harvard, più per curiosità che per reale interesse, comprando il loro best seller “Questa volta è diverso. Otto secoli di follia finanziaria”, rimanendo sconcertato dopo aver letto le prime pagine: con la tipica perentorietà di chi declama l’ovvio, i due economisti mettevano sullo stesso piano debito pubblico, debito privato e debito estero, facendo velatamente intendere che la crisi di un paese potesse nascere indifferentemente dall’aumento dell’una o dell’altra tipologia di debito. Cosa ovviamente falsa, ma tanto cara a chi li aveva convinti a suon di lauti compensi a scrivere quelle cavolate. Ma perché le persone ricche odiano così tanto il debito pubblico?

mercoledì 10 aprile 2013

DIFFERENZA FRA UNO STATO DEMOCRATICO A MONETA SOVRANA E UN NON STATO DELL’EUROZONA


Molte persone sono ancora ferme a considerare la sovranità monetaria come un semplice concetto economico-finanziario, da cui dipendono alcune scelte di politica monetaria e poco altro: secondo questo approccio generalista, la sovranità monetaria consentirebbe ai governi di "stampare" moneta creando inflazione, mentre la mancanza di sovranità monetaria premierebbe la cultura della stabilità sia fiscale che finanziaria e favorirebbe l’indipendenza delle banche centrali dai governi. Non è affatto così. La sovranità monetaria, oggi come oggi, è un vero spartiacque giuridico-istituzionale fra gli stati che possono ancora ambire ad essere democratici e quelli che ormai hanno deciso di calpestare le costituzioni nazionali in nome di non meglio precisati interessi privati e di casta. Continuare a presentare la sovranità monetaria come un principio retrogrado e nazionalista, superato ormai da più moderni ed efficienti meccanismi di gestione dei flussi finanziari, fa parte di un preciso disegno dei regimi oligarchici, che hanno interesse da una parte a separare i governi dalla loro naturale funzione monetaria e dall’altra a controllare i maggiori organi di informazione affinchè l’opinione pubblica venga sempre di più allontanata dalla verità dei fatti. La democrazia dai suoi doveri egualitari e redistributivi. I cittadini e i lavoratori dai loro diritti umani e sociali acquisiti nei secoli.


Non è un caso che all’interno del pastrocchio istituzionale dell’eurozona, dove la sovranità monetaria dei singoli stati membri è stata messa al bando per favorire la nascita del comitato d’affari facente capo alla banca centrale autonoma e indipendente BCE, continuano a susseguirsi infrazioni su infrazioni delle consolidate norme costituzionali che da un centinaio di anni almeno tutelano la dignità dei cittadini in Europa. A settembre scorso siamo rimasti con il fiato sospeso in attesa che la Corte Costituzionale tedesca di Karlsruhe si pronunciasse sulla legittimità del Meccanismo Europeo di Stabilità, mentre in questi giorni è stata la Corte Costituzionale del Portogallo a contestare alcune delle misure del piano di austerità del governo perché ampiamente discriminatorie nei confronti di certi cittadini (in particolare ci riferiamo ai lavoratori, pubblici e privati, e ai pensionati) a favore di altri (i maggiori beneficiari del comitato d’affari di Bruxelles: grandi imprenditori, politici, banchieri, rentiers). A ottobre prossimo toccherà invece di nuovo alla Corte Costituzionale tedesca emettere il verdetto di condanna o assoluzione sulle nuove iniziative di acquisto illimitato di titoli intraprese (almeno a parole) dalla BCE. Nessuna notizia perviene invece dalla Corte Costituzionale italiana, che si accapiglia sui cavilli più insignificanti dei decreti legislativi del governo e del parlamento ma non ha mai visto tutto ciò che è stato fatto alla nostra tanto osannata carta costituzionale negli ultimi trent’anni, con l’adesione agli scellerati accordi monetari europei. Da che mondo è mondo, spostare una trave è sempre stato molto più complesso e faticoso che giochicchiare con una pagliuzza. Soprattutto se quella trave è stata messa lì con la compiacenza e il tacito assenso di chi dovrebbe essere incaricato a spostarla.

mercoledì 5 settembre 2012

LA SPESA PUBBLICA A DEFICIT FA GIRARE L’ECONOMIA, L’AUSTERITA’ CONDUCE ALL’ANARCHIA


Il dibattito intorno alla correttezza del PIL (Prodotto Interno Lordo) come misuratore della ricchezza di un paese comincia a farsi davvero interessante. Da una parte ci sono i sostenitori della “decrescita felice”, i quali credono che con una costante riduzione del PIL staremmo tutti meglio e dall’altra c’è la classe dirigente attuale, formata da tecnocrati della finanza, politicanti, sindacalisti, giornalisti di regime che continuano tutti i giorni a ripetere la solita solfa della “crescita” a tutti i costi, perché solo così potremo garantire una maggiore occupazione e soprattutto rimborsare i debiti contratti in passato con banche e società finanziarie, che alla fine della fiera sono i veri burattinai finali di questo teatrino di commedianti. Ovviamente, come spesso avviene in questi casi, la verità sta sempre in mezzo e chi si pone agli estremi del dibattito rischia di cadere in uno di quei contorti avvitamenti della logica che finisce poi per gettare discredito sulla parte sana e condivisibile della sua rivendicazione. 

Innanzitutto perché il PIL è un numero e in quanto tale non può essere buono o cattivo a prescindere: il giudizio di merito sul PIL dipende dal percorso e dalle modalità utilizzate per ottenere quel numero e non dal numero in se stesso. In secondo luogo perché il PIL è un elemento della contabilità nazionale che computa a consuntivo ciò che è avvenuto in un certo paese in un determinato periodo di tempo, limitandosi a quantificare l’esistente senza dare alcuna indicazione su ciò che può o dovrebbe essere fatto in futuro. Malgrado tutti i tentativi di riportare la questione sul campo etico, politico, umano, psicologico, il PIL è e rimarrà un numero neutro, che misura l’effetto dell’azione umana e non può essere in alcun modo incluso fra le cause che spingono l’azione umana a fare determinate scelte o a percorrere particolari direzioni invece che altre.

giovedì 21 giugno 2012

MODERN MONEY THEORY MMT, SESTA LEZIONE SULLO STRANO CASO DELL’EUROZONA


Mai lezione dell’economista Randall Wray, principale fondatore e sostenitore della Modern Money Theory MMT, poteva essere più attuale, perché in effetti oggi l’eurozona è il caso più strano di istituzione politica-economica del mondo e sicuramente quello più studiato e seguito dagli osservatori internazionali (una specie di Doctor Jekyll e Mister Hyde della politica e della finanza, un tempo modello di prosperità e sviluppo e ora simbolo di declino e recessione). I riflettori sull’eurozona sono stati puntati a partire dallo scoppio della crisi del 2008, ma in effetti parecchi economisti, fra cui lo stesso Randall Wray o Charles Goodhart, avevano fatto notare già dal 1990, due anni prima della firma dei trattati di Maastricht, che l’eurozona era un progetto insostenibile e inadeguato che non avrebbe mai potuto superare le criticità di una qualsiasi forma di crisi finanziaria o economica interna o globale. I fatti stanno dimostrando che le loro analisi erano corrette e l’eurozona avrà bisogno a breve di una trasformazione radicale della sua struttura portante se vuole continuare a stare in piedi ancora per qualche anno.


Dato che nelle prossime lezioni esamineremo nel dettaglio le operazioni fiscali e monetarie che può effettuare una nazione con moneta sovrana (Stati Uniti, Gran Bretagna, Giappone), era opportuno aprire questa parantesi sullo strano caso dell’eurozona, dove appunto non esiste una moneta sovrana e non c’è di conseguenza alcun legame fra le politiche fiscali del governo (spesa pubblica e tassazione) e la scelte di politica monetaria della banca centrale BCE (tassi di interesse, riserva obbligatoria, operazioni di rifinanziamento del settore bancario, mantenimento della stabilità dei prezzi). Non entreremo nei dettagli della stretta attualità, perché gli eventi si muovono troppo velocemente e non possiamo sapere come verranno gestiti di qui a qualche mese, ma anche a giorni (vedi prossimo vertice europeo del 28 e 29 giugno a Bruxelles) dai burocrati dell’Unione Europea e dai capi di governo dei singoli stati (anche se lo possiamo intuire). Ma sappiamo già per certo che un cambiamento di impostazione di tutti i paesi membri sarà necessario per rendere sostenibile l'intero progetto.

mercoledì 6 giugno 2012

MODERN MONEY THEORY MMT: DOTTRINA MISTICA DELLA MONETA O RIVOLUZIONE CULTURALE?


Prima di continuare lo studio e l’approfondimento della teoria economica americana della Modern Money Theory MMT attraverso le lezioni del professore Randall Wray, mi sembrava opportuno aprire una piccola parantesi e fare alcune precisazioni sui motivi che mi spingono a studiare e ad interessarmi a questa nuova corrente di pensiero, che in verità tanto nuova non è, quantomeno nelle sue tematiche strettamente scientifiche ed accademiche. Tralasciando però per il momento i dettagli tecnici, bisogna riconoscere che nelle sue intenzioni dichiarate il movimento MMT, pur nella grossolana versione strillata o spacciata come facile propaganda di acchiappo, racchiude in sintesi molte delle principali rivendicazioni e istanze sociali che hanno da sempre guidato il processo di emancipazione della civiltà umana dalla barbarie economicista dell’oscurantismo, della repressione e dell’oppressione brutale dell’uomo sull’uomo: l’equità, l’uguaglianza dei diritti e dei doveri, la libertà individuale, la dignità dei lavoratori, l’assistenza ai più disagiati, la solidarietà, lo sviluppo sostenibile.


Basterebbe solo questo breve elenco di principi sacrosanti e universali per giustificare l’interesse verso qualsiasi scuola di pensiero che si propone di rendere concrete ed attuabili tali riforme. Con tutto il dovuto rispetto e avendo chiara le diverse condizioni storiche di partenza, la Repubblica di Platone non presentava lo stesso grado di apertura e partecipazione collettiva alla vita pubblica, politica ed economica di una comunità. Eppure Platone viene spesso osannato come una vetta del pensiero democratico e liberale, un vero maestro del buon governo, mentre chiunque si propone oggi di fare di più e meglio viene subito tacciato di essere un ciarlatano, un visionario, un allocco facilmente suggestionabile e manipolabile. Amara constatazione che nessuno è profeta in patria e la gloria è purtroppo nel migliore dei casi una conquista postuma per tutti gli uomini di buona volontà.

mercoledì 23 maggio 2012

LA CRISI DELL’EUROZONA, I NUMERI DI MONTI E L’INSOSTENIBILE INSTABILITA’ DEI MERCATI FINANZIARI


Fa piacere trovare anche fra le fila del partito più di regime e allineato con le politiche neoliberiste del governo Monti, il PD di Bersani con tutta la sua ciurma di pseudo-economisti dell’ultima ora, persone che prendono decisamente le distanze dalla follia derivante dal brusco ridimensionamento dell’intervento statale in economia e dalla brutale cancellazione dei diritti democratici e del patto sociale fra stato e cittadini che direttamente ne consegue. Si tratta del giornalista, politico ed economista Piergiorgio Gawronski, nipote del più famoso Jas, che già nel 2007 aveva osato sfidare alle primarie del PD nientedimeno che il gerarca assoluto del partito Pierluigi Bersani e dopo una breve esperienza come consulente economico della presidenza del consiglio, è tornato all’insegnamento e alla scrittura.


Per carità, si tratta sempre di una persona dell’alta nomenclatura che da sempre vive nella sua comoda posizione di privilegiato, fatta di corsie preferenziali e sollecite segnalazioni, ma quantomeno fa parte di una ristretta élite illuminata e non di quella debordante torma di fulminati, che spesso siamo costretti a subire. C’è élite ed élite insomma e non tutti i ricchi sono per natura stupidi, corrotti e usurpatori, anzi, anche se purtroppo come accade già nell’economia (moneta cattiva caccia quella buona), pure nella società vale spesso la spietata legge di Gresham. In più di un’occasione Piergiorgio Gawronski ha infatti dichiarato pubblicamente di essere in aperto contrasto con la linea rigorista e bigotta del partito, e oggi continua inascoltato a sostenere che per uscire dalla crisi in corso l’unica strategia certa, sicura, vincente da applicare sono le politiche espansive di tipo keynesiano di stimolo della domanda aggregata. Si vede che un barlume di intelligenza ancora naviga solitario anche dentro quella marea di stupidità, menzogne, contraddizioni e reticenze che è oggi il PD.


lunedì 14 maggio 2012

MONETA, DEBITO E SPESA PUBBLICA: SOLUZIONI SEMPLICI PER PROBLEMI COMPLESSI


Dopo gli ultimi scossoni elettorali in Europa la dottrina mistica del rigore e dell’austerità filo-tedesca comincia a mostrare le prime crepe. In Francia, il nuovo presidente Hollande aveva detto di voler rimettere in discussione gran parte delle direttive del Fiscal Compact, in particolare quelle che prevedono un rientro programmato del debito pubblico cumulato entro la soglia del 60% del PIL e la disciplina del pareggio di bilancio come regola aurea (?) di comportamento da parte dei governi nazionali (in una crisi creata esclusivamente dall’eccesso di debito privato, non ha alcun senso continuare a penalizzare la finanza pubblica). Ma bisogna ancora capire fino a che punto i propositi di Hollande facevano parte di una precisa strategia propagandistica da utilizzare solo in campagna elettorale e dove cominciano invece le reali intenzioni di sovvertire la severa impostazione rigorista e deterministica della tecnocrazia europea, che asseconda il ciclo recessivo in corso e lascia poco spazio alla discrezionalità delle manovre anticicliche di politica economica dei singoli stati e dell’unione nel suo complesso.

In Grecia le elezioni hanno mostrato un’evidente insofferenza nei confronti delle stesse regole di austerità da applicare sia al settore pubblico che privato in cambio dei pacchetti di aiuti di salvataggio. Il voto in Germania ha bocciato lo stesso partito della Merkel. In Italia dopo le elezioni amministrative che hanno decretato un successo clamoroso della nuova compagine politica del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, sia a destra che a sinistra sono cominciati i mal di pancia verso il governo dei banchieri guidato dal tecnocrate europeista e neoliberista Mario Monti, dato che l’eccessivo appiattimento rispetto alla linea del rigore inutile caldeggiata dai tecnici del nulla ha causato una conseguente perdita di consenso da parte dei partiti tradizionali. Inoltre la gente, nonché qualche sparuto drappello di giornalisti di regime illuminati sulla via di Damasco, ha cominciato a capire che l’austerità è matematicamente, conti alla mano, una medicina che in tempo di recessione rischia di uccidere il malato più rapidamente rispetto al normale decorso della malattia. Il miracolo sta avvenendo insomma.

mercoledì 9 maggio 2012

MODERN MONEY THEORY MMT, QUINTA LEZIONE SULLA PIRAMIDE DEL DEBITO E DEI PAGAMENTI


E’ inutile girarci intorno, la questione monetaria rappresenta oggi il cuore di tutti i problemi riguardanti la crisi economica e finanziaria: una volta compreso a fondo il ruolo del denaro e le metodologie di creazione e distribuzione della moneta, potremo forse dare risposta ad ogni nostra domanda e capire quali soluzioni sono davvero praticabili e quali invece sono inefficaci. In mancanza di questo necessario passaggio di comprensione e consapevolezza, tutti i discorsi sulla crisi e sulle sue possibili soluzioni risulteranno sempre parziali e approssimativi, perché privi della causa scatenante e dell’elemento unificante: la moneta e il debito. Il dilemma principale che attanaglia le economie delle nazioni più sviluppate come quelle dei paesi meno evoluti ruota sempre intorno al curioso ed inquietante modo in cui gli stati cosiddetti democratici e moderni decidono volontariamente di indebitarsi con delle istituzioni private (banche commerciali e banche centrali) per potere spendere una moneta di cui in teoria potrebbero avere già il pieno controllo e la legittimazione politica per crearne e distribuirne presso la popolazione la quantità necessaria, sufficiente, utile a consentire un corretto funzionamento dell’economia.
Perché lo Stato si indebita? Fino a che punto può reggere un’economia fondata sul debito? Non sarebbe più logico lasciare allo Stato il diritto di crearsi la propria moneta, limitando il potere sproporzionato delle banche al normale ruolo di intermediazione del credito presso i privati? In un precedente articolo avevamo visto come il problema spesso puramente linguistico del debito pubblico poteva essere risolto con due semplici operazioni: 1. La banca centrale potrebbe accreditare periodicamente al ministero del tesoro la quantità richiesta di soldi privi di debito da spendere nell’economia, in linea con gli andamenti costantemente monitorati dell’occupazione, dell’inflazione e dello sviluppo sostenibile (politica fiscale); 2. La banca centrale potrebbe continuare ad emettere titoli di stato fruttiferi sempre coperti e rimborsabili per drenare liquidità dai mercati e immettere nuova liquidità secondo le esigenze dei mercati stessi (politica monetaria). Per capire meglio come si potrebbe facilmente arrivare a questi due obiettivi, riprendiamo il percorso di approfondimento della Modern Money Theory MMT, secondo quanto insegnato da uno dei massimi sostenitori della teoria, il professore Randall Wray, sul sito New Economic Perspectives.

giovedì 3 maggio 2012

I PREMI NOBEL PER L’ECONOMIA CONTRO LA SANTA INQUISIZIONE DEL PAREGGIO DI BILANCIO


Mettiamola così. L’economia non è mai stata una scienza esatta, perché le sue conclusioni e le sue presunte verità assolute sono sempre relative al periodo storico, al luogo geografico, alle abitudini lavorative e di consumo, alle tradizioni produttive del contesto preso in considerazione. Per semplificare tutte le numerose variabili che insistono in un particolare processo economico, gli studiosi della materia fin dalle origini hanno dovuto ricorrere all’utilizzo di modelli descrittivi. Per ogni particolare fenomeno economico possono essere costruiti infiniti modelli e nonostante la precisione di alcuni di questi modelli, nessuno può essere considerato il migliore in assoluto per il semplice motivo che non può essere replicato.


Basta spostarsi di qualche chilometro o posticipare di qualche giorno il termine dell’analisi e molti dei parametri utilizzati nel nostro modello possono essere già cambiati, inficiando i risultati del nostro iniziale esperimento. Come è noto invece le scienze esatte non soffrono di questa estrema debolezza di fondo, perché alcune leggi e principi matematici, fisici, chimici, biologici hanno validità universale e non cambiano spostandoci nello spazio e nel tempo, consentendo ciò che in economia non potrà mai essere garantito: la ripetibilità dell’esperimento. Due più due fa quattro sia in Groenlandia che in Antartide, sia oggi che domani, fra un anno, fra un secolo. Lo stesso non può dirsi per qualsiasi operazione o regola economica.

lunedì 23 aprile 2012

INFLAZIONE, NO GRAZIE: GLI ERRORI DELLA TEORIA QUANTITATIVA DELLA MONETA DI FRIEDMAN


Nel precedente articolo parlando di inflazione abbiamo cominciato a vedere come alcuni luoghi comuni sull’indicatore dell’aumento dei prezzi al consumo siano completamente infondati. In particolare il legame fra la crescita dell’offerta di moneta e l’aumento dell’inflazione, che deriva dalla famigerata “teoria quantitativa della moneta” elaborata dall’economista americano e vate “fulminato” del neoliberismo Milton Friedman, non ha alcun fondamento logico e scientifico. Nell’articolo di oggi vedremo infatti come grazie a semplici deduzioni e ragionamenti si riesca a smontare pezzo per pezzo tutta l’impalcatura caracollante della teoria di Friedman.

Prima di iniziare l’analisi della teoria principale del monetarismo vediamo subito un altro esempio concreto che dimostra come l’inflazione sia un fenomeno molto più complesso e articolato di quello che vorrebbero farci credere certi economisti. Come sappiamo il Giappone è una nazione che ha un debito pubblico enorme, che di recente ha sforato il 220% del PIL nazionale. Ciò significa che il governo giapponese, tramite il supporto della banca centrale Bank of Japan, ha collocato negli ultimi anni una notevole quantità di titoli di stato e ampliato i margini di spesa pubblica rispetto alle entrate fiscali, allungando la liquidità presente sul mercato interno. Eppure dopo parecchi anni di deflazione, l’inflazione ha avuto un tasso di crescita molto basso nell’ultimo periodo, aggirandosi intorno ad un misero 0,3%. Come mai? Secondo le strampalate elucubrazioni mentali dei neoliberisti, il Giappone non dovrebbe essere sotterrato sotto una valanga di iperinflazione?

lunedì 2 aprile 2012

LA FOLLIA DEL DEBITO PUBBLICO CHE NON ESISTE E GLI APPRENDISTI STREGONI DELL’UNIONE EUROPEA


Se non potete spiegare la cosa con semplici parole, non l’avete ancora capita bene

Albert Einstein (1879-1955), fisico tedesco nato in Germania e professore Premio Nobel 1921.

Prendendo spunto da questa frase di Einstein oggi tenterò a parole mie, spero semplici e comprensibili, di spiegare ancora una volta cosa sta accadendo in Italia, nell’eurozona e dall’altra parte dell’oceano dal punto vista politico, economico e finanziario. Non userò tabelle, grafici, equazioni, formule matematiche o numeri strani, ma mi affiderò soltanto alla disciplina in cui prediligo avventurarmi: la logica. La stessa logica che manca ai politici italiani di tutte le fazioni, ai giornalisti mainstream, agli economisti strapagati di regime, ai cittadini ed elettori che non si sono mai fermati a ragionare sui veri motivi del tracollo del nostro paese.  


Come ho già detto spesso nei precedenti articoli, secondo me tutti i problemi in cui siamo incastrati oggi, il debito pubblico, lo spread, i mercati, la paura infondata dell’inflazione non sono tanto fenomeni di carattere economico, scientifico, tecnico, ma hanno molta più attinenza con le angosce ancestrali dell’anima umana (l’incertezza, il futuro, la precarietà) e dipendono molto dal modo in cui noi le percepiamo e dall’usuale maniera in cui ci vengono comunicate dagli altri. Nel Medioevo tutti credevano alle streghe o alla magia nera per spiegare le cose che non capivano, ma poi qualcuno cominciò a parlare con un linguaggio nuovo e a dimostrare che gli eventi naturali si svolgevano in tutt’altra maniera, e la paura delle streghe cessò.

martedì 27 marzo 2012

COME LA MODERN MONEY THEORY MMT VEDE LA FOLLIA NEOLIBERISTA DELLA CRISI DELL’EUROZONA


Oggi vediamo un altro punto di vista della Modern Money Theory MMT sulla crisi finanziaria dell’eurozona, che coinvolge direttamente anche l’Italia. Si tratta dell’intervento dell’avvocato e professore di economia e diritto William K. Black, docente presso l’University of Missouri Kansas City, pubblicato sul blog New Economic Perspectives e tradotto in italiano sul sito Tlaxcala. Le considerazioni di Black sono molto illuminanti per capire fino a che punto si sta spingendo la follia e l’illogicità neoliberista dei tecnocrati europei.


Nessuno odia l’euro come moneta in se, ma tutti gli economisti e i critici dotati di una certa competenza e obiettività sottolineano come l’euro non abbia nessuna delle caratteristiche necessarie per diventare la moneta unica di un’area valutaria imperfetta e insostenibile come l’eurozona. La pretesa dei tecnocrati europei di trasformare tutti gli stati dell’unione monetaria in esportatori netti, tramite una progressiva deflazione dei salari e dei diritti dei lavoratori, cozza persino contro la più elementare delle evidenze logiche, secondo la quale non tutti i paesi possono diventare esportatori netti contemporaneamente. Non sarà il caso di ricominciare ad occupare democraticamente i nostri stati?

mercoledì 7 marzo 2012

MODERN MONEY THEORY MMT, TERZA LEZIONE SUL REGIME DI CAMBIO FISSO E FLUTTUANTE


La lezione di oggi del professore di economia Randall Wray, che riassume alcuni articoli pubblicati sul sito New Economic Perspectives, descrive in particolare le differenze che esistono fra le nazioni che utilizzano un regime di cambio fisso o rigido della moneta e quelle che invece adottano il tasso di cambio variabile o fluttuante. Siccome l’euro è una moneta “strana” che agisce a cambio fluttuante nei confronti delle altre valute estere, ma all’interno di ogni singolo stato dell’eurozona si comporta come una moneta agganciata ad una valuta estera (dato che uno stato può ottenerla solo chiedendola in prestito alle banche private o aumentando il saldo delle sue partite correnti, esportazioni meno importazioni), capire la differenza fra i due regimi di cambio risulta molto importante per noi europei, soprattutto in termini di vantaggi e di svantaggi.

Inoltre secondo molti economisti di una certa fama, non solo gli studiosi americani appartenenti alla corrente della Modern Money Theory (MMT), l’imposizione del pareggio di bilancio prevista dal Fiscal Compact approvato lo scorso 1 marzo comporta un’altra incredibile distorsione: l’euro non solo dovrà essere gestito da ogni singolo stato in un regime di cambio fisso, ma sarà anche limitato a monte per decreto come se le sue riserve fossero esauribili, al pari delle miniere di oro. In un mondo in cui tutte le nazioni utilizzano liberamente la loro moneta fiat creata dal nulla e praticamente illimitata, gli europei sono gli unici che si autoimpongono per decreto il regime di cambio fisso di tipo gold standard (conversione rigida della moneta con un bene finito e non rinnovabile come l’oro), che veniva utilizzato 100 anni fa e portò alla Grande Depressione del 1929. Saranno pazzi questi europei? O sono soltanto masochisti? Oppure i tecnocrati europei vogliono ripristinare le condizioni medioevali di schiavitù della popolazione da cui i nostri antenati si erano liberati combattendo?      

martedì 6 marzo 2012

LA BANCA CENTRALE E LA MONETIZZAZIONE DEL DEFICIT PUBBLICO DELLO STATO


Cosa può fare una banca centrale a moneta sovrana rispetto a una banca centrale a moneta non sovrana? Qual è la vera differenza fra la Federal Reserve degli Stati Uniti e la BCE europea? Come può finanziare i suoi deficit pubblici uno stato sovrano? Per chi vuole capire in quale pasticcio sia cascata l’Italia (o la Grecia) aderendo all’eurozona e rinunciando alla propria sovranità monetaria, queste sono le domande più impellenti a cui bisogna dare risposta.

Un ottimo articolo pubblicato qualche tempo fa sul blog Voci dall’Estero chiarisce molti di questi aspetti e spiega in maniera semplice e diretta in quale modo una vera banca centrale, come la Federal Reserve negli Stati Uniti, può sostenere i disavanzi pubblici dello stato attraverso la monetizzazione del deficit e la creazione di nuova base monetaria (banconote cartacee, monete o riserve bancarie).

mercoledì 8 febbraio 2012

IL CROLLO DELL’EURO SARA’ UN EVENTO SIMILE ALLA FINE DEGLI ACCORDI DI BRETTON WOODS


Continuiamo il nostro viaggio nel cuore del sistema finanziario europeo: TARGET2, il sistema di regolamento e compensazione dei pagamenti fra le banche private e centrali dei 17 paesi dell’Eurozona. Nell’articolo di ieri abbiamo visto che prima del 2008 il sistema era tutto sommato in equilibrio, perché i maggiori volumi di esportazioni di beni dalla Germania verso i paesi della periferia (PIIGS, Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna) erano stati compensati dall’acquisto di titoli finanziari (pubblici e privati) di questi stessi paesi da parte delle banche private tedesche, che si erano ritrovate con un eccesso di riserve da investire.

Dopo lo scoppio della crisi dei conti pubblici della Grecia nel 2008, la situazione è cambiata radicalmente perché le banche tedesche hanno interrotto i loro investimenti finanziari e i trasferimenti di riserve nei paesi della periferia, rendendo evidenti gli squilibri commerciali fra i 17 stati dell’Eurosistema. La Germania che ha continuato ad esportare i suoi prodotti nella periferia ha accumulato circa 500 miliardi di euro di credit TARGET nella sua banca centrale Bundesbank, mentre i paesi PIIGS che non ricevevano più adeguati finanziamenti tedeschi per rimarginare il loro gap commerciale, hanno totalizzato complessivamente la stessa quantità di debiti TARGET presso le rispettive banche centrali.