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martedì 23 aprile 2013

DIARIO DI UN SACCHEGGIO: ECCO COSA VUOLE VERAMENTE DA NOI LA GERMANIA


Qualche settimana fa, un po’ per caso e un po’ per curiosità, sono venuto a conoscenza di una notizia che mi ha parecchio colpito: l’associazione Eures Germania in accordo con quella italiana aveva organizzato un lungo tour in giro per la penisola per reclutare giovani lavoratori qualificati. Il suggestivo nome di questa selezione a domicilio era “Job of my life” e ha toccato le più importanti città italiane: Roma, Napoli, Milano, Bologna, Torino, Genova, Bari, Lecce, Padova, Verona, Catania. Durante il giro sono state raccolte circa 6.300 candidature, in particolare di ingegneri e tecnici specializzati fra i 18-35 anni, da proporre alle maggiori aziende tedesche. Il reclutamento non garantiva il posto di lavoro fisso ma solo la promessa che anche in caso di momentanea bocciatura i ragazzi sarebbero stati inseriti in un database, in attesa della fatidica chiamata dalla Germania. Analoghi programmi di selezione di giovani disoccupati di elevata formazione e specializzazione sono stati organizzati pure in Irlanda, Spagna, Portogallo. Ovvero nei paesi che sono stati più danneggiati dall’atteggiamento competitivo della Germania, che ha saputo meglio sfruttare le dinamiche di squilibrio commerciale e finanziario messe in moto dalla moneta unica.


Intendiamoci, questi progetti di cooperazione internazionale e di scambio di competenze e conoscenze sono molto interessanti ed efficaci, ma solo quando presentano caratteristiche di reciprocità, multilateralità e non sono a senso unico: dai paesi poveri e disastrati verso l’unica nazione ricca e vincente, e mai viceversa. Perché, allo stesso modo di ciò che accade con lo scambio delle merci e dei capitali, si verrebbe a creare all’interno dell’eurozona uno sbilanciamento di forza lavoro qualificata a vantaggio dell’unico grande paese in surplus e a svantaggio di quelli in deficit. Condannando in pratica questi ultimi alla regressione produttiva e alla marginalizzazione nei settori a scarso valore aggiunto e innovativo. E questa è solo l’ultima sfaccettatura del saccheggio in corso, che sta avvenendo in tempo reale, sotto i nostri occhi. Mentre noi siamo impegnati ad assistere alla seconda elezione di re Giorgio Napolitano II e all’imminente insediamento del prossimo governo Amato, personaggi cioè che sono stati tra i principali artefici della distruzione del tessuto produttivo e sociale italiano, fin dai tempi dell’ingresso dell’Italia nello SME del 1979, e oggi hanno il compito specifico di difendere e tutelare la classe politica corresponsabile del disastro. Gli italiani sono talmente illusi e imbesuiti da credere che coloro che hanno “scientemente” spinto il paese verso il baratro siano gli stessi a farlo riemergere dagli abissi: misteri della fede. Dove arriva l’idolatria mistica, la ragione per forza di cose deve arretrare.   

martedì 16 aprile 2013

LA FOLLIA DELL’EURO: I TEDESCHI SONO I PIU’ POVERI, MA A MORIRE SONO I GRECI


Due notizie mi hanno molto colpito nei giorni scorsi: i tedeschi sono tra i cittadini più poveri d’Europa, e le situazione sanitaria della Grecia ormai è prossima a quella di una nazione in guerra. Eppure, come ampiamente risaputo, i poveri tedeschi sono costretti da alcuni anni, attraverso i contorti meccanismi del MES e dei precedenti fondi di salvataggio europei, ad essere i maggiori finanziatori dei piani di salvataggio di Portogallo, Grecia, Cipro, Spagna, paesi economicamente disastrati dove gli abitanti sono però mediamente più ricchi di quelli “virtuosi”. Capite bene che quando in un sistema qualsiasi, economico, sociale, naturale che sia, si vengono a creare simili disfunzioni e anomalie si vede che c’è qualcosa di folle e sbagliato alla base. Oppure i dati non raccontano esattamente la realtà dei fatti. O meglio ancora, esiste oggi in Europa una miscela esplosiva chiamata moneta unica che partendo da un errore iniziale di costruzione sta facendo impazzire tutti i dati attualmente rilevati. La verità insomma è molto più complessa di come appare e il diavolo, si sa, si nasconde nei dettagli.  


Secondo uno studio della BCE, la ricchezza netta media (finanziaria e reale) delle famiglie (o meglio dei nuclei abitativi, di coloro che in altre parole vivono sotto lo stesso tetto) è così distribuita in ordine decrescente nell’eurozona: Lussemburgo €710.100, Cipro €670.900, Spagna €291.400, Italia €275.200, Germania €195.200, Olanda €170.200, Finlandia €161.500, Portogallo €152.900, Grecia €147.800. Tuttavia se prendiamo la mediana, ovvero il valore che divide esattamente a metà la distribuzione dei dati, vedremo che la differenza di ricchezza fra i tedeschi e il resto degli europei del sud si fa stranamente ancora più marcata: Cipro €266.900, Spagna €182.700, Italia €173.200, Grecia €101.900, Portogallo €75.200, Germania €51.400. Ciò significa innanzitutto che in Germania (ma anche a Cipro, nazione di banchieri falliti) c’è una piccola frazione di famiglie ricchissime che alza di parecchio la media, mentre la maggioranza della popolazione non possiede nemmeno una casa di proprietà. E questa circostanza conferma in pratica ciò che abbiamo spesso ripetuto sull’assurda e iniqua dinamica di funzionamento  dell’eurozona: gli straordinari surplus commerciali della Germania sono stati fatti soprattutto a spese dei lavoratori tedeschi a cui sono stati chiesti i maggiori sacrifici in termini salariali, mentre ad arricchirsi è stata sempre e soltanto una ristretta casta di banchieri e imprenditori tedeschi.

mercoledì 10 aprile 2013

DIFFERENZA FRA UNO STATO DEMOCRATICO A MONETA SOVRANA E UN NON STATO DELL’EUROZONA


Molte persone sono ancora ferme a considerare la sovranità monetaria come un semplice concetto economico-finanziario, da cui dipendono alcune scelte di politica monetaria e poco altro: secondo questo approccio generalista, la sovranità monetaria consentirebbe ai governi di "stampare" moneta creando inflazione, mentre la mancanza di sovranità monetaria premierebbe la cultura della stabilità sia fiscale che finanziaria e favorirebbe l’indipendenza delle banche centrali dai governi. Non è affatto così. La sovranità monetaria, oggi come oggi, è un vero spartiacque giuridico-istituzionale fra gli stati che possono ancora ambire ad essere democratici e quelli che ormai hanno deciso di calpestare le costituzioni nazionali in nome di non meglio precisati interessi privati e di casta. Continuare a presentare la sovranità monetaria come un principio retrogrado e nazionalista, superato ormai da più moderni ed efficienti meccanismi di gestione dei flussi finanziari, fa parte di un preciso disegno dei regimi oligarchici, che hanno interesse da una parte a separare i governi dalla loro naturale funzione monetaria e dall’altra a controllare i maggiori organi di informazione affinchè l’opinione pubblica venga sempre di più allontanata dalla verità dei fatti. La democrazia dai suoi doveri egualitari e redistributivi. I cittadini e i lavoratori dai loro diritti umani e sociali acquisiti nei secoli.


Non è un caso che all’interno del pastrocchio istituzionale dell’eurozona, dove la sovranità monetaria dei singoli stati membri è stata messa al bando per favorire la nascita del comitato d’affari facente capo alla banca centrale autonoma e indipendente BCE, continuano a susseguirsi infrazioni su infrazioni delle consolidate norme costituzionali che da un centinaio di anni almeno tutelano la dignità dei cittadini in Europa. A settembre scorso siamo rimasti con il fiato sospeso in attesa che la Corte Costituzionale tedesca di Karlsruhe si pronunciasse sulla legittimità del Meccanismo Europeo di Stabilità, mentre in questi giorni è stata la Corte Costituzionale del Portogallo a contestare alcune delle misure del piano di austerità del governo perché ampiamente discriminatorie nei confronti di certi cittadini (in particolare ci riferiamo ai lavoratori, pubblici e privati, e ai pensionati) a favore di altri (i maggiori beneficiari del comitato d’affari di Bruxelles: grandi imprenditori, politici, banchieri, rentiers). A ottobre prossimo toccherà invece di nuovo alla Corte Costituzionale tedesca emettere il verdetto di condanna o assoluzione sulle nuove iniziative di acquisto illimitato di titoli intraprese (almeno a parole) dalla BCE. Nessuna notizia perviene invece dalla Corte Costituzionale italiana, che si accapiglia sui cavilli più insignificanti dei decreti legislativi del governo e del parlamento ma non ha mai visto tutto ciò che è stato fatto alla nostra tanto osannata carta costituzionale negli ultimi trent’anni, con l’adesione agli scellerati accordi monetari europei. Da che mondo è mondo, spostare una trave è sempre stato molto più complesso e faticoso che giochicchiare con una pagliuzza. Soprattutto se quella trave è stata messa lì con la compiacenza e il tacito assenso di chi dovrebbe essere incaricato a spostarla.

lunedì 5 novembre 2012

FINE DELL’EURO ATTO QUARTO: RITORNA L’INCUBO DELLA GRECIA E IL DOGMA DELL’AUSTERITA’


Ricomincia puntuale l’opera buffa dell’eurozona, con il suo quarto atto strappalacrime incentrato sulla sorte della sventurata ancella Grecia, sedotta e stuprata dagli impassibili funzionari della trojka e dai loro spietati mandanti, i progettisti e fautori del regime sovranazionale, totalitario e assolutista che ci governa. La terra che un tempo era la culla della civiltà e ha dato lezioni di politica e democrazia a tutto il mondo è diventata la miserabile sede di una delle più assurde tragicommedie di tutti i tempi, che potrebbe tranquillamente intitolarsi così: “Come conquistare l’Europa senza sparare un colpo di mortaio”. Altro giro, altra corsa: dopo il ridicolo terzo atto del vertice di Bruxelles, in cui si è deciso di rafforzare lo strapotere bancario sotto la guida premurosa della BCE, il carrozzone dei buffoni riparte dal luogo in cui tutto è partito. E mentre noi spettatori siamo distratti ad osservare le evoluzioni che si avvicendano sul palcoscenico, i soliti noti, banchieri e compagnia bella, continuano nel buio della sala a sottrarci tutto ciò che abbiamo: soldi, patrimoni, diritti, dignità, libertà individuali. Un piano formidabile, in cui ogni cosa, anche quella in apparenza più insignificante, è stata studiata nei minimi dettagli per fregarci.


Sia chiaro, la buffonata si intitola “Fine dell’euro”, perché prima o dopo questo odioso spettacolo finirà, ma non sappiamo ancora quando: fra un anno? Due anni? Fra dieci, trenta, cinquanta atti? Chissà. Purtroppo questa strana e grottesca rappresentazione si concluderà soltanto quando qualcuno tra il pubblico pagante avrà la forza di accendere la luce in sala e di risvegliare tutti gli altri dal torpore, potendo infine ammirare lo scenario raccapricciante da cui erano circondati: solo allora infatti si accorgeranno che da anni a loro insaputa una torma di uomini viscidi e impomatati stava strisciando senza sosta fra una fila e l’altra della platea per depredarli: a qualcuno aveva già tolto le scarpe, a qualcun altro il portafoglio, la giacca ad un uomo anziano, la borsa ad una donna. Questa è l’eurozona, bellezza! Sconvolti da questa scoperta, i visi pallidi, stralunati e imbambolati degli spettatori si guarderanno in faccia come se si fossero alla fine liberati da un sortilegio, un incantesimo che gli impediva di capire cosa stava accadendo attorno a loro, chi stava manovrando le marionette sul palco, come è iniziata questa truffa, questa razzia furibonda. Solo a quel punto si farà la conta dei danni di questa guerra silenziosa e subdola alla nostra pace, che da più di trenta anni sta devastando il vecchio continente. Ognuno chiederà al vicino cosa gli hanno portato via: “a me la casa, a me l’azienda, a me il negozio, a me il lavoro, a me la libertà di informazione, a me la dignità, a me il diritto ad avere un futuro”. E i popoli dovranno ripartire da zero, con una nuova ricostruzione degli stati e delle carte costituzionali, una fase del tutto simile a ciò che normalmente avviene dopo una guerra. Purtroppo però è ancora presto anche solo per immaginare questo momento liberatorio, e ci troviamo nel bel mezzo della tragicommedia, con le luci dei riflettori che abbagliano gli occhi, e il buio impenetrabile della sala che ci confonde, ci spaventa. Dicevamo della Grecia, già la Grecia.

giovedì 14 giugno 2012

IL CONTO ALLA ROVESCIA E’ PARTITO, MANCANO TRE MESI AL CROLLO DELL’EURO


Le parole dello speculatore finanziario Soros sulla fine dell’euro hanno cominciato a fare breccia nei palazzi che contano. Il direttore del Fondo Monetario Internazionale Christine Lagarde ha ripetuto pari pari la profezia di Soros sui presunti tre mesi di tempo che mancherebbero al crollo definitivo della moneta unica. Intanto in Italia il presidente del consiglio fantoccio Mario Monti rassicura tutti dicendo che noi siamo un paese più solido della Spagna, quando solo poche settimane fa il confronto veniva fatto con la Grecia: insomma è cambiato e di molto direi il termine di paragone, creando un clima di nervosismo generalizzato che ha contagiato ovviamente i mercati, i quali senza dare troppo peso alle garanzie di tenuta del paese fornite dal premier farlocco hanno colto la palla al balzo per fare un po’ di speculazione a brevissimo termine sulla volatilità di quotazione dei titoli pubblici italiani. In fondo, questo per gli speculatori finanziari è un ottimo periodo per fare affari, perché maggiore incertezza e oscillazione in borsa creano sempre le premesse per fare elevati profitti.


Solo ieri l’asta da €6,5 miliardi di BOT ad un anno ha registrato un balzo del rendimento fino a 3,972%, quasi il doppio rispetto al precedente 2,34% e tornato ai livelli di dicembre scorso, confermando quindi che l’effetto del salvataggio delle banche spagnole preoccupa i mercati e avrà delle ripercussioni evidenti sulla nostra spesa per interessi. Se tre mesi è l’arco temporale in cui l’Unione Europea deve mettere a punto un piano credibile di messa in sicurezza e sostegno all’economia dei paesi membri, il mese di giugno rimane però cruciale per tanti altri motivi, perché a parte le elezioni politiche in Grecia del 17 giugno che potranno cambiare di poco o nulla le sorti dell’unione monetaria più disastrata e malandata di tutti i tempi, nel prossimo vertice europeo del 28 e 29 giugno a Bruxelles si stanno spostando tutte le speranze di trovare un compromesso fra le richieste di austerità della Germania e le suppliche di qualche contromisura espansiva dei paesi periferici. Tuttavia, considerando i fallimentari tentativi del recente passato, siamo quasi certi che anche questo vertice si risolverà in una bolla di sapone.
  

lunedì 4 giugno 2012

LA PAZZA IDEA DI SILVIO BERLUSCONI E IL TRILEMMA DELLE BELLE STATUINE


Era nell’aria. Il cavaliere non stava più nella pelle. Silvio Berlusconi, unico vero leader e fondatore del PDL, non poteva rimanere impassibile a guardare scendere i consensi del suo partito e ha lanciato la sua ultima provocazione, la “pazza idea”. Costringere la BCE a “stampare” soldi per finanziare i debiti pubblici dei paesi periferici oppure iniziare a stampare euro autonomamente attraverso la nostra banca centrale, la Banca d’Italia (indicata nella prima versione del messaggio poi corretta con il nome anacronistico di Zecca di Stato). Ovviamente questa seconda ipotesi è più inverosimile e meno percorribile quantomeno nel breve periodo, perché significherebbe un’uscita definitiva dell’Italia dall’euro e un ritorno ad una piena sovranità monetaria, cosa che per adesso spaventa quasi tutti i politici italiani sia di maggioranza che di opposizione perché comporterebbe un aggravio di responsabilità di cui nessun per il momento si vuole far carico. Mentre sulla prima ipotesi di modifica dello statuto della BCE ci sono in effetti ampi margini di manovra, perché come vedremo dopo è l’unico modo per tenere ancora in piedi l’euro per qualche tempo e consentire un’uscita più ordinata di tutti i paesi dall’euro. Perché sia chiaro che prima o dopo dall’euro si dovrà uscire.  E le ragioni ormai le conosciamo bene da tempo.


Ora non si capisce quanto l’uscita di Silvio Berlusconi sia una trovata pubblicitaria e quanto invece il cavaliere sia davvero convinto che in assenza di una soluzione drastica, l’eurozona sia destinata a disintegrarsi (cosa fra l’altro denunciata dallo stesso commissario per gli affari economici dell’Unione Europea Olli Rehn la scorsa settimana), ma è evidente il tentativo di smarcarsi dal certo fallimento di tutte le politiche di austerità perseguite da Monti sotto la vigile sorveglianza della Germania della cancelliera Merkel. Il giorno in cui l’Italia uscirà dall’euro (è una questione di giorni, di settimane o di mesi al massimo) mandando per qualche tempo in tilt la gestione finanziaria dei conti pubblici e privati italiani, Berlusconi vuole essere il primo a poter dire: “ve l’avevo detto io che dovevamo stamparci i nostri soldi!”. Non so se questo basterà ad impedirgli la fustigazione in pubblica piazza o la cacciata dall’Italia come accadde al suo amico Craxi, ma sicuramente il cavaliere vuole anticipare le mosse ed evitare la brutta fine che sarà riservata a Prodi, Monti, Bersani, D’Alema, Casini, perché questi ultimi le valigie dovranno pur farsele visto i danni che hanno causato da circa trenta anni (1979, ingresso della lira nello SME) a questo paese con la loro disastrosa linea europeista. Sarà difficile convincere gli italiani che si erano sbagliati, visto che ancora oggi, di fronte all’evidenza, queste mezze tacche di politicanti o economisti della domenica continuano a non volere ammettere tutti i loro errori di calcolo o convenienza.

mercoledì 28 marzo 2012

L’ITALIA NELL’OCCHIO DEL CICLONE, FRA TITOLI DERIVATI, DEBITO PUBBLICO E MORGAN STANLEY


Premetto subito che non sono un catastrofista, anzi ho molta fiducia nel popolo italiano e sono sicuro che in un modo o nell’altro l’Italia riuscirà a tirarsi fuori dal cuore della Tempesta Perfetta finanziaria in cui si trova da diverso tempo. Ma attenendomi ai fatti e alle evidenze scientifiche, posso senz’altro confermare che non saranno i metodi di Monti e della Fornero, né quelli imposti dalla Germania attraverso i patti di austerità intergovernativa, né le acrobazie monetarie della BCE a salvare l’Italia. Anzi. L’Italia rivedrà un po’ di luce quando il suo popolo avrà la forza e la capacità di mandare al diavolo il curatore fallimentare Monti, la fustigatrice Fornero, la tirannia della Germania, la BCE e tutta l’attuale classe dirigente che è stata complice e artefice diretta di tutte queste disgrazie.


Questo processo decisivo di rinnovamento, che per certi versi sarà anche più traumatico di quello attuale, a causa delle cure sbagliate viene solo rimandato di anno in anno, ma alla fine, quando tutti i nodi verranno al pettine, diventerà più che necessario, vitale. Chiunque abbia seguito con discreta attenzione l’evoluzione dei fatti, avrà già capito che l’odierna situazione di stabilità finanziaria, l’abbassamento dello spread e la rinnovata fiducia internazionale, è solo frutto di un’illusione ottica, di un inganno. L’Italia si è spostata lateralmente dalle ali vorticose dell’uragano fino al centro dell’occhio del ciclone, dove tutto sembra calmo, fermo, immobile. Ma se vorrà uscire definitivamente dalla tempesta furiosa da cui è circondata, l’Italia prima o dopo questa stessa tempesta dovrà affrontarla a viso aperto. E saranno dolori per tutti, soprattutto per chi non si è preparato a dovere per affrontare simili calamità.


martedì 27 marzo 2012

COME LA MODERN MONEY THEORY MMT VEDE LA FOLLIA NEOLIBERISTA DELLA CRISI DELL’EUROZONA


Oggi vediamo un altro punto di vista della Modern Money Theory MMT sulla crisi finanziaria dell’eurozona, che coinvolge direttamente anche l’Italia. Si tratta dell’intervento dell’avvocato e professore di economia e diritto William K. Black, docente presso l’University of Missouri Kansas City, pubblicato sul blog New Economic Perspectives e tradotto in italiano sul sito Tlaxcala. Le considerazioni di Black sono molto illuminanti per capire fino a che punto si sta spingendo la follia e l’illogicità neoliberista dei tecnocrati europei.


Nessuno odia l’euro come moneta in se, ma tutti gli economisti e i critici dotati di una certa competenza e obiettività sottolineano come l’euro non abbia nessuna delle caratteristiche necessarie per diventare la moneta unica di un’area valutaria imperfetta e insostenibile come l’eurozona. La pretesa dei tecnocrati europei di trasformare tutti gli stati dell’unione monetaria in esportatori netti, tramite una progressiva deflazione dei salari e dei diritti dei lavoratori, cozza persino contro la più elementare delle evidenze logiche, secondo la quale non tutti i paesi possono diventare esportatori netti contemporaneamente. Non sarà il caso di ricominciare ad occupare democraticamente i nostri stati?

giovedì 22 marzo 2012

L’EUROZONA NON E’ UN’AREA VALUTARIA OTTIMALE, IL CROLLO DELL’EURO ERA GIA’ SCRITTO


Forse non tutti conoscono la teoria dell’area valutaria ottimale (AVO in italiano e OCA in inglese, Optimum Currency Area), che descrive i criteri per i quali due o più stati possono avere dei vantaggi e delle convenienze economiche ad abbandonare le loro monete nazionali e ad adottare un’unica moneta comune. Questa teoria è stata tirata in ballo più volte per dimostrare che l’Unione Monetaria Europea non poteva reggere a lungo perché non rispettava quasi nessuno dei criteri richiesti per la creazione di un’area valutaria ottimale.

In un periodo in cui l’euro sta dimostrando tutti suoi limiti e la sua debolezza, forse è bene fare un ripasso della teoria dell’area valutaria ottimale, per dimostrare ancora una volta, qualora ce ne fosse bisogno (e forse in questa fase storica di oscurantismo culturale il bisogno c’è e eccome) che quando l’intelligenza e la razionalità umana si mette al lavoro per descrivere il reale funzionamento dei fenomeni non c’è fanatismo di sorta che regga. Nonostante abbiano tutti i dati e le evidenze contro, i fanatici tecnocrati europei, i loro politici fantoccio, i giornalisti e gli economisti di regime a loro devoti sono infatti gli unici ad essere ancora convinti che l’euro va bene così com’è e indietro non si torna.
    

venerdì 9 marzo 2012

WASHINGTON CONSENSUS: LA GRECIA EVITA IL DEFAULT E FA UN PASSO AVANTI VERSO IL SUDAMERICA


Tanto tuonò che piovve. Il settore dei creditori privati (PSI, Private Sector Involvement) ha accettato ieri sera il concambio (swap) dei vecchi titoli di debito pubblico greco con nuovi titoli, il cui valore nominale sarà ridotto rispetto al precedente con un taglio (haircut) del 53,5%. L’adesione allo scambio è stata massiccia, secondo le ultime indicazioni è stato raggiunto l’83,5% del debito pubblico greco pari a €172 miliardi su un totale di bond da ristrutturare di €206 miliardi.

Problema risolto quindi, faccenda chiusa. Mancano soltanto €25 miliardi di titoli pubblici di diritto ellenico e €9 miliardi di diritto estero, ma per questi particolari titoli il termine ultimo di adesione scade il 23 marzo e il ministro delle finanze greco Evangelos Venizelos (foto a sinistra) ha già annunciato che per i primi €25 miliardi verranno attivate le “clausole di azione collettiva” (CACs, Collective Action Clauses) per costringere alla ristrutturazione anche gli ultimi riluttanti possessori di bond greci. E tutti vissero felici e contenti. Ma come sappiamo  già purtroppo, il libro è ancora ben lontano dalla fine.

venerdì 17 febbraio 2012

LA GERMANIA NON E’ MAI STATA LA LOCOMOTIVA DELL’EUROPA, MA IL RIMORCHIO


L’affermazione che la Germania sia la locomotiva dell’eurozona è uno dei luoghi comuni più superficiali e falsi che viene ancora sostenuto con forza dai politici, economisti e giornalisti di regime (sia di destra che di sinistra), che cercano di convincere e illudere i propri adepti e lettori a seguire i passi del miracolo tedesco per ottenere una pronta ripresa dell’economia italiana. L’attenta analisi dei dati e delle variabili economiche dice invece una verità ben diversa: la Germania è stata il rimorchio dell’eurozona, perché senza il traino e le massicce importazioni di prodotti tedeschi da parte dei paesi della periferia il miracolo tedesco non sarebbe mai avvenuto.

Questo articolo prende spunto dalle interessanti e condivisibili analisi del professore di economia Alberto Bagnai espresse sul suo ottimo blog Goofynomics, in cui il professore non senza ironia prende in giro tutti coloro che ancora si ostinano a non volere capire cosa è accaduto nei 17 paesi dell’eurozona negli ultimi 10 anni. Tralascerò volutamente alcuni dettagli tecnici (che possono essere ritrovati sui vari post di Bagnai dedicati all’argomento, che fra l’altro consiglio a tutti di leggere perché spassosissimi e pieni di citazioni dotte e letterarie) e mi concentrerò invece su quello che mi preme di più evidenziare: la logica ferrea delle argomentazioni messe in campo, che partendo da precisi eventi storici hanno poi trovato conferma nei dati dell’economia. Ovviamente le considerazioni del professore Bagnai sono soltanto un fondamentale punto di partenza, mentre tutto il resto è farina del mio sacco.

lunedì 6 febbraio 2012

I DEBITI SI PAGANO, MA SE I DEBITI VENGONO FATTI CON IL SISTEMA TARGET2 SONO ILLEGITTIMI


I debiti si pagano. Questo è un principio basilare senza il quale l’economia non potrebbe più andare avanti, perché se il debitore non si impegna per ripagare i suoi conti pendenti e le merci che ha utilizzato in passato, il creditore smetterà di concedergli ancora altri prestiti e il rapporto di scambio fra i due si interrompe. L’economia vista da questa prospettiva è un affare molto semplice: due persone decidono di scambiare i loro prodotti, e se uno dei due momentaneamente produce poco l’altro gli fa un piccolo favore di fiducia e fornisce ugualmente i suoi beni in cambio di un pegno, di un documento di credito, di un certificato, di una certa quantità di soldi. In attesa però che il debitore riscatti la sua cambiale e consenta al creditore di avere quella quota di beni che non ha ancora ricevuto, riconsegnando indietro quegli stessi soldi, il documento di credito, il certificato e così via.

Ma cosa accade invece se il debitore non produce più abbastanza? Può continuare a indebitarsi all’infinito in attesa di produrre qualcosa che possa ripagare il creditore? Oppure ad un certo punto bisogna mettere un limite alla sua capacità di acquisire prodotti a credito? Questo in estrema sintesi è ciò che è accaduto in Europa negli ultimi 10 anni, dove fra i 17 anni paesi che utilizzano l’euro si è formato un creditore principale, la Germania, e una serie di debitori della fascia periferica, identificati con l’umiliante acronimo di PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna). Vista così la questione risulta già chiusa, risolta, la Germania ha ragione e i “paesi spendaccioni” della periferia hanno torto, devono pagare. Ma in effetti, per capire dove sta esattamente il confine fra le ragioni delle due controparti e il motivo per cui il meccanismo si è inceppato, bisogna entrare dentro gli ingranaggi e arrivare dritto al cuore del sistema finanziario europeo. Bisogna parlare di TARGET2.