Sono felice di
poter fare pubblicità ad un libro che è uscito pochi giorni fa, in occasione
del Convegno di Chianciano dell’11 e
del 12 gennaio. Io ho scritto solamente un capitolo (“Debito pubblico e Sovranità monetaria”), mentre il
grosso del lavoro editoriale di coordinamento e sviluppo del progetto lo ha svolto il resto del gruppo, a cui vanno i miei più sinceri ringraziamenti (in particolare Gennaro Francione e Loredana Signorile, per la pazienza dimostrata nei miei confronti). Si tratta di un libro molto particolare, che spero possa
aprire la strada ad altri progetti simili di divulgazione e informazione: un
libro che parla di economia, di storia e di politica e che però è stato scritto
da semplici cittadini e professionisti, che non hanno particolari
specializzazioni nei campi in questione. Nessun titolo da esibire in pubblica
piazza, ma tanta, tanta passione e volontà di intervenire efficacemente e in
prima persona nel dibattito in corso. Un dibattito dai cui esiti dipendono le nostre
vite e quelle dei nostri figli e a cui nessuno dovrebbe mai sottrarsi. E’ il
massimo esempio insomma di partecipazione
attiva alla vita democratica del proprio paese, senza delegare ad altri o
ai soliti specialisti del mestiere questioni accessibili a tutti con un po’ di
impegno e determinazione.
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mercoledì 22 gennaio 2014
mercoledì 20 novembre 2013
USCITA DALLA CRISI: CONVEGNO A PALERMO PER RAGIONARE INSIEME SULLE CAUSE E LE SOLUZIONI
Dopo aver ascoltato bene la
puntata di giovedì scorso di Servizio Pubblico, penso che molte persone si siano fatte un’idea abbastanza chiara
su ciò che sta avvenendo oggi in Italia. Al contrario di quello che traspare da
tutti gli inutili dibattiti politici attuali, esistono nel nostro paese due soli partiti e orientamenti politici: il PUD€ (il Partito Unico
dell’Euro), il cui rappresentante più esemplare e prototipo perfetto è Marco Travaglio, e il Partito degli Italiani, ovvero una
formazione disorganizzata e disomogenea di persone ragionevoli e innamorate del
proprio paese, in cui spicca per integrità e competenza tecnica il professore Alberto Bagnai. Le tesi disfattiste del PUD€ possono essere riassunte nelle parole lapidarie di Travaglio: “Con l’euro o senza l’euro noi italiani saremmo
la merda che siamo sempre stati!”. Mentre le analisi pacate e difficilmente
confutabili di Bagnai, trovano una giusta collocazione grazie all’utilizzo della metafora del Titanic: “Per affrontare l’iceberg
della globalizzazione è meglio essere a bordo di una grande nave impossibile da
sterzare, oppure su un agile kayak che può essere manovrato agevolmente?”. In
altre parole, l’Italia avrebbe oggi le risorse umane e tecnologiche per
competere alla pari con tutti gli altri paesi del mondo senza farsi ingabbiare dai "vincoli esterni" e comandare a
bacchetta dai tecnocrati di Bruxelles? Oppure è meglio mettersi in riga e
ubbidire ciecamente agli ordini che arrivano dall’estero, quantunque folli e
irrazionali essi siano, perché da soli non sapremmo gestire nemmeno un pollaio?
mercoledì 13 novembre 2013
OLTRE L’EURO C’E’ LA SOVRANITA’ NAZIONALE E LA SALVEZZA DI QUESTO PAESE
In uno degli ultimi articoli scritti da Paul Krugman sul New York Times, mi ha
molto colpito questa frase: “La Francia
ha commesso l’imperdonabile errore di essere fiscalmente responsabile senza
infliggere dolore alle classi povere e disagiate. E deve essere punita”. In
particolare l’economista americano si riferiva al recente declassamento dell’agenzia
di rating Standard&Poor’s, e ai continui ammonimenti della
Commissione europea riguardo alle scelte
di politica fiscale del governo francese (superamento della fantomatica
soglia del deficit pubblico del 3%): in pratica, ad avviso delle èlite finanziarie internazionali, non bisogna distruggere l’economia e il
tessuto produttivo nazionale solo con gli aumenti delle tasse, come fa Hollande oggi, ma anche e
soprattutto con i tagli alla spesa
pubblica, in particolare quelli riguardanti il generoso stato sociale concesso
ancora ai cittadini francesi. Per rendere rapidamente un paese innocuo e schiavo delle
oligarchie transnazionali bisogna mettere a punto quelle fondamentali “riforme
strutturali” del mercato del lavoro, del sistema pensionistico, del welfare state, senza le quali un popolo ancora
sano, ancora orgoglioso della propria identità
nazionale, può avere un giorno o l’altro la forza di riscattarsi dal giogo della dittatura europeista e più in generale dalla minacciosa omologazione globalista. E non sarà un caso che il movimento politico anti-europeista più vivace e organizzato del
continente sia proprio francese, il Front National di Marine Le Pen.
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martedì 15 ottobre 2013
SCALFARI E CACCIARI: LA DEMOCRAZIA FUNZIONA SOLO QUANDO E’ OLIGARCHICA
Ci siamo. Pressati
dall’attualità e dalle contingenze, molti degli osannati e sempre troppo sovrastimati
“intellettuali” italiani sono
costretti ad uscire allo scoperto e a confessare in modo schietto e diretto
come la pensano su certi temi delicati e oltremodo cruciali della politica
interna e internazionale. Eugenio Scalfari
e Massimo Cacciari sono senza dubbio
i campioni della “real politik” nostrana, quella secondo cui con la caduta del
muro di Berlino e la fine delle ideologie, bisogna guardare con un certo
disincanto la storia e adattarsi con concreto pragmatismo al corso degli
eventi. Il loro assunto più propagandato a furor di popolo è il seguente: “siccome c’è la globalizzazione, e la competizione economica avviene su scala
globale, non si può più competere rimanendo piccoli stati sovrani isolati, ma
bisogna unire le forze creando federazioni e confederazioni di stati, come sta
avvenendo oggi in Europa”. Tradotto in termini più semplici il loro
famigerato sillogismo suona così: “siccome
c’è la Cina, bisogna creare per forza di cose gli Stati Uniti d’Europa, in caso contrario saremo spacciati e verremo
travolti dalla marea gialla!”. Inutile ricordare che qualcuno (per la
precisione Claudio Borghi Aquilini)
ha già smontato questa tesi bizzarra con straordinaria capacità di sintesi e
immaginazione: l’economia non è mai stato
un gioco di tiro alla fune in cui più siamo e meglio è, ma è una complicata questione di organizzazione,
efficienza, sinergia, competenza, conoscenza, ripartizione, distribuzione,
in cui vince chi riesce ad utilizzare meglio le proprie risorse umane e materiali.
Belle parole, ma del tutto inefficaci nel nostro caso, perché Cacciari e
Scalfari hanno sempre ragione.
Infatti, nonostante la tesi
quantitativa sia la più nota del duo delle meraviglie, Cacciari e Scalfari sono
anche i mostri della tuttologia italiota, quelli del “so tutto io”, quelli dell’opposizione
bieca a qualsiasi tipo di contraddittorio che non confermi ed esalti le loro
conclusioni: si va dalla filosofia, alla storia, fino alla letteratura,
all’economia, alla gastronomia, al taglio e cucito. Qualsiasi sia la materia
del contendere, quando arriva la sentenza di uno dei due saggi barbuti, bisogna
ascoltare in religioso silenzio e accettare senza battere ciglio le loro
illuminanti dissertazioni. Puoi anche sforzarti di sottoporre al duo quintali
di studi e documenti vergati di proprio pugno da premi Nobel ed economisti di caratura internazionale, che spiegano
in modo accessibile a tutti come le unioni monetarie, politiche e commerciali
tra stati diversi funzionino solo quando sussistono delle particolari condizioni
al contorno, ma questo impegno si dimostrerà presto del tutto vano e
infruttuoso: di fronte all’infinita saccenteria del duo, anche le vette più
alte del sapere umano si sciolgono come neve al sole. Per intenderci, se in
giornata di grazia, Cacciari e Scalfari sarebbero pure capaci di stravolgere il
relativismo di Einstein o la teoria quantistica di Planck. Figurarsi, quindi,
se in un dibattito serrato non sfiderebbero sfrontatamente gli impegnativi
studi e le ricerche sul campo di umilissimi premi Nobel dell’economia.
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venerdì 11 ottobre 2013
EURO E (O?) DEMOCRAZIA COSTITUZIONALE: LA CONVIVENZA IMPOSSIBILE TRA COSTITUZIONE E TRATTATI EUROPEI
Sono
felicissimo di potere comunicare la prossima uscita, il 15 ottobre (ma il libro
è già ordinabile su Amazon e in
consegna a partire dal 18 ottobre) del libro di Luciano Barra Caracciolo, alias Quarantotto, dal titolo molto azzeccato: Euro e (o?) democrazia costituzionale: la convivenza impossibile tra Costituzione e Trattati europei.
Si tratta di un libro fondamentale che è indispensabile per il nostro percorso
di consapevolezza ed evidenzia già dal titolo quell’insanabile contrasto tra i
principi etici universali impressi sulla nostra Costituzione democratica e le
fragili e stantie leggi di mercato, di cui l’euro rappresenta l’ultima e
speriamo più che mai provvisoria espressione. O si sceglie di seguire l’indirizzo
costituzionale e si applicano politiche economiche discrezionali mirate o si
accetta supinamente di rinunciare ai diritti costituzionali per abdicare
miseramente di fronte ai modelli economici rigidi che annullano qualsiasi
spazio di manovra politico e di intervento pubblico nella società. Non esistono
vie di mezzo salvifiche e miracolose che salvino capre e cavoli, perché una
cosa esclude l’altra. E prima lo capiamo e meglio sarà per tutti.
Avere
adesso, attraverso questo libro, un’ulteriore conferma giuridica (per quella più strettamente economica ci hanno
già pensato economisti del calibro di Bagnai, Savona, Borghi, Rinaldi, Zezza,
per citare solo alcuni degli italiani) dell’incompatibilità fra Costituzione italiana e Trattati europei,
austerità e crescita economica, mercato
unico e stato sociale, significa
fare un altro passo avanti verso la liberazione del nostro paese dal giogo
europeo. Tutti quelli che oggi invocano vanamente la difesa della
Costituzione, dal redivivo santificato Stefano Rodotà agli stralunati attivisti
del M5S, (vedi manifestazione del 12 ottobre a Roma), partono sempre da premesse sbagliate: i nostri politici
sciamannati, Berlusconi, Renzi, Marchionne, Napolitano, la “casta”, vogliono stravolgere la
Costituzione per aumentare e difendere i loro privilegi. E invece, come i più
attenti di voi hanno già capito, queste miserabili marionette agiscono per
conto di altri, prendono ordini dall’estero, da Bruxelles, da Berlino, da
Francoforte, da Washington, perché la distruzione della nostra nobilissima
Costituzione è solo uno dei necessari
passaggi per cedere ancora sovranità ad enti sovranazionali, per
trasformare definitivamente la nostra nazione in protettorato, colonia. E continuare ad appellarsi ingenuamente alla Costituzione, senza mettere in discussione la natura anticostituzionale e antidemocratica dei Trattati europei, significa come al solito due cose: o si è totalmente ignari di ciò che sta accadendo, oppure si cerca per l'ennesima volta di depistare l'attenzione dell'opinione pubblica, per allontanarla più possibile dalla verità dei fatti.
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venerdì 12 luglio 2013
L’ALTRA FACCIA DELLA MONETA: L’UNICO MODO PER FARE ECONOMIA ATTIVA PER I CITTADINI
Dopo due settimane di
fitti colloqui, incontri, convegni, conferenze, progetti editoriali è giunto il
momento di tirare il fiato e fare un breve bilancio di ciò che ho visto e
sentito un po’ in giro: l’Italia c’è, la Sicilia si muove, gli italiani stanno
iniziando a capire, ma hanno le idee ancora piuttosto confuse e urgente bisogno
di metabolizzare tutte le novità che gli stanno venendo addosso in questo
ultimo periodo. E vorrei vedere dopo trent’anni e passa di lavaggio del
cervello e propaganda di regime degna delle peggiori dittature: debito
pubblico, inflazione, svalutazione, potere d’acquisto dei salari, mutui, tassi
di interesse, costo della benzina e delle materie prime, posizione geopolitica
dell’Italia all’interno dello scacchiere internazionale. I loro dubbi e le loro
domande su un eventuale scenario di uscita
dall’euro e recupero della sovranità
monetaria e politica nazionale
sono quasi sempre le stesse. Ma il fatto che la gente si faccia assalire dai
dubbi è già qualcosa: il dubbio è spesso un chiaro sintomo di risveglio,
volontà di ricerca e desiderio di consapevolezza. Senza dubbio non esiste
alcuna verità, sia essa economica, scientifica o filosofica.
Tuttavia la mia
sensazione quando qualcuno mi chiede la solita domanda sui costi e benefici dell’uscita dell’Italia dall’euro è quella di
parlare ad uno schiavo con le catene
alle caviglie che ha davanti una scodella riempita di scarti e frattaglie:
invece di pensare a quanto cibo avrai domani nella scodella, non sarebbe meglio
cominciare a preoccuparti di quelle grosse catene di ferro che ti impediscono
di essere libero? Non che il cibo non sia importante, ma sei sicuro che vivere
per sempre con gli scarti della cena del padrone sia meglio che cominciare a
cercarti da solo la frutta, i semi, la selvaggina nel bosco? Come si può
pensare a mangiare quando sull’altro piatto della bilancia ci stiamo giocando
la nostra libertà di popolo? E’ meglio un uomo libero a pancia vuota o un malnutrito
in catene? Capite bene che disquisire di costi e benefici, discorso utilitaristico
comunque da fare, quando qui si sta parlando di libertà politica-economica e autodeterminazione
democratica di una nazione risulta agli occhi di un disincantato idealista
come me una questione abbastanza risibile. Con pazienza mi metto a snocciolare
numeri, grafici, tabelle, ragionamenti ma nel mio intimo penso: “questi ancora non hanno capito un emerito c…
di quello che ho detto prima”.
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mercoledì 26 giugno 2013
EURO SI’, EURO NO: PERCHE’ RESTARE E PERCHE’ USCIRE? CONVEGNO DIBATTITO A MARSALA IL 29 GIUGNO
Molte persone mi chiedono
spesso perché mai un ingegnere gestionale, con una carriera abbastanza avviata
nel settore bancario e finanziario, decida all’improvviso di cominciare a fare
divulgazione e convegni su temi economici e monetari in particolare. Oltre alle
ovvie ragioni etiche, alla tensione innata verso la giustizia e alla pace nel
mondo, la risposta che mi è più congeniale può essere sintetizzata così: perché
tutto quello che sta accadendo in Italia e in Europa oggi è contrario a ciò che
io ho studiato e applicato finora grazie al metodo scientifico e sperimentale. Mi spiego meglio. Chi conosce un
po’ di storia della scienza, sa che la rivoluzione
scientifica iniziata da Galileo
Galilei prevedeva un preciso metodo
di lavoro: congetturi per deduzione delle ipotesi, crei una serie di
esperimenti opportuni per verificarle, registri i risultati, delimiti un campo
di applicazione, ricavi per induzione una legge generale e universale che
rimane tale fino a prova contraria. Il progresso
scientifico e l’evoluzione della
civiltà sono andati avanti ad ampie falcate in virtù di questi elementari
ma rigorosissimi strumenti di analisi e sintesi della realtà circostante,
allontanando sempre di più l'umanità dalle paludi melmose del misticismo, della
superstizione, della barbarie medievale. All’interno della tradizione giudeo-cristiana dell’occidente il pensiero scientifico e illuminista si insinuò come una spina nel
fianco per imprimere un rinnovamento culturale e un cambio di prospettive che
continua imperterrito fino ad oggi. Proprio oggi che in Europa, a causa di
indecenti principi economicisti, mercantilisti, finanziari sia il primo che il
secondo grande filone del pensiero occidentale rischiano di essere mandati
entrambi a gambe per aria.
Vediamo infatti come il metodo
scientifico è stato stravolto per giustificare l’introduzione di una moneta unica in Europa. Fin dalla prima metà
degli anni ottanta una ristretta cerchia di economisti facenti capo alla Commissione Delors comincia a ragionare
su un’ipotesi di moneta unica da imporre ad alcuni paesi europei, nonostante tutti
gli studi accademici sulle aree valutarie ottimali avessero già bocciato categoricamente, dati e
osservazioni empiriche alla mano, l’ardito tentativo. L’esperimento però è
stato condotto ugualmente, con il pretesto di garantire agli stati aderenti e
ai popoli benessere, prosperità, pace perpetua. Dopo poco più di dieci anni
dall’inizio dell’esperimento socio-economico, la realtà mostra evidentemente
che l’euro non va, come dicevano già
i migliori economisti del mondo, non ha
le caratteristiche idonee per diventare una moneta unica e assicurare una crescita equilibrata per tutti i paesi
coinvolti: alcuni paesi crescono e prosperano (principalmente la Germania) e
altri recedono e si indebitano (la periferia). Il campo di applicazione della
nostra ipotesi quindi è troppo ristretto per ricavare una legge generale,
perché l’euro funziona in pratica soltanto per la Germania (con evidenti squilibri interni fra i principali beneficiari, banchieri e imprenditori, e i lavoratori sottopagati). Cosa farebbe a questo punto un bravo e
diligente scienziato? Rivedrebbe dalle fondamenta l’ipotesi di partenza e
andrebbe avanti con un nuovo esperimento fino a ricavare la formula giusta che
andava cercando. Tolte le chiacchiere da bar e la propaganda prezzolata, la
scienza funziona ancora oggi così.
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giovedì 20 giugno 2013
ULTIME DAL MES: STATI E RISPARMIATORI DEVONO PAGARE LA RICAPITALIZZAZIONE DELLE BANCHE
E voi direte, ma cosa c’è di nuovo sotto il sole? E’
dall’inizio della crisi dell’eurozona che governi
e contribuenti pagano per il salvataggio delle banche e attraverso la
manipolazione mediatica la cosa ormai è diventata una prassi comunemente accettata. La novità però questa volta è che i
tecnocrati di Bruxelles, in vista del prossimo Consiglio europeo di fine mese,
hanno messo nero su bianco su un documento ufficiale regole, metodi, cifre, vincoli per descrivere come si deve
svolgere l’intero processo, lasciando poco spazio all’improvvisazione e
all’immaginazione. In pratica i criminali hanno finalmente confessato la loro
colpa, sperando negli effetti terapeutici dell’outing e spiegando chiaramente agli europei quanto ancora devono
pagare (e si tratta di cifre da capogiro) per tenere in piedi l’idiozia dell’euro. Qualcuno diceva
che il miglior modo per nascondere la verità, è renderla palese e visibile a
tutti. Ecco, confidando nella nostra incapacità di interpretare gli eventi e
capire la realtà che ci gira intorno, pare che i tecnocrati e i politicanti
europei abbiano decisamente intrapreso questa strada.
Ma vediamo come funzionerà
l’ennesimo meccanismo infernale
messo a punto da tecnocrati e banchieri per distruggere la democrazia, l’economia reale,
la coesione sociale. Già sapevamo
che gli accordi del MES, Meccanismo Europeo di Stabilità, prevedevano al loro interno, oltre al sostegno
diretto agli stati (che serviva poi a finanziare le banche in difficoltà, vedi
il caso Irlanda, Spagna e Cipro, o a
pagare i creditori francesi e tedeschi, vedi il caso Grecia e Portogallo), anche la possibilità di ricapitalizzare le banche “zombie” dell’eurozona. Ora
conosciamo i termini in cui avverranno queste operazioni di ricapitalizzazione,
e vi anticipo già che saranno ancora dolori,
lacrime e sangue per tutti i contribuenti, che già hanno dovuto una prima volta pagare e stanno
ancora pagando per mettere in piedi la trappola
del MES. Insomma nell’eurozona, fra mille indecisioni e tentennamenti, di
una cosa possiamo sempre essere certi: la socializzazione delle perdite bancarie e
la privatizzazione dei profitti non è più una raccapricciante anomalia
dovuta all’emergenza ma la prassi,
la normalità, la forma principale di “buon governo” dell’economia e della finanza. E siccome, come
abbiamo anticipato, i capitali necessari per salvare l’intero settore bancario fallito raggiungono a spanne numeri ciclopici, non sappiamo quanto
saranno ancora bravi gli europei a reggere l’urto e capaci di bere l’amaro
calice. E’ davvero così difficile capire che ciò che sta accadendo in Europa corrisponde
alla più grande espropriazione
collettiva di ricchezza mai avvenuta nella storia dell’umanità?
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lunedì 17 giugno 2013
IL MOVIMENTO DEMOCRATICO SOVRANISTA ESISTE, ADESSO NON ABBIAMO PIU’ SCUSE
Di ritorno dalla II Assemblea Nazionale dell’ARS, Associazione Riconquistare la Sovranità, tenutasi a Pescara dal 15 al 16
Giugno, sentivo l’esigenza di fare un breve resoconto per descrivere le mie
impressioni e sensazioni. Innanzitutto è stato molto piacevole e stimolante incontrare
personalmente e stringere le mani di persone che prima avevo conosciuto solo
attraverso il blog o i social networks:
malgrado utilizzi internet per fini divulgativi e informativi, non ho mai
creduto e mai crederò ai rapporti virtuali, men che meno alla
possibilità di creare un partito/movimento
politico sfruttando solamente le piattaforme informatiche e le adesioni di account che non si trasformano mai in
facce, mani, gambe, piedi, i quali poi esistono soltanto nella nostra
immaginazione e non incontrano mai le nostre facce, mani, gambe, piedi. E questo
secondo me è il principale elemento distintivo che qualifica l’ARS e la rende
diversa da tutto il resto dei movimenti sovranisti, antieuristi, antieuropeisti
che sono disseminati per la rete internet: all’ARS ci si incontra e si fanno
piani strategici, programmi di promozione, che possono pure partire e nascere dalla
rete ma poi si svolgono e includono la vita
reale.
All’ARS si parla dei vari programmi e piani di intervento
specifici (finanza, scuola, pubblica amministrazione, rapporti internazionali
etc) con una dovizia di particolari e serietà di analisi difficili da trovare
altrove: l’ARS non sarà mai un contenitore vuoto dove si gridano soltanto
alcune parole d’ordine come “moneta sovrana!” e “fuori
dall’euro!”, senza analizzare con la dovuta attenzione e precisione
tutte le conseguenze politiche,
economiche e sociali che ogni scelta comporta. E questo viene testimoniato
dal fatto che per ogni settore vengono chiamate a scrivere programmi e proporre
emendamenti persone che hanno elevate competenze
e parecchia passione e voglia di cambiamento. A Pescara non ho
visto né pressapochismo né sterile pedanteria, ma uomini e donne combattenti e combattive che hanno vissuto in prima
linea tutte le assurde anomalie e ingiustizie che questo sistema economico e
politico europeo ci impone da trenta anni. Si è parlato di ciò che si potrebbe fare concretamente ora e subito e non
di ciò che si vorrebbe scrivere nel nostro ideale libro dei sogni: parlare
senza cognizione di causa di uscita dall’euro e ritorno alla lira è come
perdersi appresso alla leggendaria mitologia degli Stati Uniti d’Europa. Un sovranista che non ha chiaro tutti
i difficili passaggi intermedi che
bisogna percorrere e governare per riconquistare la nostra piena sovranità
non è molto diverso dal piddino che
vaneggia intorno ad irrealizzabili sogni paneuropei. E il ruolo dell’ARS è appunto
quello di essere un interlocutore politico credibile ed affidabile che sia
capace di guidare il periodo di transizione che presto o tardi dovremo
affrontare. Volete per caso che il processo di transizione e di uscita dall’euro
venga gestito dagli stessi che i problemi ce li hanno imposti e creati? Credete davvero che ci sia un modo solo per
uscire dall’euro? Chi vi assicura che uscendo dall’euro gli oneri e i
vantaggi saranno davvero automaticamente, equamente e giustamente ripartiti?
Ecco perché nasce oggi l’esigenza
di strutturarsi e organizzarsi per tempo per impedire che gli stessi che hanno
edificato questo sistema iniquo e
criminale possano riciclarsi e riposizionarsi per costruirne uno ancora
peggiore. Sicuramente, a meno di improbabili espulsioni ed esili forzati, i
vari D’Alema, Amato, Monti, Draghi, Prodi, Letta, Bersani, Berlusconi, Tremonti
saranno ancora lì anche quando l’euro scomparirà o si frantumerà e non saranno
tanto disponibili a lasciare i loro posti di comando e le loro servili funzioni
di procura dei grandi potentati economici e finanziari. Lasciarli fare senza
muovere un dito sarebbe come lasciare in
affidamento un tenero agnellino ad un lupo. Per non parlare poi di tutta la
disinformazione mediatica che
cercherà di fare passare indenne la vecchia classe dirigente attraverso i
marosi della Tempesta Perfetta che presto travolgerà tutti i paesi che
sciaguratamente hanno deciso di aderire all’euro e di castrarsi di tutte le
loro sovranità democratiche. Sarà insomma un periodo di grossa confusione e caos sotto il cielo, dove il bianco
diventerà nero, il nero diventerà bianco e non mancheranno gli atti violenti di
sciacallaggio e predazione dei soliti noti. E l’ARS fin d’ora deve prefiggersi
di diventare un faro sicuro per
tutti coloro che sono in cerca di punti
di riferimento e dopo anni e decenni di inarrestabile distruzione e
devastazione vogliono seriamente collaborare
e partecipare alla ricostruzione dalle fondamenta del nostro paese.
Tuttavia la caratteristica
dell’ARS e dei suoi membri che mi ha più piacevolmente impressionato è il
desiderio e la voglia quasi feroce di non rimanere ferma, statica, passiva di fronte
agli eventi in attesa del peggio, ma di avere la capacità di anticiparli e di sapere rigenerarsi, evolversi, mettere in
discussione ogni cosa raggiunta o ancora da raggiungere in tutte le
occasioni in cui ciò si renderà necessario. Da buon ingegnere, ho colto all’interno
dell’ARS la volontà di imparare dai propri errori e di saperli correggere in
tempo, facendo in breve di questa positiva
tensione verso il miglioramento continuo l’unica prerogativa di successo
dell’intero progetto. Con ogni probabilità l’ARS cambierà pelle più volte e
assumerà forme mutevoli per adeguarsi alle turbolente e rapide trasformazioni
che avvengono nella società, ma mantenendo saldi i suoi principi ispiratori: la
centralità dei contenuti, l’importanza dell’organizzazione e la concretezza dei programmi. Senza queste
premesse, ogni tentativo di cambiamento
sia interno di struttura che esterno di immagine si rivelerà vano ed
infruttuoso. Senza quello spirito di
collaborazione e cooperazione che anima tutte le imprese umane vincenti,
anche il progetto dell’ARS si dissolverà come sabbia finissima nel deserto. E il
suo obiettivo di incidere e avere peso nella vita politica di questo paese
rimarrà lettera morta.
Questo è ciò che mi sentivo
di dire dopo la bella esperienza di Pescara. Ma soprattutto ciò che mi sento
ancora di dire a tutti coloro che scrivono e lasciano commenti chiedendomi cosa
possano fare per difendere il proprio paese, la propria famiglia, i propri
figli, il proprio lavoro, la propria persona, è solo un’ultima parola: ASSOCIATEVI. Intanto venite dentro,
fatevi vivi agli incontri che organizzeremo nella vostra regione, andate nella pagina del sito dell’ARS dedicata alle adesioni e inviate un’e-mail con i vostri dati. Poi vedremo man mano di
conoscerci meglio, di trovare un punto di incontro e di dialogo, capire cosa l’ARS
rappresenta per voi e quali competenze,
esperienze, conoscenze potete mettere voi al servizio dell’ARS. Sia chiaro
fin dall’inizio che il tutto non si concluderà solo con lunghi scambi di mail,
incoraggiamenti, richieste di chiarimento, ma ci sarà da camminare, correre, lavorare per fare in modo che il progetto si
radichi ancora meglio nel territorio, che le persone a voi più care e più
vicine sappiano dell’esistenza dell’ARS. Che tutto ciò che andiamo scrivendo e
denunciando non rimangano parole al vento capaci di confortarci per qualche
attimo e ricordarci poco dopo quanto siamo piccoli ed impotenti.
Noi in potenza possiamo
diventare tutto ciò che vogliamo e desideriamo essere, ma senza quel fondamentale atto di volontà che rende
attuali le nostre scelte, rimarremo sempre ciò che siamo. E una volta
incancreniti e imbalsamati dentro le nostre prigioni puramente mentali, l’unico
anestetico che ci rimane per sfuggire ai morsi dei sensi dei colpa, delle
nostre fragilità, debolezze, frustrazioni, è continuare a lagnarsi, dolersi,
lamentarsi perché la Vita e la Storia
non si incamminano lungo le direzioni che noi vorremo percorrere e auspicare
per i nostri figli. C’è un momento per leggere e uno per scrivere. C’è un
momento per riflettere e uno per agire. C’è un momento per aspettare e uno per
vivere. Non voglio con queste parole mettere fretta o convincere qualcuno a
fare qualcosa che non si sente ancora di fare, ma solo chiarire che ARS c’è. Noi ci siamo. Quel Movimento Democratico Sovranista che
crede nell’imprescindibilità fra Sovranità
nazionale e Costituzione, Governo
pubblico dell’economia e Diritti Umani, Giustizia sociale e Libertà, è nato e sta muovendo i suoi primi
passi. E adesso ha bisogno anche del tuo aiuto (sì proprio del tuo aiuto, di te
che leggi e non hai mai ragionato a fondo sulla tua importanza di Uomo e Cittadino) per crescere e diventare sempre più forte e sicuro. Ora
non abbiamo più scuse o alibi alla nostra incapacità di cambiamento. Perché se il progetto ARS fallisce, la
colpa sarà solo nostra.
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giovedì 13 giugno 2013
GERMANIA: CORTE COSTITUZIONALE, BCE, BUNDESBANK TRATTANO SULL’EURO, MENTRE IN ITALIA…
Quello che sta accadendo in
questi giorni in Germania potrebbe
rappresentare un vero spartiacque per l’esistenza o meno della moneta unica: la Corte Costituzionale di Karlsruhe, in
rappresentanza dei cittadini, la Bundesbank
in difesa dei grandi capitalisti e banchieri nazionali e la BCE come garante degli interessi
tedeschi a livello europeo stanno vivacemente
discutendo sull’opportunità di far rimanere ancora la Germania all’interno dell’area euro.
Sintetizzando al massimo questo è il succo della questione, che può essere
edulcorata e manipolata quanto si vuole dai mezzi di informazione, ma poco
cambia a livello sostanziale. A differenza di come si vuol fare credere in Italia,
i tedeschi non solo non pensano nemmeno lontanamente alla creazione dei
mitologici Stati Uniti d’Europa, ma
grazie all’euro e alle sue infinite magagne tecniche e istituzionali stanno
ritrovando e rafforzando la loro millenaria
compattezza e coesione nazionale. Lo Spirito
Patriottico di Germania uber alles,
prima e sopra ogni altra cosa. Ciò non vuole dire che non ci siano scontri e
tensioni sociali fra le varie categorie coinvolte, ma che si sta mediando, si
sta trattando per arrivare ad un accordo o un compromesso che non prescinda
dall’unico obiettivo condiviso: il bene della Germania e del suo Popolo tutto, ricchi e poveri, operai e
imprenditori, banchieri e politici.
Il dibattito interno che si
sta svolgendo ormai da anni in Germania sulla costituzionalità dei Trattati Europei e sulla convenienza economica e finanziaria di adottare ancora la moneta unica,
deve farci capire essenzialmente una cosa: la Germania ha da sempre inteso la
sua adesione agli accordi di Maastricht prima e all’eurozona dopo, sempre in
chiave di rendiconto commerciale,
economico, finanziario, con pochi risvolti di carattere politico,
ideologico, istituzionale, perché da questo punto di vista non esisteva alcun
dubbio o fraintendimento di sorta tra i tedeschi: la Costituzione e le
Istituzioni pubbliche e private della Germania valgono sempre di più di
qualunque trattato commerciale europeo o comitato d’affari con sede a
Bruxelles. La Germania è entrata
nell’Unione Europea e nel Mercato Unico per fare affari, profitti, surplus,
e non per stravolgere la sua Carta Costituzionale e la sua natura di Popolo,
che rimangono intoccabili e insindacabili. Chiunque abbia cercato negli anni di
ledere questi principi è stato bruscamente respinto, ricacciato fuori,
allontanato, perché quello che interessa alla Germania è l’analisi costi-benefici di una certa operazione e non i suoi
ambiziosi effetti geopolitici di lunga gittata: se una cosa mi conviene
economicamente la faccio, hic et nunc,
in caso contrario la rifiuto, la modifico, la cambio in funzione di quelli che
sono gli interessi nazionali tedeschi. Una visione che può essere considerata poco lungimirante, misera, miope quanto si vuole, ma tant’è. Lo sapevamo fin
dall’inizio, prima ancora di iniziare questi folli programmi unitari, che in Germania si ragiona così. Perché quindi
stupirci o indignarci solo adesso che gli errori di eccessiva superficialità e
pressapochismo commessi in passato dalla nostra indegna classe dirigente stanno emergendo in tutta la loro grandezza.
lunedì 3 giugno 2013
MAPPA PER GUIDARE IL PROCESSO DI USCITA DALL’EURO E FINE DEL VINCOLO ESTERNO
Parlare di uscita dall’euro come un processo
unico, istantaneo e di facile gestione tecnica ormai è diventato troppo
riduttivo. Grazie al continuo lavoro di ricerca e di approfondimento di tutti i
dettagli economici, giuridici ed istituzionali, i più accorti tra i nostri lettori
avranno già capito che l’uscita dall’euro, evento ormai alle porte ed
irreversibile, non sarà una
trasformazione facile ed indolore, ma per essere meno invasiva possibile e
limitare la sperequazione dei costi di passaggio, comporterà un vero e proprio cambiamento di rotta culturale
all’interno degli apparati pubblici politico-istituzionali che dovranno
sobbarcarsi l’onere maggiore dell’intera operazione. Se non verranno fatti
propri dai prossimi funzionari, deputati e ministri della Repubblica Italiana principi di
corretta e razionale gestione della
finanza pubblica, sanciti dalla nostra stessa Costituzione, come “buon andamento”, “imparzialità”, perseguimento dell’”esclusivo interesse della Nazione”, sarà difficile auspicare, anche
in presenza di un ritorno provvidenziale alla sovranità monetaria e di una fine dell’odioso “vincolo esterno” con cui
ormai conviviamo dal lontano 1979, un miglioramento reale delle sorti del
nostro paese e delle condizioni di vita di noi tutti.
Fra i ricercatori più
attenti e rigorosi dei risvolti che si celano dietro un tale ribaltamento
epocale di prospettiva, il blog Orizzonte48
merita un posto di primo piano, sia per la competenza specifica e chiarezza
espositiva con cui vengono trattati gli argomenti più spinosi e complessi sia
per la logica stringente ed ineccepibile che dallo studio delle premesse
iniziali riesce poi a creare consenso unanime intorno alla conclusioni raggiunte.
Consiglio quindi a tutti i provetti naviganti della Tempesta Perfetta di
leggere con attenzione questa “guida per
riconoscere i nostri prossimi santi”, perché è chiaro che più avanti si
andrà, più il mare diventerà agitato e più si faranno avanti falsi profeti e improbabili salvatori della patria, che con il pretesto del caos e
la promessa di condurci in un porto finalmente sicuro, ci faranno ingoiare
altre scemenze di politica economica e monetaria, così come accadde nel
trentennio maledetto e continua ad accadere oggi. Il monito di gattopardesca
memoria secondo cui bisogna evitare che “tutto cambi affinchè nulla cambi”
deve essere più che mai attuale, perché riconquistare alcuni diritti e principi
fondamentali, primo fra tutti la sovranità economica, politica e monetaria, se
poi non si sanno maneggiare efficacemente alcuni elementari strumenti di
contabilità pubblica per il bene collettivo, significa impelagarci in nuove
storture, degenerazioni, distorsioni. E questa volta non potremo imputare all’euro
o al vincolo esterno la causa di tutti i nostri i mali, ma ricordando le parole
di uno dei più autorevoli padri costituenti, specchiarci nel nostro ennesimo
fallimento democratico: “la Costituzione
non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione
è un pezzo di carta: lo lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna
ogni giorno, in questa macchina, rimetterci dentro l’impegno, lo spirito, la
volontà di mantenere quelle promesse, la propria responsabilità”. (Piero Calamandrei, Discorso sulla Costituzione, video, 1955)
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venerdì 24 maggio 2013
PROVE DI DIALOGO CON IL MOVIMENTO 5 STELLE: CONVEGNO SU MONETA, POLITICA ED ECONOMIA
Finalmente, grazie al lavoro
incessante del coordinatore di Reimpresa Sicilia Salvo Fanara e di Elisa Brancato, siamo riusciti ad
organizzare un incontro con i ragazzi del Movimento 5 Stelle sui temi che più
ci stanno a cuore: politica monetaria
e sue ripercussioni sulla vita sociale ed economica di un paese democratico. Il
convegno si terrà a Messina ed è fissato per le ore 20.30 di mercoledì 29 maggio (la locandina è qui accanto), e sarà un’occasione spero
non unica e nemmeno rara per capire se la base del Movimento 5 Stelle è davvero intenzionata ad indagare più
profondamente e seriamente sulle cause della crisi e sulle sue possibili
soluzioni. Gli argomenti da trattare sono davvero tanti, ma chi ha seguito fin
qui il dibattito politico-economico-finanziario che si sta facendo su questo e
su altri blog, comprenderà facilmente che sono tutti intrecciati fra di loro:
significato della moneta oggi, debito e spesa pubblica, tasse ed evasione
fiscale, pareggio di bilancio e situazione dell’Italia, Fiscal Compact, Mes.
Non si parlerà espressamente dei costi e dei benefici di un’eventuale uscita
dell’Italia dalla zona euro, ma avendo un minimo di consapevolezza in più su
ciò che sta accadendo oggi in Europa ognuno potrà farsi una sua personale
opinione.
Sono molto fiducioso sulla
buona riuscita dell’incontro e in una crescita progressiva di coscienza
collettiva che parta dal basso, dalla base del Movimento 5 Stelle, perché spesso
i segnali che arrivano dal vertice
Grillo-Casaleggio sono davvero sconfortanti: il comico-anfitrione continua
infatti a premere l’acceleratore sul problema del debito pubblico, sulla
necessità di continuare a tagliare i costi dello Stato, sulle trame di palazzo
e la corruzione della casta, ignorando quasi del tutto che i veri problemi
dell’Italia sono di carattere internazionale, legati agli accordi europei
capestro che ci impongono un regime di
austerità per almeno altri venti anni, correlati all’impossibilità di fare
politiche economiche espansive e di agire sui tassi di cambio per recuperare
competitività, sigillati a doppia mandata con le cessioni di sovranità e il
depotenziamento continuo della nostra Carta Costituzionale. Ed è appunto la
nostra ammirata e santificata (almeno a parole) Costituzione Democratica il fulcro su cui si dovrebbero fare ruotare tutte le
nostre attuali e future rivendicazioni: un tempo il patto sociale tra i cittadini era basato sul diritto al lavoro, sui principi di dignità e decoro della persona, sui valori di uguaglianza e solidarietà sociale, e oggi invece è
ridotto a puro e fastidioso ostacolo
burocratico che impedisce ai nostri politici
mercenari e asserviti di procedere spediti nelle famigerate “riforme
strutturali” ultraliberiste dettate dall’Europa. Ultima ciliegina della
torta in questo senso: di ritorno dal Consiglio
Europeo di Bruxelles, il nostro primo ministro pro tempore Enrico Letta
a quanto pare ha portato a casa un “grande successo” sul tema dell’occupazione giovanile. Ma è davvero così?
Il suo successo corrisponde veramente ad una nostra vittoria?
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Sistema Bancario
martedì 21 maggio 2013
E’ ARRIVATO IL MOMENTO DI AGIRE: ASSEMBLEA NAZIONALE DELL’ARS DEL 15 E 16 GIUGNO A PESCARA
“Ma arrivati a questo
punto mi chiedo sempre più spesso: quali modi esistono per ribellarsi a questo
sistema usando mezzi non violenti?
Cosa possiamo fare noi, comuni cittadini, anche
se informati e consapevoli per ribellarci a queste forze opprimenti usando le
ormai spuntate armi della democrazia? Delle
risposte me le sono date...e ammetto che mi spaventano abbastanza. Sono l'unico?” No, non sei l’unico, caro lettore anonimo, che hai lasciato
questo commento nel post precedente.
Almeno su un’altra persona che si chiede continuamente queste tue stesse
domande e ha le tue medesime paure potrai sempre contare: il sottoscritto.
Eppure, fra i miei mille dubbi e tentennamenti, qualche risposta me la sono
data anche io: non bisogna mai stare
fermi, impassibili a guardare mentre tutto, dentro e fuori di noi, va in rovina.
Leggiamo, informiamoci, studiamo, parliamo e confrontiamoci con gli altri,
scriviamo, sfruttiamo tutto il tempo utile a disposizione per creare legami e
relazioni solide e costruttive, organizziamoci.
Mettendo da parte la violenza e la rabbia fine a se stessa (che come avrete già
capito, in ottemperanza alle più consolidate strategie del terrore, è
funzionale all’esistenza e alla sopravvivenza di questa ignobile e indegna
classe dirigente: più sangue ci sarà per le strade e maggiore sarà la tendenza
della gente a cercare riparo nei partiti tradizionali, ovvero in quelle stesse
forze politiche e culturali che hanno fino ad oggi causato il disordine sociale
e fomentato la violenza), dobbiamo avere la capacità di organizzarci secondo
tutte le forme di aggregazione
consentite dalla nostra splendida e umiliata Costituzione Democratica.
Più siamo e meglio è, perché una volta raggiunta la soglia critica di attivisti la dirompente forza d’urto delle nostre
idee e proposte potrebbe fare la differenza nello sterile dibattito
politico e sociale in corso, in cui prevale purtroppo soltanto la menzogna, la
confusione, l'inconcludenza e la mistificazione dei dati e dei fatti. Ovviamente il modo più efficace
e diretto per raggiungere tutti i nostri obiettivi è quello di aggregarci come un organizzato e moderno partito o
movimento politico, che oltre a sfruttare tutte le più innovative piattaforme informatiche di partecipazione,
sappia pure scendere in mezzo alla gente per parlare con parole chiare ed
inequivocabili: uno Stato democratico
che rinuncia alla propria sovranità politica, economica, monetaria, in cambio
di nulla, non è più uno Stato. Non è più una Democrazia. Punto. Tenendo
ferme queste premesse, poi possiamo costruire tutte le sfumature e i dettagli
tecnici di cui si può dibattere e ci si può scontrare. Ma la sovranità nazionale deve rappresentare un
principio giuridico e politico generale, inderogabile ed inalienabile della nostra
Costituzione Democratica: le famigerate cessioni di sovranità ad organismi
internazionali previste dall’articolo 11 non devono mai impedire allo Stato
nazionale di adempiere ai suoi doveri e ai suoi impegni nei confronti dei
cittadini. E chiunque si trovi d’accordo o vicino a queste idee, non può più
attendere che gli eventi possano spontaneamente e naturalmente convergere a
nostro favore. Deve agire in prima
persona affinché la Storia si indirizzi verso ciò che noi crediamo sia il
suo più naturale, giusto, equo percorso.
Da questo punto di vista l’ARS, Associazione Riconquistare la Sovranità, si configura oggi come la più
autorevole e credibile formazione politica che può farsi carico di tutte le
nostre istanze, sia per la serietà, la competenza e la passione dei suoi soci
che per la solidità e la concretezza dei suoi metodi e dei suoi schemi
organizzativi. Nell’ARS non si invoca soltanto vanamente a parole un
immaginifico ritorno alla sovranità nazionale, ma si fanno attivamente tutti i passi necessari e consentiti
per farci trovare pronti e avvicinare quel momento cruciale per la storia del
nostro paese. In vista della prima Assemblea Nazionale dell’ARS che si terrà a Pescara
il 15 e 16 giugno prossimi, invito tutti gli indecisi e tutti coloro che
hanno a cuore il destino della nostra nazione a partecipare con convinzione e
fiducia all’evento. Sarà la prima occasione che avremo per contarci, per
conoscerci, per scambiare opinioni, per guardarci dritto negli occhi e capire fino
a che punto siamo disposti a sacrificare una parte del nostro tempo e della
nostra vita per raggiungere qualcosa che va oltre noi stessi, crea un ideale
collegamento con il nostro passato, si trasmette alle generazioni future, rende
degna di essere vissuta la nostra stessa esistenza. “La libertà è partecipazione!”,
cantava Giorgio Gaber. Mai parole furono più adatte per descrivere lo spirito
con il quale bisogna venire a Pescara: non solo esserci, fare numero, presenziare
passivamente con una bandiera o un vessillo qualunque, ma partecipare,
mobilitarsi, attivarsi, capire in quale modo possiamo essere utili alla causa.
martedì 14 maggio 2013
L’AUSTERITA’ E’ STUPIDA, CREA SOFFERENZA E RITARDA LA RIPRESA: LA BANALITA’ DEL MALE
Nel 1963 la filosofa e
scrittrice tedesca Hannah Arendt
scrisse un libro e coniò un'espressione che descrive bene uno degli aspetti più
ambigui e perversi del male: la sua banalità.
Spesso chi fa del male non ha nemmeno la capacità di pensare e riflettere, la
facoltà di distinguere tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, un metro di
giudizio affidabile per valutare le proprie azioni e ponderare le implicazioni
morali e conseguenze pratiche del proprio operato. Nello specifico, la Arendt
rimase impressionata dalla superficialità e dall’indifferenza con cui il
criminale nazista Eichmann presenziò al processo che lo avrebbe portato alla
condanna a morte per impiccagione: si trattava di un omuncolo normale,
mediocre, né demoniaco né mostruoso, che per tutta la vita non aveva fatto altro che
eseguire ordini e istruzioni che venivano dall’alto senza mai eccepire o
chiedersi intimamente qualcosa sulla loro giustezza, moralità, razionalità. In
una visione totalmente burocratica e alienante della
vita, Eichmann eseguiva ed applicava incondizionatamente delle regole,
pensando di essere un cittadino modello, un uomo onesto che rispettava le leggi e
l’autorità costituita. Disquisire sulla bontà delle leggi e sull’assennatezza
dei propri superiori era qualcosa che esulava dai propri compiti e principi,
perché per Eichmann la cieca obbedienza
e la fedeltà erano gli unici valori
che riecheggiavano all’interno della sua misera coscienza.
Con le dovute proporzioni, possiamo
dire che da questo punto di vista tutti coloro che oggi stanno condannando alla miseria, alla disperazione, all’emarginazione
milioni di persone in Europa, dagli altolocati tecnocrati di Bruxelles fino
all’ultimo scribacchino di un qualsiasi giornale di regime, non sono tanto diversi dai gerarchi nazisti che massacrarono milioni di ebrei nei campi di
concentramento. Sono “banali” e
stupidi allo stesso modo: o perché non conoscono le conseguenze delle proprie
azioni o perché non hanno la capacità di ragionare su possibili alternative
alle proprie regole e leggi evidentemente sbagliate. E’ indubbio che in mezzo a
questa massa indistinta di idioti e mediocri ci sia qualcuno più furbo e più in
malafede rispetto agli altri, che volontariamente persegue il male per tutelare
il bene di una minoranza, ma diventa sempre più difficile e complicato distinguerlo
e isolarlo dal resto della sgangherata e
gioiosa armata di imbecillità collettiva. Il caso della trasmissione di
domenica scorsa di Report, intitolata
“Gli Austeri”, è esemplare in questo
senso: per tutta la durata del programma si è insistito a sottolineare gli effetti nefasti dell’austerità e la
maggiore ragionevolezza delle politiche espansive della spesa pubblica in
periodo di recessione, eppure con la stessa miopia e cecità di automi
decerebrati si è ripetuto che in Europa non si possono attuare né programmi di
infrastrutture e investimenti pubblici né manovre monetarie di alleggerimento quantitativo a causa del vincolo del pareggio di bilancio e della perdita della sovranità monetaria. Facendo però velatamente intendere
che senza violare le regole e i vincoli previsti dai trattati europei esiste un geniale metodo intermedio per conciliare le politiche espansive
con il mantenimento del pareggio di bilancio e della moneta unica privata
chiamata euro. In altre parole si è trattato di un clamoroso e sfacciato spot della
cosiddetta “austerità espansiva”, ovvero di una meschina mistificazione
accademica che lo stesso Fondo Monetario Internazionale si è affrettato tempo
fa a bocciare tecnicamente e a discreditare a livello politico e sociale.
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giovedì 9 maggio 2013
SIAMO SULL’ORLO DI UNA CRISI DI NERVI O BANCARIA? L’AFFARE MONTEPASCHI DI SIENA
Parlo da ingegnere che per
un certo periodo della sua vita ha lavorato all’interno dei reparti di
produzione. Quando un sistema industriale produce troppi pezzi difettosi
significa che è arrivato il momento di fare un massiccio intervento di manutenzione straordinaria per ritrovare i possibili
guasti dei macchinari e dei processi produttivi adottati. Le cause di simili
anomalie possono essere molteplici e tutte interconnesse fra di loro, ma è
indubbio che se le carte registrano per un periodo prolungato di tempo un’alterazione dei
normali livelli di difettosità il
sistema è fuori controllo e ha bisogno di una seria messa a punta. Ora, capisco che il paragone fra un sistema
industriale e una società civile nel suo complesso possa essere un po’ azzardato, ma se provate
ad astrarvi un po’ con l’immaginazione noterete che le analogie e le similitudini
sono davvero tante: chi ci governa considera le persone come tanti pezzi meccanici o macchine o numeri,
ed è talmente incompetente ed incapace da non capire che il sistema di governo che ci ha imposto dall’alto
è ormai abbondantemente fuori controllo. Si tratta di una società allo sbando
senza più punti di riferimenti, ideali, speranze, aspettative, capacità di
vedersi come una collettività di creature in evoluzione e in continuo
miglioramento. La violenza, la disperazione, il delirio, l’odio che si
percepiscono nell’aria sono i difetti principali della nostra società. E la
circostanza più bizzarra è che coloro che si ritengono gli architetti e gli
ingegneri di questo sistema europeo di
oppressione non sono minimamente in grado di comprendere che il vaso ormai
è colmo e straborda da ogni lato, perché per loro i guasti sono una parte
integrante del progetto iniziale: i
pezzi difettosi vanno soltanto eliminati, zittiti, esclusi dalla catena di
montaggio e non capiti, ascoltati, "riparati".
Quando accadono fatti tragici
come quello della sparatoria davanti
Palazzo Chigi, bisognerebbe drizzare subito le orecchie ed iniziare a
riflettere più attentamente su ogni cosa. Quello che ho visto io, attraverso le
immagini televisive, sono state le sagome di tre sventurati, vittime allo stesso modo di una
situazione che sfugge ormai al nostro controllo: due di loro, i carabinieri,
erano stramazzati al suolo e grondavano di sangue, sangue vero, l’altro aveva
invece il sangue agli occhi e fumava di rabbia per i motivi che conosciamo
bene. Non appena ad un uomo cominci a togliere prima il lavoro, poi la
tranquillità familiare, la dignità, infine la speranza per il futuro, quell’uomo è in verità una mina vagante pronta ad
esplodere in ogni momento. L’attimo esatto della deflagrazione dipende
soltanto da una delicata questione di equilibrio personale, autocontrollo,
saldezza di nervi. C’è chi sa contenere la sua rabbia per tutta la vita e chi
invece riesce con il tempo a trasformarla in altro, ma c’è anche chi non
conosce altro mezzo per esternare la sua rabbia, la sua solitudine, il suo
isolamento che la violenza. Tranne in rari casi di evasione spirituale, un uomo
non sceglie mai volontariamente di rimanere da solo, ma viene lentamente
abbandonato da tutto e da tutti finché non si rende conto di essere solo e
disperato. E qual è esattamente il
confine fra un uomo solo e un uomo abbandonato?
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martedì 23 aprile 2013
DIARIO DI UN SACCHEGGIO: ECCO COSA VUOLE VERAMENTE DA NOI LA GERMANIA
Qualche settimana fa, un po’
per caso e un po’ per curiosità, sono venuto a conoscenza di una notizia che mi
ha parecchio colpito: l’associazione Eures Germania in accordo con quella italiana aveva organizzato un lungo tour in giro per la penisola per reclutare giovani
lavoratori qualificati. Il suggestivo nome di questa selezione a domicilio
era “Job of my life” e ha toccato le più importanti città italiane: Roma,
Napoli, Milano, Bologna, Torino, Genova, Bari, Lecce, Padova, Verona, Catania.
Durante il giro sono state raccolte circa 6.300 candidature, in particolare di
ingegneri e tecnici specializzati fra i 18-35 anni, da proporre alle maggiori
aziende tedesche. Il reclutamento non garantiva il posto di lavoro fisso ma
solo la promessa che anche in caso di momentanea bocciatura i ragazzi sarebbero
stati inseriti in un database, in attesa della fatidica chiamata dalla Germania. Analoghi programmi di
selezione di giovani disoccupati di elevata formazione e specializzazione sono stati
organizzati pure in Irlanda, Spagna, Portogallo. Ovvero nei paesi che sono stati più danneggiati
dall’atteggiamento competitivo della Germania, che ha saputo meglio sfruttare
le dinamiche di squilibrio commerciale e finanziario messe in moto dalla moneta
unica.
Intendiamoci, questi
progetti di cooperazione internazionale
e di scambio di competenze e conoscenze
sono molto interessanti ed efficaci, ma solo quando presentano caratteristiche di reciprocità,
multilateralità e non sono a senso unico: dai paesi poveri e disastrati
verso l’unica nazione ricca e vincente, e mai viceversa. Perché, allo stesso
modo di ciò che accade con lo scambio delle merci e dei capitali, si verrebbe a
creare all’interno dell’eurozona uno sbilanciamento
di forza lavoro qualificata a vantaggio dell’unico grande paese in surplus
e a svantaggio di quelli in deficit. Condannando in pratica questi ultimi alla
regressione produttiva e alla marginalizzazione
nei settori a scarso valore aggiunto e innovativo. E questa è solo l’ultima
sfaccettatura del saccheggio in corso, che sta avvenendo in tempo reale, sotto
i nostri occhi. Mentre noi siamo impegnati ad assistere alla seconda elezione
di re Giorgio Napolitano II e
all’imminente insediamento del prossimo governo
Amato, personaggi cioè che sono stati tra i principali artefici della distruzione del tessuto produttivo e sociale italiano,
fin dai tempi dell’ingresso dell’Italia nello SME del 1979, e oggi hanno il
compito specifico di difendere e tutelare la classe politica corresponsabile
del disastro. Gli italiani sono talmente illusi e imbesuiti da credere che
coloro che hanno “scientemente” spinto il paese verso il baratro siano gli stessi
a farlo riemergere dagli abissi: misteri
della fede. Dove arriva l’idolatria mistica, la ragione per forza di cose
deve arretrare.
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venerdì 19 aprile 2013
LE MENZOGNE DI REINHART E ROGOFF: IL DEBITO PUBBLICO NON E’ LA CAUSA DELLA RECESSIONE
In questi giorni sta
montando un ampio dibattito a livello mondiale (del tutto ignorato in Italia,
ma questa non è una novità, visto che noi abbiamo ben altre faccende a cui
pensare, come votare nientedimeno che Romano Prodi, la Thatcher nostrana
versione mortadella ruspante, al Quirinale: quando si dice il nuovo che avanza!)
sugli errori commessi dai celebri economisti di Harvard Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff
nel calcolo della correlazione fra alto
debito pubblico e bassa crescita economica. Secondo la tesi e i dati
ricavati dai due studiosi, quando il debito pubblico supera la soglia critica
del 90% del PIL assistiamo ad una
progressiva stagnazione o addirittura ad una recessione dell’economia. Il paper
incriminato risale al 2010, “Growth in a Time of Debt”, ma solo
oggi tre sconosciuti economisti dell’Università del Massachusetts, Thomas Herndon,
Michael Ash e Robert Pollin, sono riusciti con un altro paper, dal titolo “Does High Public Debt consistently stifle Economic Growth? A critique of Reinhart and Rogoff”, a smascherare tutti gli errori di calcolo, alcuni dei quali davvero grossolani, compiuti
dai due ben più noti e accreditati economisti. La vicenda ha del paradossale,
perché soprattutto negli Stati Uniti il lavoro di Reinhart e Rogoff
era stato fino ad oggi un punto di
riferimento per tutti i sostenitori dell’austerità e del taglio dei deficit
pubblici, imputando solo a questi ultimi la causa principale della bassa
crescita economica. Ora per i cosiddetti “falchi
del debito pubblico” rimangono solo due strade: o ritrattare tutto quanto
permettendo al governo di attuare le necessarie manovre anticicliche di aumento
dei deficit pubblici per far ripartire la crescita (cosa molto improbabile),
oppure assoldare un altro gruppo di noti economisti per manipolare altri dati
e confermare la loro tesi insensata.
Questa è l’economia, bellezza! Chi
ha i soldi dice cosa è vero e cosa è falso, chi non ne ha non solo non ha diritto
di parlare ma non può nemmeno entrare nelle statistiche e nei sondaggi, perché
da che mondo è mondo solo chi spende fa
economia, mentre chi non ha niente da spendere fa la fame. L’economia
infatti è una disciplina molto strana che si occupa molto di più di quanti
profitti o soldi spende un miliardario (perché questo fa alzare notevolmente il
PIL), rispetto a quante ingiustizie e
iniquità redistributive esistono nel mondo. Essendo una materia fatta ad
uso e consumo di chi i soldi già ce li ha, è chiaro che i suoi maggiori esperti
e cultori mondiali non fanno altro che sfornare studi su studi, papers su papers, libri su libri per irrobustire le ragioni e le istanze di chi gli ha
consentito di diventare celebri. E purtroppo, qualche tempo fa, anche io ho
partecipato all’orgia di successo dei due
campioni della menzogna di Harvard, più per curiosità che per reale
interesse, comprando il loro best seller “Questa volta è diverso. Otto secoli di
follia finanziaria”, rimanendo sconcertato dopo aver letto le prime
pagine: con la tipica perentorietà di chi declama l’ovvio, i due economisti
mettevano sullo stesso piano debito
pubblico, debito privato e debito estero, facendo velatamente
intendere che la crisi di un paese potesse nascere indifferentemente dall’aumento
dell’una o dell’altra tipologia di debito. Cosa ovviamente falsa, ma tanto cara
a chi li aveva convinti a suon di lauti compensi a scrivere quelle cavolate. Ma perché le persone ricche odiano così
tanto il debito pubblico?
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martedì 16 aprile 2013
LA FOLLIA DELL’EURO: I TEDESCHI SONO I PIU’ POVERI, MA A MORIRE SONO I GRECI
Due notizie
mi hanno molto colpito nei giorni scorsi: i tedeschi sono tra i cittadini più poveri d’Europa, e le situazione sanitaria della Grecia ormai
è prossima a quella di una nazione in guerra. Eppure, come ampiamente risaputo,
i poveri tedeschi sono costretti da alcuni anni, attraverso i contorti
meccanismi del MES e dei precedenti fondi di salvataggio europei, ad essere i
maggiori finanziatori dei piani di salvataggio di Portogallo, Grecia, Cipro,
Spagna, paesi economicamente disastrati dove gli abitanti sono però mediamente
più ricchi di quelli “virtuosi”.
Capite bene che quando in un sistema qualsiasi, economico, sociale, naturale
che sia, si vengono a creare simili
disfunzioni e anomalie si vede che c’è qualcosa di folle e sbagliato alla
base. Oppure i dati non raccontano esattamente la realtà dei fatti. O meglio
ancora, esiste oggi in Europa una miscela esplosiva chiamata moneta unica che
partendo da un errore iniziale di costruzione sta facendo impazzire tutti i
dati attualmente rilevati. La verità insomma è molto più complessa di come
appare e il diavolo, si sa, si nasconde nei dettagli.
Secondo uno
studio della BCE, la ricchezza netta media
(finanziaria e reale) delle famiglie (o meglio dei nuclei abitativi, di coloro
che in altre parole vivono sotto lo stesso tetto) è così distribuita in ordine
decrescente nell’eurozona: Lussemburgo €710.100, Cipro €670.900, Spagna €291.400,
Italia €275.200, Germania €195.200, Olanda €170.200, Finlandia €161.500, Portogallo
€152.900, Grecia €147.800. Tuttavia se prendiamo la mediana, ovvero il valore che divide esattamente a metà la distribuzione dei dati, vedremo che la
differenza di ricchezza fra i tedeschi e il resto degli europei del sud si fa
stranamente ancora più marcata: Cipro €266.900, Spagna €182.700, Italia €173.200,
Grecia €101.900, Portogallo €75.200, Germania €51.400. Ciò significa innanzitutto
che in Germania (ma anche a Cipro, nazione di banchieri falliti) c’è una
piccola frazione di famiglie ricchissime che alza di parecchio la media, mentre
la maggioranza della popolazione non possiede nemmeno una casa di proprietà. E
questa circostanza conferma in pratica ciò che abbiamo spesso ripetuto sull’assurda e iniqua dinamica di funzionamento dell’eurozona: gli straordinari surplus commerciali della Germania sono stati fatti
soprattutto a spese dei lavoratori tedeschi a cui sono stati chiesti i maggiori
sacrifici in termini salariali, mentre ad arricchirsi è stata sempre e soltanto
una ristretta casta di banchieri e imprenditori tedeschi.
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