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mercoledì 22 gennaio 2014

EXIT, OLTRE L’EURO: VADEMECUM PER RIPRENDERCI IL FUTURO

Sono felice di poter fare pubblicità ad un libro che è uscito pochi giorni fa, in occasione del Convegno di Chianciano dell’11 e del 12 gennaio. Io ho scritto solamente un capitolo (“Debito pubblico e Sovranità monetaria”), mentre il grosso del lavoro editoriale di coordinamento e sviluppo del progetto lo ha svolto il resto del gruppo, a cui vanno i miei più sinceri ringraziamenti (in particolare Gennaro Francione e Loredana Signorile, per la pazienza dimostrata nei miei confronti). Si tratta di un libro molto particolare, che spero possa aprire la strada ad altri progetti simili di divulgazione e informazione: un libro che parla di economia, di storia e di politica e che però è stato scritto da semplici cittadini e professionisti, che non hanno particolari specializzazioni nei campi in questione. Nessun titolo da esibire in pubblica piazza, ma tanta, tanta passione e volontà di intervenire efficacemente e in prima persona nel dibattito in corso. Un dibattito dai cui esiti dipendono le nostre vite e quelle dei nostri figli e a cui nessuno dovrebbe mai sottrarsi. E’ il massimo esempio insomma di partecipazione attiva alla vita democratica del proprio paese, senza delegare ad altri o ai soliti specialisti del mestiere questioni accessibili a tutti con un po’ di impegno e determinazione.

mercoledì 20 novembre 2013

USCITA DALLA CRISI: CONVEGNO A PALERMO PER RAGIONARE INSIEME SULLE CAUSE E LE SOLUZIONI

Dopo aver ascoltato bene la puntata di giovedì scorso di Servizio Pubblico, penso che molte persone si siano fatte un’idea abbastanza chiara su ciò che sta avvenendo oggi in Italia. Al contrario di quello che traspare da tutti gli inutili dibattiti politici attuali, esistono nel nostro paese due soli partiti e orientamenti politici: il PUD€ (il Partito Unico dell’Euro), il cui rappresentante più esemplare e prototipo perfetto è Marco Travaglio, e il Partito degli Italiani, ovvero una formazione disorganizzata e disomogenea di persone ragionevoli e innamorate del proprio paese, in cui spicca per integrità e competenza tecnica il professore Alberto Bagnai. Le tesi disfattiste del PUD€ possono essere riassunte nelle parole lapidarie di Travaglio: “Con l’euro o senza l’euro noi italiani saremmo la merda che siamo sempre stati!”. Mentre le analisi pacate e difficilmente confutabili di Bagnai, trovano una giusta collocazione grazie all’utilizzo della metafora del Titanic: “Per affrontare l’iceberg della globalizzazione è meglio essere a bordo di una grande nave impossibile da sterzare, oppure su un agile kayak che può essere manovrato agevolmente?”. In altre parole, l’Italia avrebbe oggi le risorse umane e tecnologiche per competere alla pari con tutti gli altri paesi del mondo senza farsi ingabbiare dai "vincoli esterni" e comandare a bacchetta dai tecnocrati di Bruxelles? Oppure è meglio mettersi in riga e ubbidire ciecamente agli ordini che arrivano dall’estero, quantunque folli e irrazionali essi siano, perché da soli non sapremmo gestire nemmeno un pollaio?


mercoledì 13 novembre 2013

OLTRE L’EURO C’E’ LA SOVRANITA’ NAZIONALE E LA SALVEZZA DI QUESTO PAESE

In uno degli ultimi articoli scritti da Paul Krugman sul New York Times, mi ha molto colpito questa frase: “La Francia ha commesso l’imperdonabile errore di essere fiscalmente responsabile senza infliggere dolore alle classi povere e disagiate. E deve essere punita”. In particolare l’economista americano si riferiva al recente declassamento dell’agenzia di rating Standard&Poor’s, e ai continui ammonimenti della Commissione europea riguardo alle scelte di politica fiscale del governo francese (superamento della fantomatica soglia del deficit pubblico del 3%): in pratica, ad avviso delle èlite finanziarie internazionali, non bisogna distruggere l’economia e il tessuto produttivo nazionale solo con gli aumenti delle tasse, come fa Hollande oggi, ma anche e soprattutto con i tagli alla spesa pubblica, in particolare quelli riguardanti il generoso stato sociale concesso ancora ai cittadini francesi. Per rendere rapidamente un paese innocuo e schiavo delle oligarchie transnazionali bisogna mettere a punto quelle fondamentali riforme strutturali” del mercato del lavoro, del sistema pensionistico, del welfare state, senza le quali un popolo ancora sano, ancora orgoglioso della propria identità nazionale, può avere un giorno o l’altro la forza di riscattarsi dal giogo della dittatura europeista e più in generale dalla minacciosa omologazione globalista. E non sarà un caso che il movimento politico anti-europeista più vivace e organizzato del continente sia proprio francese, il Front National di Marine Le Pen.

martedì 15 ottobre 2013

SCALFARI E CACCIARI: LA DEMOCRAZIA FUNZIONA SOLO QUANDO E’ OLIGARCHICA

Ci siamo. Pressati dall’attualità e dalle contingenze, molti degli osannati e sempre troppo sovrastimati “intellettuali” italiani sono costretti ad uscire allo scoperto e a confessare in modo schietto e diretto come la pensano su certi temi delicati e oltremodo cruciali della politica interna e internazionale. Eugenio Scalfari e Massimo Cacciari sono senza dubbio i campioni della “real politik” nostrana, quella secondo cui con la caduta del muro di Berlino e la fine delle ideologie, bisogna guardare con un certo disincanto la storia e adattarsi con concreto pragmatismo al corso degli eventi. Il loro assunto più propagandato a furor di popolo è il seguente: “siccome c’è la globalizzazione, e la competizione economica avviene su scala globale, non si può più competere rimanendo piccoli stati sovrani isolati, ma bisogna unire le forze creando federazioni e confederazioni di stati, come sta avvenendo oggi in Europa”. Tradotto in termini più semplici il loro famigerato sillogismo suona così: “siccome c’è la Cina, bisogna creare per forza di cose gli Stati Uniti d’Europa, in caso contrario saremo spacciati e verremo travolti dalla marea gialla!”. Inutile ricordare che qualcuno (per la precisione Claudio Borghi Aquilini) ha già smontato questa tesi bizzarra con straordinaria capacità di sintesi e immaginazione: l’economia non è mai stato un gioco di tiro alla fune in cui più siamo e meglio è, ma è una complicata questione di organizzazione, efficienza, sinergia, competenza, conoscenza, ripartizione, distribuzione, in cui vince chi riesce ad utilizzare meglio le proprie risorse umane e materiali. Belle parole, ma del tutto inefficaci nel nostro caso, perché Cacciari e Scalfari hanno sempre ragione.


Infatti, nonostante la tesi quantitativa sia la più nota del duo delle meraviglie, Cacciari e Scalfari sono anche i mostri della tuttologia italiota, quelli del “so tutto io”, quelli dell’opposizione bieca a qualsiasi tipo di contraddittorio che non confermi ed esalti le loro conclusioni: si va dalla filosofia, alla storia, fino alla letteratura, all’economia, alla gastronomia, al taglio e cucito. Qualsiasi sia la materia del contendere, quando arriva la sentenza di uno dei due saggi barbuti, bisogna ascoltare in religioso silenzio e accettare senza battere ciglio le loro illuminanti dissertazioni. Puoi anche sforzarti di sottoporre al duo quintali di studi e documenti vergati di proprio pugno da premi Nobel ed economisti di caratura internazionale, che spiegano in modo accessibile a tutti come le unioni monetarie, politiche e commerciali tra stati diversi funzionino solo quando sussistono delle particolari condizioni al contorno, ma questo impegno si dimostrerà presto del tutto vano e infruttuoso: di fronte all’infinita saccenteria del duo, anche le vette più alte del sapere umano si sciolgono come neve al sole. Per intenderci, se in giornata di grazia, Cacciari e Scalfari sarebbero pure capaci di stravolgere il relativismo di Einstein o la teoria quantistica di Planck. Figurarsi, quindi, se in un dibattito serrato non sfiderebbero sfrontatamente gli impegnativi studi e le ricerche sul campo di umilissimi premi Nobel dell’economia.

venerdì 11 ottobre 2013

EURO E (O?) DEMOCRAZIA COSTITUZIONALE: LA CONVIVENZA IMPOSSIBILE TRA COSTITUZIONE E TRATTATI EUROPEI

Sono felicissimo di potere comunicare la prossima uscita, il 15 ottobre (ma il libro è già ordinabile su Amazon e in consegna a partire dal 18 ottobre) del libro di Luciano Barra Caracciolo, alias Quarantotto, dal titolo molto azzeccato: Euro e (o?) democrazia costituzionale: la convivenza impossibile tra Costituzione e Trattati europei. Si tratta di un libro fondamentale che è indispensabile per il nostro percorso di consapevolezza ed evidenzia già dal titolo quell’insanabile contrasto tra i principi etici universali impressi sulla nostra Costituzione democratica e le fragili e stantie leggi di mercato, di cui l’euro rappresenta l’ultima e speriamo più che mai provvisoria espressione. O si sceglie di seguire l’indirizzo costituzionale e si applicano politiche economiche discrezionali mirate o si accetta supinamente di rinunciare ai diritti costituzionali per abdicare miseramente di fronte ai modelli economici rigidi che annullano qualsiasi spazio di manovra politico e di intervento pubblico nella società. Non esistono vie di mezzo salvifiche e miracolose che salvino capre e cavoli, perché una cosa esclude l’altra. E prima lo capiamo e meglio sarà per tutti.


Avere adesso, attraverso questo libro, un’ulteriore conferma giuridica (per quella più strettamente economica ci hanno già pensato economisti del calibro di Bagnai, Savona, Borghi, Rinaldi, Zezza, per citare solo alcuni degli italiani) dell’incompatibilità fra Costituzione italiana e Trattati europei, austerità e crescita economica, mercato unico e stato sociale, significa fare un altro passo avanti verso la liberazione del nostro paese dal giogo europeo. Tutti quelli che oggi invocano vanamente la difesa della Costituzione, dal redivivo santificato Stefano Rodotà agli stralunati attivisti del M5S, (vedi manifestazione del 12 ottobre a Roma), partono sempre da premesse sbagliate: i nostri politici sciamannati, Berlusconi, Renzi, Marchionne, Napolitano, la “casta”, vogliono stravolgere la Costituzione per aumentare e difendere i loro privilegi. E invece, come i più attenti di voi hanno già capito, queste miserabili marionette agiscono per conto di altri, prendono ordini dall’estero, da Bruxelles, da Berlino, da Francoforte, da Washington, perché la distruzione della nostra nobilissima Costituzione è solo uno dei necessari passaggi per cedere ancora sovranità ad enti sovranazionali, per trasformare definitivamente la nostra nazione in protettorato, colonia. E continuare ad appellarsi ingenuamente alla Costituzione, senza mettere in discussione la natura anticostituzionale e antidemocratica dei Trattati europei, significa come al solito due cose: o si è totalmente ignari di ciò che sta accadendo, oppure si cerca per l'ennesima volta di depistare l'attenzione dell'opinione pubblica, per allontanarla più possibile dalla verità dei fatti.

venerdì 12 luglio 2013

L’ALTRA FACCIA DELLA MONETA: L’UNICO MODO PER FARE ECONOMIA ATTIVA PER I CITTADINI


Dopo due settimane di fitti colloqui, incontri, convegni, conferenze, progetti editoriali è giunto il momento di tirare il fiato e fare un breve bilancio di ciò che ho visto e sentito un po’ in giro: l’Italia c’è, la Sicilia si muove, gli italiani stanno iniziando a capire, ma hanno le idee ancora piuttosto confuse e urgente bisogno di metabolizzare tutte le novità che gli stanno venendo addosso in questo ultimo periodo. E vorrei vedere dopo trent’anni e passa di lavaggio del cervello e propaganda di regime degna delle peggiori dittature: debito pubblico, inflazione, svalutazione, potere d’acquisto dei salari, mutui, tassi di interesse, costo della benzina e delle materie prime, posizione geopolitica dell’Italia all’interno dello scacchiere internazionale. I loro dubbi e le loro domande su un eventuale scenario di uscita dall’euro e recupero della sovranità monetaria e politica nazionale sono quasi sempre le stesse. Ma il fatto che la gente si faccia assalire dai dubbi è già qualcosa: il dubbio è spesso un chiaro sintomo di risveglio, volontà di ricerca e desiderio di consapevolezza. Senza dubbio non esiste alcuna verità, sia essa economica, scientifica o filosofica.


Tuttavia la mia sensazione quando qualcuno mi chiede la solita domanda sui costi e benefici dell’uscita dell’Italia dall’euro è quella di parlare ad uno schiavo con le catene alle caviglie che ha davanti una scodella riempita di scarti e frattaglie: invece di pensare a quanto cibo avrai domani nella scodella, non sarebbe meglio cominciare a preoccuparti di quelle grosse catene di ferro che ti impediscono di essere libero? Non che il cibo non sia importante, ma sei sicuro che vivere per sempre con gli scarti della cena del padrone sia meglio che cominciare a cercarti da solo la frutta, i semi, la selvaggina nel bosco? Come si può pensare a mangiare quando sull’altro piatto della bilancia ci stiamo giocando la nostra libertà di popolo? E’ meglio un uomo libero a pancia vuota o un malnutrito in catene? Capite bene che disquisire di costi e benefici, discorso utilitaristico comunque da fare, quando qui si sta parlando di libertà politica-economica e autodeterminazione democratica di una nazione risulta agli occhi di un disincantato idealista come me una questione abbastanza risibile. Con pazienza mi metto a snocciolare numeri, grafici, tabelle, ragionamenti ma nel mio intimo penso: “questi ancora non hanno capito un emerito c… di quello che ho detto prima”.

mercoledì 26 giugno 2013

EURO SI’, EURO NO: PERCHE’ RESTARE E PERCHE’ USCIRE? CONVEGNO DIBATTITO A MARSALA IL 29 GIUGNO

Molte persone mi chiedono spesso perché mai un ingegnere gestionale, con una carriera abbastanza avviata nel settore bancario e finanziario, decida all’improvviso di cominciare a fare divulgazione e convegni su temi economici e monetari in particolare. Oltre alle ovvie ragioni etiche, alla tensione innata verso la giustizia e alla pace nel mondo, la risposta che mi è più congeniale può essere sintetizzata così: perché tutto quello che sta accadendo in Italia e in Europa oggi è contrario a ciò che io ho studiato e applicato finora grazie al metodo scientifico e sperimentale. Mi spiego meglio. Chi conosce un po’ di storia della scienza, sa che la rivoluzione scientifica iniziata da Galileo Galilei prevedeva un preciso metodo di lavoro: congetturi per deduzione delle ipotesi, crei una serie di esperimenti opportuni per verificarle, registri i risultati, delimiti un campo di applicazione, ricavi per induzione una legge generale e universale che rimane tale fino a prova contraria. Il progresso scientifico e l’evoluzione della civiltà sono andati avanti ad ampie falcate in virtù di questi elementari ma rigorosissimi strumenti di analisi e sintesi della realtà circostante, allontanando sempre di più l'umanità dalle paludi melmose del misticismo, della superstizione, della barbarie medievale. All’interno della tradizione giudeo-cristiana dell’occidente il pensiero scientifico e illuminista si insinuò come una spina nel fianco per imprimere un rinnovamento culturale e un cambio di prospettive che continua imperterrito fino ad oggi. Proprio oggi che in Europa, a causa di indecenti principi economicisti, mercantilisti, finanziari sia il primo che il secondo grande filone del pensiero occidentale rischiano di essere mandati entrambi a gambe per aria. 


Vediamo infatti come il metodo scientifico è stato stravolto per giustificare l’introduzione di una moneta unica in Europa. Fin dalla prima metà degli anni ottanta una ristretta cerchia di economisti facenti capo alla Commissione Delors comincia a ragionare su un’ipotesi di moneta unica da imporre ad alcuni paesi europei, nonostante tutti gli studi accademici sulle aree valutarie ottimali avessero già bocciato categoricamente, dati e osservazioni empiriche alla mano, l’ardito tentativo. L’esperimento però è stato condotto ugualmente, con il pretesto di garantire agli stati aderenti e ai popoli benessere, prosperità, pace perpetua. Dopo poco più di dieci anni dall’inizio dell’esperimento socio-economico, la realtà mostra evidentemente che l’euro non va, come dicevano già i migliori economisti del mondo, non ha le caratteristiche idonee per diventare una moneta unica e assicurare una crescita equilibrata per tutti i paesi coinvolti: alcuni paesi crescono e prosperano (principalmente la Germania) e altri recedono e si indebitano (la periferia). Il campo di applicazione della nostra ipotesi quindi è troppo ristretto per ricavare una legge generale, perché l’euro funziona in pratica soltanto per la Germania (con evidenti squilibri interni fra i principali beneficiari, banchieri e imprenditori, e i lavoratori sottopagati). Cosa farebbe a questo punto un bravo e diligente scienziato? Rivedrebbe dalle fondamenta l’ipotesi di partenza e andrebbe avanti con un nuovo esperimento fino a ricavare la formula giusta che andava cercando. Tolte le chiacchiere da bar e la propaganda prezzolata, la scienza funziona ancora oggi così.

giovedì 20 giugno 2013

ULTIME DAL MES: STATI E RISPARMIATORI DEVONO PAGARE LA RICAPITALIZZAZIONE DELLE BANCHE

E voi direte, ma cosa c’è di nuovo sotto il sole? E’ dall’inizio della crisi dell’eurozona che governi e contribuenti pagano per il salvataggio delle banche e attraverso la manipolazione mediatica la cosa ormai è diventata una prassi comunemente accettata. La novità però questa volta è che i tecnocrati di Bruxelles, in vista del prossimo Consiglio europeo di fine mese, hanno messo nero su bianco su un documento ufficiale regole, metodi, cifre, vincoli per descrivere come si deve svolgere l’intero processo, lasciando poco spazio all’improvvisazione e all’immaginazione. In pratica i criminali hanno finalmente confessato la loro colpa, sperando negli effetti terapeutici dell’outing e spiegando chiaramente agli europei quanto ancora devono pagare (e si tratta di cifre da capogiro) per tenere in piedi l’idiozia dell’euro. Qualcuno diceva che il miglior modo per nascondere la verità, è renderla palese e visibile a tutti. Ecco, confidando nella nostra incapacità di interpretare gli eventi e capire la realtà che ci gira intorno, pare che i tecnocrati e i politicanti europei abbiano decisamente intrapreso questa strada.


Ma vediamo come funzionerà l’ennesimo meccanismo infernale messo a punto da tecnocrati e banchieri per distruggere la democrazia, l’economia reale, la coesione sociale. Già sapevamo che gli accordi del MES, Meccanismo Europeo di Stabilità, prevedevano al loro interno, oltre al sostegno diretto agli stati (che serviva poi a finanziare le banche in difficoltà, vedi il caso Irlanda, Spagna e Cipro, o a pagare i creditori francesi e tedeschi, vedi il caso Grecia e Portogallo), anche la possibilità di ricapitalizzare le banche “zombie” dell’eurozona. Ora conosciamo i termini in cui avverranno queste operazioni di ricapitalizzazione, e vi anticipo già che saranno ancora dolori, lacrime e sangue per tutti i contribuenti, che già hanno dovuto una prima volta pagare e stanno ancora pagando per mettere in piedi la trappola del MES. Insomma nell’eurozona, fra mille indecisioni e tentennamenti, di una cosa possiamo sempre essere certi: la socializzazione delle perdite bancarie e la privatizzazione dei profitti non è più una raccapricciante anomalia dovuta all’emergenza ma la prassi, la normalità, la forma principale di “buon governo” dell’economia e della finanza. E siccome, come abbiamo anticipato, i capitali necessari per salvare l’intero settore bancario fallito raggiungono a spanne numeri ciclopici, non sappiamo quanto saranno ancora bravi gli europei a reggere l’urto e capaci di bere l’amaro calice. E’ davvero così difficile capire che ciò che sta accadendo in Europa corrisponde alla più grande espropriazione collettiva di ricchezza mai avvenuta nella storia dell’umanità?

lunedì 17 giugno 2013

IL MOVIMENTO DEMOCRATICO SOVRANISTA ESISTE, ADESSO NON ABBIAMO PIU’ SCUSE

Di ritorno dalla II Assemblea Nazionale dell’ARS, Associazione Riconquistare la Sovranità, tenutasi a Pescara dal 15 al 16 Giugno, sentivo l’esigenza di fare un breve resoconto per descrivere le mie impressioni e sensazioni. Innanzitutto è stato molto piacevole e stimolante incontrare personalmente e stringere le mani di persone che prima avevo conosciuto solo attraverso il blog o i social networks: malgrado utilizzi internet per fini divulgativi e informativi, non ho mai creduto e mai crederò ai rapporti virtuali, men che meno alla possibilità di creare un partito/movimento politico sfruttando solamente le piattaforme informatiche e le adesioni di account che non si trasformano mai in facce, mani, gambe, piedi, i quali poi esistono soltanto nella nostra immaginazione e non incontrano mai le nostre facce, mani, gambe, piedi. E questo secondo me è il principale elemento distintivo che qualifica l’ARS e la rende diversa da tutto il resto dei movimenti sovranisti, antieuristi, antieuropeisti che sono disseminati per la rete internet: all’ARS ci si incontra e si fanno piani strategici, programmi di promozione, che possono pure partire e nascere dalla rete ma poi si svolgono e includono la vita reale.


All’ARS si parla dei vari programmi e piani di intervento specifici (finanza, scuola, pubblica amministrazione, rapporti internazionali etc) con una dovizia di particolari e serietà di analisi difficili da trovare altrove: l’ARS non sarà mai un contenitore vuoto dove si gridano soltanto alcune parole d’ordine come “moneta sovrana!” e “fuori dall’euro!”, senza analizzare con la dovuta attenzione e precisione tutte le conseguenze politiche, economiche e sociali che ogni scelta comporta. E questo viene testimoniato dal fatto che per ogni settore vengono chiamate a scrivere programmi e proporre emendamenti persone che hanno elevate competenze e parecchia passione e voglia di cambiamento. A Pescara non ho visto né pressapochismo né sterile pedanteria, ma uomini e donne combattenti e combattive che hanno vissuto in prima linea tutte le assurde anomalie e ingiustizie che questo sistema economico e politico europeo ci impone da trenta anni. Si è parlato di ciò che si potrebbe fare concretamente ora e subito e non di ciò che si vorrebbe scrivere nel nostro ideale libro dei sogni: parlare senza cognizione di causa di uscita dall’euro e ritorno alla lira è come perdersi appresso alla leggendaria mitologia degli Stati Uniti d’Europa. Un sovranista che non ha chiaro tutti i difficili passaggi intermedi che bisogna percorrere e governare per riconquistare la nostra piena sovranità non è molto diverso dal piddino che vaneggia intorno ad irrealizzabili sogni paneuropei. E il ruolo dell’ARS è appunto quello di essere un interlocutore politico credibile ed affidabile che sia capace di guidare il periodo di transizione che presto o tardi dovremo affrontare. Volete per caso che il processo di transizione e di uscita dall’euro venga gestito dagli stessi che i problemi ce li hanno imposti e creati? Credete davvero che ci sia un modo solo per uscire dall’euro? Chi vi assicura che uscendo dall’euro gli oneri e i vantaggi saranno davvero automaticamente, equamente e giustamente ripartiti?


Ecco perché nasce oggi l’esigenza di strutturarsi e organizzarsi per tempo per impedire che gli stessi che hanno edificato questo sistema iniquo e criminale possano riciclarsi e riposizionarsi per costruirne uno ancora peggiore. Sicuramente, a meno di improbabili espulsioni ed esili forzati, i vari D’Alema, Amato, Monti, Draghi, Prodi, Letta, Bersani, Berlusconi, Tremonti saranno ancora lì anche quando l’euro scomparirà o si frantumerà e non saranno tanto disponibili a lasciare i loro posti di comando e le loro servili funzioni di procura dei grandi potentati economici e finanziari. Lasciarli fare senza muovere un dito sarebbe come lasciare in affidamento un tenero agnellino ad un lupo. Per non parlare poi di tutta la disinformazione mediatica che cercherà di fare passare indenne la vecchia classe dirigente attraverso i marosi della Tempesta Perfetta che presto travolgerà tutti i paesi che sciaguratamente hanno deciso di aderire all’euro e di castrarsi di tutte le loro sovranità democratiche. Sarà insomma un periodo di grossa confusione e caos sotto il cielo, dove il bianco diventerà nero, il nero diventerà bianco e non mancheranno gli atti violenti di sciacallaggio e predazione dei soliti noti. E l’ARS fin d’ora deve prefiggersi di diventare un faro sicuro per tutti coloro che sono in cerca di punti di riferimento e dopo anni e decenni di inarrestabile distruzione e devastazione vogliono seriamente collaborare e partecipare alla ricostruzione dalle fondamenta del nostro paese.


Tuttavia la caratteristica dell’ARS e dei suoi membri che mi ha più piacevolmente impressionato è il desiderio e la voglia quasi feroce di non rimanere ferma, statica, passiva di fronte agli eventi in attesa del peggio, ma di avere la capacità di anticiparli e di sapere rigenerarsi, evolversi, mettere in discussione ogni cosa raggiunta o ancora da raggiungere in tutte le occasioni in cui ciò si renderà necessario. Da buon ingegnere, ho colto all’interno dell’ARS la volontà di imparare dai propri errori e di saperli correggere in tempo, facendo in breve di questa positiva tensione verso il miglioramento continuo l’unica prerogativa di successo dell’intero progetto. Con ogni probabilità l’ARS cambierà pelle più volte e assumerà forme mutevoli per adeguarsi alle turbolente e rapide trasformazioni che avvengono nella società, ma mantenendo saldi i suoi principi ispiratori: la centralità dei contenuti, l’importanza dell’organizzazione e la concretezza dei programmi. Senza queste premesse, ogni tentativo di cambiamento sia interno di struttura che esterno di immagine si rivelerà vano ed infruttuoso. Senza quello spirito di collaborazione e cooperazione che anima tutte le imprese umane vincenti, anche il progetto dell’ARS si dissolverà come sabbia finissima nel deserto. E il suo obiettivo di incidere e avere peso nella vita politica di questo paese rimarrà lettera morta.


Questo è ciò che mi sentivo di dire dopo la bella esperienza di Pescara. Ma soprattutto ciò che mi sento ancora di dire a tutti coloro che scrivono e lasciano commenti chiedendomi cosa possano fare per difendere il proprio paese, la propria famiglia, i propri figli, il proprio lavoro, la propria persona, è solo un’ultima parola: ASSOCIATEVI. Intanto venite dentro, fatevi vivi agli incontri che organizzeremo nella vostra regione, andate nella pagina del sito dell’ARS dedicata alle adesioni e inviate un’e-mail con i vostri dati. Poi vedremo man mano di conoscerci meglio, di trovare un punto di incontro e di dialogo, capire cosa l’ARS rappresenta per voi e quali competenze, esperienze, conoscenze potete mettere voi al servizio dell’ARS. Sia chiaro fin dall’inizio che il tutto non si concluderà solo con lunghi scambi di mail, incoraggiamenti, richieste di chiarimento, ma ci sarà da camminare, correre, lavorare per fare in modo che il progetto si radichi ancora meglio nel territorio, che le persone a voi più care e più vicine sappiano dell’esistenza dell’ARS. Che tutto ciò che andiamo scrivendo e denunciando non rimangano parole al vento capaci di confortarci per qualche attimo e ricordarci poco dopo quanto siamo piccoli ed impotenti.


Noi in potenza possiamo diventare tutto ciò che vogliamo e desideriamo essere, ma senza quel fondamentale atto di volontà che rende attuali le nostre scelte, rimarremo sempre ciò che siamo. E una volta incancreniti e imbalsamati dentro le nostre prigioni puramente mentali, l’unico anestetico che ci rimane per sfuggire ai morsi dei sensi dei colpa, delle nostre fragilità, debolezze, frustrazioni, è continuare a lagnarsi, dolersi, lamentarsi perché la Vita e la Storia non si incamminano lungo le direzioni che noi vorremo percorrere e auspicare per i nostri figli. C’è un momento per leggere e uno per scrivere. C’è un momento per riflettere e uno per agire. C’è un momento per aspettare e uno per vivere. Non voglio con queste parole mettere fretta o convincere qualcuno a fare qualcosa che non si sente ancora di fare, ma solo chiarire che ARS c’è. Noi ci siamo. Quel Movimento Democratico Sovranista che crede nell’imprescindibilità fra Sovranità nazionale e Costituzione, Governo pubblico dell’economia e Diritti Umani, Giustizia sociale e Libertà, è nato e sta muovendo i suoi primi passi. E adesso ha bisogno anche del tuo aiuto (sì proprio del tuo aiuto, di te che leggi e non hai mai ragionato a fondo sulla tua importanza di Uomo e Cittadino) per crescere e diventare sempre più forte e sicuro. Ora non abbiamo più scuse o alibi alla nostra incapacità di cambiamento. Perché se il progetto ARS fallisce, la colpa sarà solo nostra.


giovedì 13 giugno 2013

GERMANIA: CORTE COSTITUZIONALE, BCE, BUNDESBANK TRATTANO SULL’EURO, MENTRE IN ITALIA…

Quello che sta accadendo in questi giorni in Germania potrebbe rappresentare un vero spartiacque per l’esistenza o meno della moneta unica: la Corte Costituzionale di Karlsruhe, in rappresentanza dei cittadini, la Bundesbank in difesa dei grandi capitalisti e banchieri nazionali e la BCE come garante degli interessi tedeschi a livello europeo stanno vivacemente discutendo sull’opportunità di far rimanere ancora la Germania all’interno dell’area euro. Sintetizzando al massimo questo è il succo della questione, che può essere edulcorata e manipolata quanto si vuole dai mezzi di informazione, ma poco cambia a livello sostanziale. A differenza di come si vuol fare credere in Italia, i tedeschi non solo non pensano nemmeno lontanamente alla creazione dei mitologici Stati Uniti d’Europa, ma grazie all’euro e alle sue infinite magagne tecniche e istituzionali stanno ritrovando e rafforzando la loro millenaria compattezza e coesione nazionale. Lo Spirito Patriottico di Germania uber alles, prima e sopra ogni altra cosa. Ciò non vuole dire che non ci siano scontri e tensioni sociali fra le varie categorie coinvolte, ma che si sta mediando, si sta trattando per arrivare ad un accordo o un compromesso che non prescinda dall’unico obiettivo condiviso: il bene della Germania e del suo Popolo tutto, ricchi e poveri, operai e imprenditori, banchieri e politici.


Il dibattito interno che si sta svolgendo ormai da anni in Germania sulla costituzionalità dei Trattati Europei e sulla convenienza economica e finanziaria di adottare ancora la moneta unica, deve farci capire essenzialmente una cosa: la Germania ha da sempre inteso la sua adesione agli accordi di Maastricht prima e all’eurozona dopo, sempre in chiave di rendiconto commerciale, economico, finanziario, con pochi risvolti di carattere politico, ideologico, istituzionale, perché da questo punto di vista non esisteva alcun dubbio o fraintendimento di sorta tra i tedeschi: la Costituzione e le Istituzioni pubbliche e private della Germania valgono sempre di più di qualunque trattato commerciale europeo o comitato d’affari con sede a Bruxelles. La Germania è entrata nell’Unione Europea e nel Mercato Unico per fare affari, profitti, surplus, e non per stravolgere la sua Carta Costituzionale e la sua natura di Popolo, che rimangono intoccabili e insindacabili. Chiunque abbia cercato negli anni di ledere questi principi è stato bruscamente respinto, ricacciato fuori, allontanato, perché quello che interessa alla Germania è l’analisi costi-benefici di una certa operazione e non i suoi ambiziosi effetti geopolitici di lunga gittata: se una cosa mi conviene economicamente la faccio, hic et nunc, in caso contrario la rifiuto, la modifico, la cambio in funzione di quelli che sono gli interessi nazionali tedeschi. Una visione che può essere considerata poco lungimirante, misera, miope quanto si vuole, ma tant’è. Lo sapevamo fin dall’inizio, prima ancora di iniziare questi folli programmi unitari, che in Germania si ragiona così. Perché quindi stupirci o indignarci solo adesso che gli errori di eccessiva superficialità e pressapochismo commessi in passato dalla nostra indegna classe dirigente stanno emergendo in  tutta la loro grandezza.

lunedì 3 giugno 2013

MAPPA PER GUIDARE IL PROCESSO DI USCITA DALL’EURO E FINE DEL VINCOLO ESTERNO

Parlare di uscita dall’euro come un processo unico, istantaneo e di facile gestione tecnica ormai è diventato troppo riduttivo. Grazie al continuo lavoro di ricerca e di approfondimento di tutti i dettagli economici, giuridici ed istituzionali, i più accorti tra i nostri lettori avranno già capito che l’uscita dall’euro, evento ormai alle porte ed irreversibile, non sarà una trasformazione facile ed indolore, ma per essere meno invasiva possibile e limitare la sperequazione dei costi di passaggio, comporterà un vero e proprio cambiamento di rotta culturale all’interno degli apparati pubblici politico-istituzionali che dovranno sobbarcarsi l’onere maggiore dell’intera operazione. Se non verranno fatti propri dai prossimi funzionari, deputati e ministri della Repubblica Italiana principi di corretta e razionale gestione della finanza pubblica, sanciti dalla nostra stessa Costituzione, come “buon andamento”, “imparzialità”, perseguimento dell’”esclusivo interesse della Nazione”, sarà difficile auspicare, anche in presenza di un ritorno provvidenziale alla sovranità monetaria e di una fine dell’odioso “vincolo esterno” con cui ormai conviviamo dal lontano 1979, un miglioramento reale delle sorti del nostro paese e delle condizioni di vita di noi tutti.


Fra i ricercatori più attenti e rigorosi dei risvolti che si celano dietro un tale ribaltamento epocale di prospettiva, il blog Orizzonte48 merita un posto di primo piano, sia per la competenza specifica e chiarezza espositiva con cui vengono trattati gli argomenti più spinosi e complessi sia per la logica stringente ed ineccepibile che dallo studio delle premesse iniziali riesce poi a creare consenso unanime intorno alla conclusioni raggiunte. Consiglio quindi a tutti i provetti naviganti della Tempesta Perfetta di leggere con attenzione questa “guida per riconoscere i nostri prossimi santi”, perché è chiaro che più avanti si andrà, più il mare diventerà agitato e più si faranno avanti falsi profeti e improbabili salvatori della patria, che con il pretesto del caos e la promessa di condurci in un porto finalmente sicuro, ci faranno ingoiare altre scemenze di politica economica e monetaria, così come accadde nel trentennio maledetto e continua ad accadere oggi. Il monito di gattopardesca memoria secondo cui bisogna evitare che “tutto cambi affinchè nulla cambi” deve essere più che mai attuale, perché riconquistare alcuni diritti e principi fondamentali, primo fra tutti la sovranità economica, politica e monetaria, se poi non si sanno maneggiare efficacemente alcuni elementari strumenti di contabilità pubblica per il bene collettivo, significa impelagarci in nuove storture, degenerazioni, distorsioni. E questa volta non potremo imputare all’euro o al vincolo esterno la causa di tutti i nostri i mali, ma ricordando le parole di uno dei più autorevoli padri costituenti, specchiarci nel nostro ennesimo fallimento democratico: “la Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta: lo lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno, in questa macchina, rimetterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere quelle promesse, la propria responsabilità”. (Piero Calamandrei, Discorso sulla Costituzione, video, 1955)          

venerdì 24 maggio 2013

PROVE DI DIALOGO CON IL MOVIMENTO 5 STELLE: CONVEGNO SU MONETA, POLITICA ED ECONOMIA

Finalmente, grazie al lavoro incessante del coordinatore di Reimpresa Sicilia Salvo Fanara e di Elisa Brancato, siamo riusciti ad organizzare un incontro con i ragazzi del Movimento 5 Stelle sui temi che più ci stanno a cuore: politica monetaria e sue ripercussioni sulla vita sociale ed economica di un paese democratico. Il convegno si terrà a Messina ed è fissato per le ore 20.30 di mercoledì 29 maggio (la locandina è qui accanto), e sarà un’occasione spero non unica e nemmeno rara per capire se la base del Movimento 5 Stelle è davvero intenzionata ad indagare più profondamente e seriamente sulle cause della crisi e sulle sue possibili soluzioni. Gli argomenti da trattare sono davvero tanti, ma chi ha seguito fin qui il dibattito politico-economico-finanziario che si sta facendo su questo e su altri blog, comprenderà facilmente che sono tutti intrecciati fra di loro: significato della moneta oggi, debito e spesa pubblica, tasse ed evasione fiscale, pareggio di bilancio e situazione dell’Italia, Fiscal Compact, Mes. Non si parlerà espressamente dei costi e dei benefici di un’eventuale uscita dell’Italia dalla zona euro, ma avendo un minimo di consapevolezza in più su ciò che sta accadendo oggi in Europa ognuno potrà farsi una sua personale opinione.


Sono molto fiducioso sulla buona riuscita dell’incontro e in una crescita progressiva di coscienza collettiva che parta dal basso, dalla base del Movimento 5 Stelle, perché spesso i segnali che arrivano dal vertice Grillo-Casaleggio sono davvero sconfortanti: il comico-anfitrione continua infatti a premere l’acceleratore sul problema del debito pubblico, sulla necessità di continuare a tagliare i costi dello Stato, sulle trame di palazzo e la corruzione della casta, ignorando quasi del tutto che i veri problemi dell’Italia sono di carattere internazionale, legati agli accordi europei capestro che ci impongono un regime di austerità per almeno altri venti anni, correlati all’impossibilità di fare politiche economiche espansive e di agire sui tassi di cambio per recuperare competitività, sigillati a doppia mandata con le cessioni di sovranità e il depotenziamento continuo della nostra Carta Costituzionale. Ed è appunto la nostra ammirata e santificata (almeno a parole) Costituzione Democratica il fulcro su cui si dovrebbero fare ruotare tutte le nostre attuali e future rivendicazioni: un tempo il patto sociale tra i cittadini era basato sul diritto al lavoro, sui principi di dignità e decoro della persona, sui valori di uguaglianza e solidarietà sociale, e oggi invece è ridotto a puro e fastidioso ostacolo burocratico che impedisce ai nostri politici mercenari e asserviti di procedere spediti nelle famigerate “riforme strutturali” ultraliberiste dettate dall’Europa. Ultima ciliegina della torta in questo senso: di ritorno dal Consiglio Europeo di Bruxelles, il nostro primo ministro pro tempore Enrico Letta a quanto pare ha portato a casa un “grande successo” sul tema dell’occupazione giovanile. Ma è davvero così? Il suo successo corrisponde veramente ad una nostra vittoria?


martedì 21 maggio 2013

E’ ARRIVATO IL MOMENTO DI AGIRE: ASSEMBLEA NAZIONALE DELL’ARS DEL 15 E 16 GIUGNO A PESCARA

Ma arrivati a questo punto mi chiedo sempre più spesso: quali modi esistono per ribellarsi a questo sistema usando mezzi non violenti? Cosa possiamo fare noi, comuni cittadini, anche se informati e consapevoli per ribellarci a queste forze opprimenti usando le ormai spuntate armi della democrazia? Delle risposte me le sono date...e ammetto che mi spaventano abbastanza. Sono l'unico?” No, non sei l’unico, caro lettore anonimo, che hai lasciato questo commento nel post precedente. Almeno su un’altra persona che si chiede continuamente queste tue stesse domande e ha le tue medesime paure potrai sempre contare: il sottoscritto. Eppure, fra i miei mille dubbi e tentennamenti, qualche risposta me la sono data anche io: non bisogna mai stare fermi, impassibili a guardare mentre tutto, dentro e fuori di noi, va in rovina. Leggiamo, informiamoci, studiamo, parliamo e confrontiamoci con gli altri, scriviamo, sfruttiamo tutto il tempo utile a disposizione per creare legami e relazioni solide e costruttive, organizziamoci. Mettendo da parte la violenza e la rabbia fine a se stessa (che come avrete già capito, in ottemperanza alle più consolidate strategie del terrore, è funzionale all’esistenza e alla sopravvivenza di questa ignobile e indegna classe dirigente: più sangue ci sarà per le strade e maggiore sarà la tendenza della gente a cercare riparo nei partiti tradizionali, ovvero in quelle stesse forze politiche e culturali che hanno fino ad oggi causato il disordine sociale e fomentato la violenza), dobbiamo avere la capacità di organizzarci secondo tutte le forme di aggregazione consentite dalla nostra splendida e umiliata Costituzione Democratica.

Più siamo e meglio è, perché una volta raggiunta la soglia critica di attivisti la dirompente forza d’urto delle nostre idee e proposte potrebbe fare la differenza nello sterile dibattito politico e sociale in corso, in cui prevale purtroppo soltanto la menzogna, la confusione, l'inconcludenza e la mistificazione dei dati e dei fatti. Ovviamente il modo più efficace e diretto per raggiungere tutti i nostri obiettivi è quello di aggregarci come un organizzato e moderno partito o movimento politico, che oltre a sfruttare tutte le più innovative piattaforme informatiche di partecipazione, sappia pure scendere in mezzo alla gente per parlare con parole chiare ed inequivocabili: uno Stato democratico che rinuncia alla propria sovranità politica, economica, monetaria, in cambio di nulla, non è più uno Stato. Non è più una Democrazia. Punto. Tenendo ferme queste premesse, poi possiamo costruire tutte le sfumature e i dettagli tecnici di cui si può dibattere e ci si può scontrare. Ma la sovranità nazionale deve rappresentare un principio giuridico e politico generale, inderogabile ed inalienabile della nostra Costituzione Democratica: le famigerate cessioni di sovranità ad organismi internazionali previste dall’articolo 11 non devono mai impedire allo Stato nazionale di adempiere ai suoi doveri e ai suoi impegni nei confronti dei cittadini. E chiunque si trovi d’accordo o vicino a queste idee, non può più attendere che gli eventi possano spontaneamente e naturalmente convergere a nostro favore. Deve agire in prima persona affinché la Storia si indirizzi verso ciò che noi crediamo sia il suo più naturale, giusto, equo percorso.

Da questo punto di vista l’ARS, Associazione Riconquistare la Sovranità, si configura oggi come la più autorevole e credibile formazione politica che può farsi carico di tutte le nostre istanze, sia per la serietà, la competenza e la passione dei suoi soci che per la solidità e la concretezza dei suoi metodi e dei suoi schemi organizzativi. Nell’ARS non si invoca soltanto vanamente a parole un immaginifico ritorno alla sovranità nazionale, ma si fanno attivamente tutti i passi necessari e consentiti per farci trovare pronti e avvicinare quel momento cruciale per la storia del nostro paese. In vista della prima Assemblea Nazionale dell’ARS che si terrà a Pescara il 15 e 16 giugno prossimi, invito tutti gli indecisi e tutti coloro che hanno a cuore il destino della nostra nazione a partecipare con convinzione e fiducia all’evento. Sarà la prima occasione che avremo per contarci, per conoscerci, per scambiare opinioni, per guardarci dritto negli occhi e capire fino a che punto siamo disposti a sacrificare una parte del nostro tempo e della nostra vita per raggiungere qualcosa che va oltre noi stessi, crea un ideale collegamento con il nostro passato, si trasmette alle generazioni future, rende degna di essere vissuta la nostra stessa esistenza. “La libertà è partecipazione!”, cantava Giorgio Gaber. Mai parole furono più adatte per descrivere lo spirito con il quale bisogna venire a Pescara: non solo esserci, fare numero, presenziare passivamente con una bandiera o un vessillo qualunque, ma partecipare, mobilitarsi, attivarsi, capire in quale modo possiamo essere utili alla causa.

martedì 14 maggio 2013

L’AUSTERITA’ E’ STUPIDA, CREA SOFFERENZA E RITARDA LA RIPRESA: LA BANALITA’ DEL MALE


Nel 1963 la filosofa e scrittrice tedesca Hannah Arendt scrisse un libro e coniò un'espressione che descrive bene uno degli aspetti più ambigui e perversi del male: la sua banalità. Spesso chi fa del male non ha nemmeno la capacità di pensare e riflettere, la facoltà di distinguere tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, un metro di giudizio affidabile per valutare le proprie azioni e ponderare le implicazioni morali e conseguenze pratiche del proprio operato. Nello specifico, la Arendt rimase impressionata dalla superficialità e dall’indifferenza con cui il criminale nazista Eichmann presenziò al processo che lo avrebbe portato alla condanna a morte per impiccagione: si trattava di un omuncolo normale, mediocre, né demoniaco né mostruoso, che per tutta la vita non aveva fatto altro che eseguire ordini e istruzioni che venivano dall’alto senza mai eccepire o chiedersi intimamente qualcosa sulla loro giustezza, moralità, razionalità. In una visione totalmente burocratica e alienante della vita, Eichmann eseguiva ed applicava incondizionatamente delle regole, pensando di essere un cittadino modello, un uomo onesto che rispettava le leggi e l’autorità costituita. Disquisire sulla bontà delle leggi e sull’assennatezza dei propri superiori era qualcosa che esulava dai propri compiti e principi, perché per Eichmann la cieca obbedienza e la fedeltà erano gli unici valori che riecheggiavano all’interno della sua misera coscienza.


Con le dovute proporzioni, possiamo dire che da questo punto di vista tutti coloro che oggi stanno condannando alla miseria, alla disperazione, all’emarginazione milioni di persone in Europa, dagli altolocati tecnocrati di Bruxelles fino all’ultimo scribacchino di un qualsiasi giornale di regime, non sono tanto diversi dai gerarchi nazisti che massacrarono milioni di ebrei nei campi di concentramento. Sono “banali” e stupidi allo stesso modo: o perché non conoscono le conseguenze delle proprie azioni o perché non hanno la capacità di ragionare su possibili alternative alle proprie regole e leggi evidentemente sbagliate. E’ indubbio che in mezzo a questa massa indistinta di idioti e mediocri ci sia qualcuno più furbo e più in malafede rispetto agli altri, che volontariamente persegue il male per tutelare il bene di una minoranza, ma diventa sempre più difficile e complicato distinguerlo e isolarlo dal resto della sgangherata e gioiosa armata di imbecillità collettiva. Il caso della trasmissione di domenica scorsa di Report, intitolata “Gli Austeri”, è esemplare in questo senso: per tutta la durata del programma si è insistito a sottolineare gli effetti nefasti dell’austerità e la maggiore ragionevolezza delle politiche espansive della spesa pubblica in periodo di recessione, eppure con la stessa miopia e cecità di automi decerebrati si è ripetuto che in Europa non si possono attuare né programmi di infrastrutture e investimenti pubblici né manovre monetarie di alleggerimento quantitativo a causa del vincolo del pareggio di bilancio e della perdita della sovranità monetaria. Facendo però velatamente intendere che  senza violare le regole e i vincoli previsti dai trattati europei esiste un geniale metodo intermedio per conciliare le politiche espansive con il mantenimento del pareggio di bilancio e della moneta unica privata chiamata euro. In altre parole si è trattato di un clamoroso e sfacciato spot della cosiddetta “austerità espansiva”, ovvero di una meschina mistificazione accademica che lo stesso Fondo Monetario Internazionale si è affrettato tempo fa a bocciare tecnicamente e a discreditare a livello politico e sociale.

giovedì 9 maggio 2013

SIAMO SULL’ORLO DI UNA CRISI DI NERVI O BANCARIA? L’AFFARE MONTEPASCHI DI SIENA


Parlo da ingegnere che per un certo periodo della sua vita ha lavorato all’interno dei reparti di produzione. Quando un sistema industriale produce troppi pezzi difettosi significa che è arrivato il momento di fare un massiccio intervento di manutenzione straordinaria per ritrovare i possibili guasti dei macchinari e dei processi produttivi adottati. Le cause di simili anomalie possono essere molteplici e tutte interconnesse fra di loro, ma è indubbio che se le carte registrano per un periodo prolungato di tempo un’alterazione dei normali livelli di difettosità il sistema è fuori controllo e ha bisogno di una seria messa a punta. Ora, capisco che il paragone fra un sistema industriale e una società civile nel suo complesso possa essere un po’ azzardato, ma se provate ad astrarvi un po’ con l’immaginazione noterete che le analogie e le similitudini sono davvero tante: chi ci governa considera le persone come tanti pezzi meccanici o macchine o numeri, ed è talmente incompetente ed incapace da non capire che il sistema di governo che ci ha imposto dall’alto è ormai abbondantemente fuori controllo. Si tratta di una società allo sbando senza più punti di riferimenti, ideali, speranze, aspettative, capacità di vedersi come una collettività di creature in evoluzione e in continuo miglioramento. La violenza, la disperazione, il delirio, l’odio che si percepiscono nell’aria sono i difetti principali della nostra società. E la circostanza più bizzarra è che coloro che si ritengono gli architetti e gli ingegneri di questo sistema europeo di oppressione non sono minimamente in grado di comprendere che il vaso ormai è colmo e straborda da ogni lato, perché per loro i guasti sono una parte integrante del progetto iniziale: i pezzi difettosi vanno soltanto eliminati, zittiti, esclusi dalla catena di montaggio e non capiti, ascoltati, "riparati".    


Quando accadono fatti tragici come quello della sparatoria davanti Palazzo Chigi, bisognerebbe drizzare subito le orecchie ed iniziare a riflettere più attentamente su ogni cosa. Quello che ho visto io, attraverso le immagini televisive, sono state le sagome di tre sventurati, vittime allo stesso modo di una situazione che sfugge ormai al nostro controllo: due di loro, i carabinieri, erano stramazzati al suolo e grondavano di sangue, sangue vero, l’altro aveva invece il sangue agli occhi e fumava di rabbia per i motivi che conosciamo bene. Non appena ad un uomo cominci a togliere prima il lavoro, poi la tranquillità familiare, la dignità, infine la speranza per il futuro, quell’uomo è in verità una mina vagante pronta ad esplodere in ogni momento. L’attimo esatto della deflagrazione dipende soltanto da una delicata questione di equilibrio personale, autocontrollo, saldezza di nervi. C’è chi sa contenere la sua rabbia per tutta la vita e chi invece riesce con il tempo a trasformarla in altro, ma c’è anche chi non conosce altro mezzo per esternare la sua rabbia, la sua solitudine, il suo isolamento che la violenza. Tranne in rari casi di evasione spirituale, un uomo non sceglie mai volontariamente di rimanere da solo, ma viene lentamente abbandonato da tutto e da tutti finché non si rende conto di essere solo e disperato. E qual è esattamente il confine fra un uomo solo e un uomo abbandonato?

martedì 23 aprile 2013

DIARIO DI UN SACCHEGGIO: ECCO COSA VUOLE VERAMENTE DA NOI LA GERMANIA


Qualche settimana fa, un po’ per caso e un po’ per curiosità, sono venuto a conoscenza di una notizia che mi ha parecchio colpito: l’associazione Eures Germania in accordo con quella italiana aveva organizzato un lungo tour in giro per la penisola per reclutare giovani lavoratori qualificati. Il suggestivo nome di questa selezione a domicilio era “Job of my life” e ha toccato le più importanti città italiane: Roma, Napoli, Milano, Bologna, Torino, Genova, Bari, Lecce, Padova, Verona, Catania. Durante il giro sono state raccolte circa 6.300 candidature, in particolare di ingegneri e tecnici specializzati fra i 18-35 anni, da proporre alle maggiori aziende tedesche. Il reclutamento non garantiva il posto di lavoro fisso ma solo la promessa che anche in caso di momentanea bocciatura i ragazzi sarebbero stati inseriti in un database, in attesa della fatidica chiamata dalla Germania. Analoghi programmi di selezione di giovani disoccupati di elevata formazione e specializzazione sono stati organizzati pure in Irlanda, Spagna, Portogallo. Ovvero nei paesi che sono stati più danneggiati dall’atteggiamento competitivo della Germania, che ha saputo meglio sfruttare le dinamiche di squilibrio commerciale e finanziario messe in moto dalla moneta unica.


Intendiamoci, questi progetti di cooperazione internazionale e di scambio di competenze e conoscenze sono molto interessanti ed efficaci, ma solo quando presentano caratteristiche di reciprocità, multilateralità e non sono a senso unico: dai paesi poveri e disastrati verso l’unica nazione ricca e vincente, e mai viceversa. Perché, allo stesso modo di ciò che accade con lo scambio delle merci e dei capitali, si verrebbe a creare all’interno dell’eurozona uno sbilanciamento di forza lavoro qualificata a vantaggio dell’unico grande paese in surplus e a svantaggio di quelli in deficit. Condannando in pratica questi ultimi alla regressione produttiva e alla marginalizzazione nei settori a scarso valore aggiunto e innovativo. E questa è solo l’ultima sfaccettatura del saccheggio in corso, che sta avvenendo in tempo reale, sotto i nostri occhi. Mentre noi siamo impegnati ad assistere alla seconda elezione di re Giorgio Napolitano II e all’imminente insediamento del prossimo governo Amato, personaggi cioè che sono stati tra i principali artefici della distruzione del tessuto produttivo e sociale italiano, fin dai tempi dell’ingresso dell’Italia nello SME del 1979, e oggi hanno il compito specifico di difendere e tutelare la classe politica corresponsabile del disastro. Gli italiani sono talmente illusi e imbesuiti da credere che coloro che hanno “scientemente” spinto il paese verso il baratro siano gli stessi a farlo riemergere dagli abissi: misteri della fede. Dove arriva l’idolatria mistica, la ragione per forza di cose deve arretrare.   

venerdì 19 aprile 2013

LE MENZOGNE DI REINHART E ROGOFF: IL DEBITO PUBBLICO NON E’ LA CAUSA DELLA RECESSIONE




In questi giorni sta montando un ampio dibattito a livello mondiale (del tutto ignorato in Italia, ma questa non è una novità, visto che noi abbiamo ben altre faccende a cui pensare, come votare nientedimeno che Romano Prodi, la Thatcher nostrana versione mortadella ruspante, al Quirinale: quando si dice il nuovo che avanza!) sugli errori commessi dai celebri economisti di Harvard Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff nel calcolo della correlazione fra alto debito pubblico e bassa crescita economica. Secondo la tesi e i dati ricavati dai due studiosi, quando il debito pubblico supera la soglia critica del 90% del PIL assistiamo ad una progressiva stagnazione o addirittura ad una recessione dell’economia. Il paper incriminato risale al 2010, “Growth in a Time of Debt”, ma solo oggi tre sconosciuti economisti dell’Università del Massachusetts, Thomas Herndon, Michael Ash e Robert Pollin, sono riusciti con un altro paper, dal titolo “Does High Public Debt consistently stifle Economic Growth? A critique of Reinhart and Rogoff”, a smascherare tutti gli errori di calcolo, alcuni dei quali davvero grossolani, compiuti dai due ben più noti e accreditati economisti. La vicenda ha del paradossale, perché soprattutto negli Stati Uniti il lavoro di Reinhart e Rogoff era stato fino ad oggi un punto di riferimento per tutti i sostenitori dell’austerità e del taglio dei deficit pubblici, imputando solo a questi ultimi la causa principale della bassa crescita economica. Ora per i cosiddetti “falchi del debito pubblico” rimangono solo due strade: o ritrattare tutto quanto permettendo al governo di attuare le necessarie manovre anticicliche di aumento dei deficit pubblici per far ripartire la crescita (cosa molto improbabile), oppure assoldare un altro gruppo di noti economisti per manipolare altri dati e confermare la loro tesi insensata.


Questa è l’economia, bellezza! Chi ha i soldi dice cosa è vero e cosa è falso, chi non ne ha non solo non ha diritto di parlare ma non può nemmeno entrare nelle statistiche e nei sondaggi, perché da che mondo è mondo solo chi spende fa economia, mentre chi non ha niente da spendere fa la fame. L’economia infatti è una disciplina molto strana che si occupa molto di più di quanti profitti o soldi spende un miliardario (perché questo fa alzare notevolmente il PIL), rispetto a quante ingiustizie e iniquità redistributive esistono nel mondo. Essendo una materia fatta ad uso e consumo di chi i soldi già ce li ha, è chiaro che i suoi maggiori esperti e cultori mondiali non fanno altro che sfornare studi su studi, papers su papers, libri su libri per irrobustire le ragioni e le istanze di chi gli ha consentito di diventare celebri. E purtroppo, qualche tempo fa, anche io ho partecipato all’orgia di successo dei due campioni della menzogna di Harvard, più per curiosità che per reale interesse, comprando il loro best seller “Questa volta è diverso. Otto secoli di follia finanziaria”, rimanendo sconcertato dopo aver letto le prime pagine: con la tipica perentorietà di chi declama l’ovvio, i due economisti mettevano sullo stesso piano debito pubblico, debito privato e debito estero, facendo velatamente intendere che la crisi di un paese potesse nascere indifferentemente dall’aumento dell’una o dell’altra tipologia di debito. Cosa ovviamente falsa, ma tanto cara a chi li aveva convinti a suon di lauti compensi a scrivere quelle cavolate. Ma perché le persone ricche odiano così tanto il debito pubblico?

martedì 16 aprile 2013

LA FOLLIA DELL’EURO: I TEDESCHI SONO I PIU’ POVERI, MA A MORIRE SONO I GRECI


Due notizie mi hanno molto colpito nei giorni scorsi: i tedeschi sono tra i cittadini più poveri d’Europa, e le situazione sanitaria della Grecia ormai è prossima a quella di una nazione in guerra. Eppure, come ampiamente risaputo, i poveri tedeschi sono costretti da alcuni anni, attraverso i contorti meccanismi del MES e dei precedenti fondi di salvataggio europei, ad essere i maggiori finanziatori dei piani di salvataggio di Portogallo, Grecia, Cipro, Spagna, paesi economicamente disastrati dove gli abitanti sono però mediamente più ricchi di quelli “virtuosi”. Capite bene che quando in un sistema qualsiasi, economico, sociale, naturale che sia, si vengono a creare simili disfunzioni e anomalie si vede che c’è qualcosa di folle e sbagliato alla base. Oppure i dati non raccontano esattamente la realtà dei fatti. O meglio ancora, esiste oggi in Europa una miscela esplosiva chiamata moneta unica che partendo da un errore iniziale di costruzione sta facendo impazzire tutti i dati attualmente rilevati. La verità insomma è molto più complessa di come appare e il diavolo, si sa, si nasconde nei dettagli.  


Secondo uno studio della BCE, la ricchezza netta media (finanziaria e reale) delle famiglie (o meglio dei nuclei abitativi, di coloro che in altre parole vivono sotto lo stesso tetto) è così distribuita in ordine decrescente nell’eurozona: Lussemburgo €710.100, Cipro €670.900, Spagna €291.400, Italia €275.200, Germania €195.200, Olanda €170.200, Finlandia €161.500, Portogallo €152.900, Grecia €147.800. Tuttavia se prendiamo la mediana, ovvero il valore che divide esattamente a metà la distribuzione dei dati, vedremo che la differenza di ricchezza fra i tedeschi e il resto degli europei del sud si fa stranamente ancora più marcata: Cipro €266.900, Spagna €182.700, Italia €173.200, Grecia €101.900, Portogallo €75.200, Germania €51.400. Ciò significa innanzitutto che in Germania (ma anche a Cipro, nazione di banchieri falliti) c’è una piccola frazione di famiglie ricchissime che alza di parecchio la media, mentre la maggioranza della popolazione non possiede nemmeno una casa di proprietà. E questa circostanza conferma in pratica ciò che abbiamo spesso ripetuto sull’assurda e iniqua dinamica di funzionamento  dell’eurozona: gli straordinari surplus commerciali della Germania sono stati fatti soprattutto a spese dei lavoratori tedeschi a cui sono stati chiesti i maggiori sacrifici in termini salariali, mentre ad arricchirsi è stata sempre e soltanto una ristretta casta di banchieri e imprenditori tedeschi.